In un luogo e in un’epoca imprecisati, dove il passaggio dell’umanità è testimoniato soltanto da manufatti abbandonati, un gattino nero cerca di sopravvivere a un’inondazione. Le sue peripezie gli faranno incontrare un labrador buono ma non proprio sveglio, un uccello segretario protettivo ma bisbetico (entrambi emarginati per la propria gentilezza dal branco e dallo stormo), un capibara narcolettico e un lemure con la mania dell’accumulo. Cercheranno di collaborare, a bordo d’una barchetta, per superare i molti rischi che si presenteranno loro, in un’avventura alla Gordon Pym.
Frutto d’un lavoro di quasi cinque anni, Flow – Un mondo da salvare (titolo originale “Straume”) è un film d’animazione di nemmeno un’ora e mezza, realizzato integralmente al computer; i dialoghi sono soltanto versi animali. L’autore è il lettone Gints Zilbalodis (sceneggiatore con Mattis Kaza, co-produttore, e autore della colonna sonora insieme a Rihards Zalupe); produzione franco-belga-lettone. Budget di quasi cinque milioni di euro; presentato a Cannes nella sezione “Un certain regard”; premi ai festival di Annecy, Guadalajara, New York e Ottava.

Superato il punto di partenza – la tenerezza suscitata, sin dalla locandina, dal gattino protagonista – Flow è forse il cartoon meno disneyano che si sia mai visto, se non addirittura un film d’animazione anti-Disney. Gli animali protagonisti non sono antropomorfizzati: non parlano né si comportano da umani (unica concessione all’umanizzazione, il gattino prima e il serpentario poi che tengono la barra del timone). Non sono divisi nettamente tra buoni e cattivi: i buoni hanno le loro debolezze (il gattino è diffidente con chiunque), i cattivi hanno i loro motivi (i cani del branco cercano semplicemente di cavarsela). Non ci sono schematismi, né morali più o meno di fondo: soltanto gesti di amicizia e di egoismo.
Gli animali non si perdono in filosofie, né lo fa Flow, che si limita – riuscendoci – a essere poetico. Vivace e ritmato, a volte terribilmente malinconico se non addirittura doloroso, Flow non è complicato ma non è nemmeno ovvio: il momento più debole (la trasfigurazione del serpentario, un po’ déjà-vu) diventa di colpo la soluzione della vicenda. Definire Flow un manifesto ecologista sembra buttarla in caciara: è un’apologia, semplicissima e bellissima, dell’amicizia e del coraggio.

In Italia, Flow – Un mondo da salvare (uscito nello stesso anno che era iniziato con l’assalto al botteghino per Il ragazzo e l’airone di Hayao Miyazaki) ha ricevuto appena più attenzione del norvegese Titina (uscito l’anno scorso, con un anno di ritardo) o, tornando al 2016, La tartaruga rossa. Considerando che sia la Disney che la Pixar non sono ormai nemmeno l’ombra di loro stesse, non sarebbe buona cosa portare bambini e ragazzi, già esposti a tante schifezze, a vedere questi film, invece di rincretinirli con “minion”, uomini ragno, panda che imparano arti marziali, vaccate Marvel e lavaggi del cervello via Netflix?





