In un palazzo signorile del centro storico di Vicenza, attorniati dalla servitù vivono i gemelli Erminia (pianista di successo internazionale) e Osvaldo (ginecologo affermato) Macula, con la di lui moglie Maria. Già inquieta, Maria perde il lume della ragione dopo aver messo al mondo Rebecca, una bambina con la parte destra del viso e del collo coperti da un’enorme voglia: la “macchia”. Rebecca crescendo diventa bella e, come scopre Erminia, valente musicista; e la follia della madre smaschera una “macchia” assai più deturpante dell’angioma sul volto della ragazza.
Erminia è Sonia Bergamasco, che per prestigio e bravura svetta su tutto il film; Maria è Valentina Bellè, Osvaldo è Paolo Pierobon; Rebecca bambina è Sara Ciocca, adolescente Beatrice Barison (non un’attrice, ma una musicista); partecipa Michela Cescon (la madre di Lucilla). Bergamasco e Barison, entrambe diplomate al conservatorio, non sono “doppiate”, e suonano dal vero il pianoforte.
Regista discontinuo (diviso tra film importanti – La meglio gioventù, Romanzo di una strage – e ridicoli – Quando sei nato non puoi più nasconderti, Sanguepazzo), Marco Tullio Giordana ha scritto il suo nuovo film (l’ennesimo tratto da un romanzo – l’esordio di Mariapia Veladiano, 2011: assai diverso dal film, e portato anche a teatro) facendosi aiutare da Marco Bellocchio, che (al solito) non ha potuto fare a meno d’infarcire la sceneggiatura col suo solito e unico argomento, il sempiterno astio per la famiglia e per i preti (i due brevi colloqui col parroco sfoggiano la banalità e la pretestuosità consueti nei dialoghi del cineasta piacentino, che ha appena ricevuto il premio Bresson a Venezia: ennesima dimostrazione dell’autolesionismo di Santa Romana Chiesa nell’epoca di Bergoglio). Proprio Bellocchio aveva diretto, un anno prima, Pierobon nel ruolo di papa Pio IX nel pessimo (al solito) Rapito.
Sull’eleganza del film incombe una cappa di morbosità e stranezza (gemelli conviventi, bambine di dieci anni interpretate da ragazzine alte come granatieri) con momenti di mostruosità (Lucilla, la compagna di banco di Rebecca, ossessionata dall’odio per il padre e chissà perché affascinata da quello della protagonista). Il breve prologo (ripetuto nel corso del film con l’aggiunta di dettagli) ricorda per immagini, atmosfera e inquietudine, quello di Il signor Diavolo di Pupi Avati, magnifica indagine sugli orrori del Veneto profondo: qui non c’è il delta del Po ma il centro storico di Vicenza, non ci sono le superstizioni di paese ma un interno di famiglia altoborghese, eppure la follia nascosta dalla famiglia Macula come la polvere sotto un tappeto (di lusso) non è meno spaventosa di quella del Gotico Padano; come nei romanzi e nei film di Avati, la vicenda ruota attorno a deformità fisiche (la “macchia” di Rebecca, la storia della principessa nana che le racconta zia Erminia fuori dalla Villa Valmarana).
Al di là di alcune sciatterie (l’ultimo stereotipato dialogo fra Rebecca e Lucilla, il cognome “profetico” della famiglia), La vita accanto narra una vicenda curiosa, e lo fa anche osando il distacco dal romanzo da cui è tratto. Esce dal recinto in cui il cinema italiano è stato per tanti anni, e nel quale purtroppo sta ritornando (fra i pochi meriti dell’ex ministro Sangiuliano, vi è quello d’aver chiuso i rubinetti dei fondi culturali ai quali attingevano troppi cialtroni per tantissimi progetti indegni e parassitari: la gazzarra rancorosa con cui alcuni registi hanno salutato la caduta in disgrazia di “Genny” conferma che si doveva proseguire con tale politica di restrizioni). Per di più è un film in cui anche i comprimari recitano bene: una rarità nei film italiani dell’ultimo mezzo secolo, penalizzato anche da scuole di recitazione che hanno formato per lo più caratteristi (inadeguati) per sceneggiati televisivi.





