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Imitatori di Dio. San Francesco nella canzone italiana. Da Fabrizio De Andrè a Simone Cristicchi

di Pierfranco Bruni
17 Gennaio 2026
in Arte&Artisti
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Imitatori di Dio. San Francesco nella canzone italiana. Da Fabrizio De Andrè a Simone Cristicchi
       

Il racconto di San Francesco nella canzone italiana ha tracciato “misure” onriche e visione “orante” oltre a un linguaggio caratterizzato di pathos religioso che si apre a un ritmo tra l’antica ballata e le “consuete” filastrocche a volte di atmosfera popolare e medievale. Dietro sembra esserci il canto di un Frate definito il “folle di Dio”.  E comunque è il senso della pietà che prevale come se si raccontasse attraverso Francesco la “storia della pietà”.  D’altronde è un concetto chiave che rimanda a due parametri spirituali e metafisici: quello di don Giuseppe De Luca e quello di Simon Weil. 

Il primo che ha fatto del suo essere un principio in cui il concetto francescano è stato una guida con “È nel dare che si riceve”. Il secondo parametro ci restituisce “una santità geniale” proprio come ebbe a dire Simon Weil, la quale era convinta nello scrivere che “Oggi non è sufficiente essere santo: è necessaria la santità che il momento presente esige, una santità nuova, anch’essa senza precedenti. Un nuovo tipo di santità è qualcosa che scaturisce d’improvviso, una invenzione”.  Un pensiero in cui la Provvidenza è il senso di tutto il viaggio spirituale. Proprio sulla base di ciò la canzone, e direi il canto, delle parole assume una valenza prioritaria nel dialogo o nel dialogare degli uomini. C’è una dimensione, comunque, provenzale che rende la parola stessa intrisa di un affascinante misticismo. 

Quel misticismo “bello, splendido, glorioso nella sua innocenza, nella semplicità del parlare, nella purezza del cuore, nell’amore di Dio, nella carità verso I fratelli, nella prontezza, nell’obbedienza, nella gentilezza dei modi, nell’aspetto angelico”, come scrisse il suo primo biografo Tommaso da Celano.  Qui subentra la canzone come nel testo che scrive Sergio Endrigo insieme a Vinicius de Moraes, nel 1972, nell’indicare Francesco che  “porta in braccio Gesù”. Ovvero: “Guarda San Francesco sul suo cammino/ che porta in braccio Gesù Cristino/ inventa giochi per il bambino/ racconta favole all’uccellino”.

I segmenti francescani nella canzone hanno un immaginario che lega la preghiera al Cantico di frate Sole. Penso a Claudio Baglioni che cantò “Fratello Sole, sorella luna” o alla “Preghiera semplice” adattate nel 1972 per il film di Zeffirelli. O addirittura a Rita Pavone che nel 1964 incise un brano dedicato a San Francesco: “Tutto il mondo voglio amar/ Voglio amarlo come te/ San Francesco con la tua bontà/ Prego, tendimi la mano”.  Oppure al brano dei Vianella del 1973 in cui si legge che “San Franseso è er santo prediletto…”.

Già nel 1970 Fabrizio De André con “La “Buona Novella” aveva dato a Gesù  il senso che Feancesco avrebbe posto nel suo Cantico e più volte i temi francescani ricorrono nei suoi testi  sino agli ultimi anni della sua vita. Francesco è un linguaggio rispettoso in De André ma anche uno scavo che può leggersi come etica della comparazione. Una sua poesia inedita crea addirittura una comparazione tra l’uomo e il Divino. Si dice che in una telefonata con un giornalista del “Corriere della Sera” Fabrizio pare abbia detto: “Sono convinto che alla mia età san Francesco avesse molta più energia di me. Come lui, ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convinzione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo”. 

Anche Bruno Lauzi dedica nel 2002/03 a San Francesco un testo dal titolo “Cantico”. Come se fosse una lettura del suo San Francesco: “Laudato si, Signore, per tutte le cose che hai creato/ Per il sole e le stelle, per la luna e il firmamento”. Numerosi sono, come si sa, i cantautori che si sono occupati di Francesco. Questo è soltanto una parziale e quindi incompleta lettura lungo I passi di Francesco in musica e parole. Il discorso è molto più vasto e complesso e andrebbe verificato ma casellare è già un dato significativo. Tra gli autori potremmo citarne tanti e tra questi Simone Cristicchi con il suo “Franciscus. Il folle che parlava agli uccelli”, ovvero il mistero e il sacro che dialogano nel reale dell’infinitudine.  

Una linea mistica tra Oriente e Occidente sulla linea francescana  resta certamente quella di Franco Battiato che cantò con Branduardi “Il Sultano di Babilonia e la Prostituta”. Un testo di Branduardi basilare  in un frammentario viaggio tra la preghiera laica e la religiosità dell’anima. Un canto arcano e penetrante nell’arcaico dei saperi: “Frate Francesco partì una volta per Oltremare/ Fino alle terre di Babilonia a predicare/ Coi suoi compagni sulla via dei Saracini”.

È certo che Angelo Branduardi resta fondamentale in questo “piccolo” viaggio sulle orme di San Francesco. Si pensi a “L’infinitamemte piccolo” del 2000. Una composizione base in un misticismo della parola che definisce il “poeta del Vangelo” con delle sottolineature profondamente metafisiche come: “Non appoggiarti all’albero: deve seccare. Appoggiati a Dio, a Dio soltanto” o “Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore”.  Un “affresco” di una religiosità profonda che richiama echi di una visione provenzale tra linguaggio e musica in un’atmosfera in cui il paesaggio è Natura di Dio. È come se ritornasse sulla scena “L’umiltà è soprattutto una qualità dell’attenzione” di Simon Weil.

Un tratto peculiare posto in evidenza soprattutto da Bonaventura da Bagnoregio che gli fa dire: “Pur vivendo nel mondo, egli imitò talmente la purezza degli Angeli, da essere proposto ad esempio ai perfetti imitatori di Cristo”. Imitatori di Dio.  Un cammino che ha nei Fioretti il tempo mistico e nel Cantico il tempo sublime. La canzone dunque ha la sua verità metafisica in cui l’Assoluto non ha mai un limiti pur essendo, come sostiene Francesco Grisi,  cristiani volenti o nolenti. Il tutto in  un’attesa mistica nel sublime dell’Assoluto. Tra la preghiera il canto la musica.

Tags: musicamusica italianaSan Francesco d'Assisi
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