Nel Cinquecento rinascimentale — l’epoca delle grandi esplorazioni — Venezia, confermando una straordinaria capacità di adattamento in un mondo in rapida trasformazione, sebbene incapsulata in logiche mediterranee, osservò con estrema attenzione i nuovi scenari mondiali attraverso la sua fitta rete diplomatica e spionistica e la sua formidabile industria editoriale. Le scoperte venivano registrate nelle corrispondenze delle case bancarie e nei dispacci degli ambasciatori accreditati presso le corti di europee come nel caso di Andrea Navagero in Spagna che svolse un ruolo fondamentale nel fornire le fonti necessarie a compilare il primo trattato geografico della nostra epoca, “Le Navigationi e viaggi” di Giovanni Battista Ramusio, il protagonista assoluto del bel libro di Andrea Di Robillant, significativamente intitolato “L’Atlante di Ramusio. Vita di un geografo veneziano”.
Si trattò di un’opera che dimostra, una volta di più, la vitalità delle élites politiche e dell’ambiente culturale veneziano cinquecentesco: nessuno sino ad allora aveva prodotto uno tale sforzo di documentazione e riflessione paragonabile a quello dell’umanista trevigiano. Il criterio seguito da Ramusio — vero anticipatore delle ipotesi di Braudel e della scuola novecentesca delle Annales — è incentrato sulla divisione spaziale: non per masse continentali, ma per aree omogenee di occupazione umana. Veneziano, e quindi cittadino di uno Stato che ha come base territoriale il mare, egli vedeva il mondo come un susseguirsi di mari circondati da terre.
I tre volumi della raccolta (pubblicati il primo nel 1550, il terzo nel 1556, infine, postumo nel 1559, il secondo) oltre alle relazioni dei diplomatici, una nuova versione de “Il Milione” di Marco Polo e una sintesi del diario di Antonio Pigafetta — il grande cronista della prima circumnavigazione del globo — comprendono sessantacinque memoriali di viaggi ai “confini del mondo” — dal Canada del francese Jacques Cartier alla Malacca del fiorentino Giovanni da Empoli — e descrivono con minuzia ogni parte allora conosciuta: l’Africa, l’India e le Molucche, la Cina, il Giappone e le Americhe. Editate in volgare toscano, una novità in un’epoca in cui la lingua della scienza era il latino, le “Navigationi” ebbero un enorme successo in tutt’Europa e sino a fine Settecento furono considerate il testo geografico di riferimento.
Ma, come racconta con sicura scrittura e ottime fonti Di Robililant, oltre che geografo e scrittore, l’uomo fu anche un alto funzionario della Repubblica e un abile diplomatico come si evince dalle carte della riservatissima trattativa con Sebastiano Caboto, figlio del veneziano Giovanni che nel 1497 aveva toccato Terranova e, in nome di re Enrico VII Tudor, aperto il Nord America alla colonizzazione inglese. Caboto junior, dopo aver esplorato nel 1509 il Labrador e lo Stretto di Hudson, scelse la Spagna dove fu nominato Piloto mayor, la massima (e ben retribuita) carica navale di Castiglia già ricoperta da Amerigo Vespucci. A due riprese Sebastiano meditò di passare dal servizio del doge ma, nonostante gli sforzi di Ramusio, non si trovò l’accordo finanziario. Venezia perse così l’ultima (e forse unica) sua occasione per affacciarsi sull’Atlantico e al deluso Giovanni Battista non restò che infilare il Caboto tra la schiera degli egoisti, quei capitani che esplorano i mari solo «per satiar la loro immensa cupidità et avaratia».
Andrea Di Robililant, L’Atlante di Ramusio. Vita di un geografo veneziano, Corbaccio 2025. Pp. 263, euro 22,00





