C’è una tentazione tutta italiana che si ripresenta puntualmente ogni volta che un grande dossier industriale entra in crisi: trovare un colpevole immediato, possibilmente il ministro in carica. Oggi quel bersaglio si chiama Adolfo Urso. Ed è davvero un tiro al bersaglio quello che media ed opposizione stanno scaricando sul responsabile del dicastero del Made in Italy, soprattutto proprio sulla annosa questione dell’ex Ilva. Ma ridurre la vicenda alla responsabilità del ministro delle Imprese significa semplificare una storia che dura da oltre vent’anni e che nessun governo, di qualunque colore politico, è riuscito davvero a risolvere. I problemi dell’ex Ilva non nascono certo con il governo Meloni. Ma è una vicenda che attraversa diverse stagioni politiche, senza che nessuno fosse riuscito a fare nulla di più che mettere in campo prestiti ponte per far sì che l’azienda potesse sopravvivere. Poi il 26 luglio con il primo sequestro da parte della magistratura dell’area a caldo, la situazione è lentamente precipitata, fino all’agonia di adesso.
La storia dell’ex Ilva è un po’ il simbolo di tutte le contraddizioni italiane: ambiente contro lavoro, giustizia contro industria, politica contro territorio, burocrazia contro investimenti. Dal sequestro degli impianti del 2012 in poi si sono alternati governi tecnici, di centrosinistra, di centrodestra e di unità nazionale. Si sono succeduti commissari straordinari, decreti “salva Ilva”, amministrazioni speciali, ArcelorMittal, Invitalia e decine di annunci di rilancio. Eppure il problema è rimasto sostanzialmente irrisolto. È evidente che anche l’attuale governo possa aver commesso errori di valutazione. La scelta di affidarsi a Baku Steel, affiancata dal fondo americano Flacks Group, ha suscitato perplessità sin dall’inizio. Flacks è un investitore finanziario con esperienze in operazioni di ristrutturazione aziendale, ma non rappresenta certamente un gruppo siderurgico con una consolidata tradizione industriale. È una scelta che può anche essere discussa e criticata. Ma fermarsi qui significa ignorare ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Il Governo era arrivato a un passo dalla conclusione della vendita dello stabilimento, un passaggio considerato decisivo per garantire continuità produttiva, nuovi investimenti e una prospettiva industriale credibile. E uno dei protagonisti di questa svolta era stato proprio il ministro Urso, che era stato in grado di coinvolgere nuovamente nella partita della cessione degli stabilimenti, gli indiani di Jindal.
Poi è arrivata la decisione della Corte d’Appello di Milano, che dispone la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni in assenza del completo adeguamento alle prescrizioni ambientali. Una pronuncia che, al di là del merito giuridico, cambia completamente lo scenario. Quale investitore internazionale può assumersi il rischio di acquistare un impianto il cui cuore produttivo potrebbe essere fermato in tempi così brevi? È inevitabile che una decisione del genere renda infinitamente più complesso qualsiasi percorso di rilancio. Il punto, allora, è più ampio dell’ex Ilva. È il rapporto che l’Italia continua ad avere con la politica industriale.
Nel nostro Paese realizzare una grande infrastruttura, aprire un impianto strategico o semplicemente investire miliardi di euro significa spesso affrontare un percorso costellato di autorizzazioni, ricorsi, contenziosi e incertezze che possono durare anni. Gli investitori chiedono soprattutto una cosa: prevedibilità. Se questa manca, il capitale va altrove. Naturalmente la tutela della salute e dell’ambiente non è negoziabile e le decisioni della magistratura vanno rispettate. Ma altrettanto evidente è che uno Stato moderno dovrebbe essere in grado di conciliare la protezione dei cittadini con la salvaguardia di produzioni considerate strategiche. Se questi due obiettivi finiscono inevitabilmente per entrare in collisione, significa che qualcosa nel sistema non funziona.
In questo quadro gioca un suo ruolo anche il dibattito politico. Una certa sinistra continua troppo spesso a leggere qualsiasi grande investimento con un riflesso prevalentemente oppositivo. È forse una eccessiva semplificazione dire che tutto il centrosinistra sia “contro il progresso”: molte amministrazioni locali e numerosi esponenti progressisti hanno sostenuto importanti progetti industriali e infrastrutturali. Tuttavia, è altrettanto vero che in alcune vicende simboliche – dalle grandi opere ad alcuni impianti industriali (Tap in Puglia, o alla Tav in Val di Susa, o ancora alle trivelle fino ai rigassificatori) – una parte delle forze progressiste ha assunto posizioni che hanno contribuito ad alimentare un clima di forte conflittualità e di incertezza per chi investe. C’è una parte della sinistra insomma che sembra a priori contraria ad ogni opera, necessari allo sviluppo economico del paese, nel timore che possa avere un qualche impatto ambientale, senza minimamente considerare il rapporto costo benefici di ogni singola opera. L’Italia ha bisogno di una politica industriale capace di coniugare competitività, sostenibilità e certezza del diritto. Perché senza queste condizioni non sarà soltanto l’ex Ilva a rischiare il declino: sarà la capacità stessa del Paese di attrarre investimenti e di restare una grande economia manifatturiera europea.
L’Italia ha bisogno di flessibilità e semplificazione, che sono un vero volano per lo sviluppo, come ha dimostrato la Zes unica nel sud. E non certo dei distinguo e delle pastoie burocratiche che certe amministrazioni locali, come nel caso della Sardegna delle Alessandra Todde per le rinnovabili, pongono in nome di una ideologia ambientalista, che rischia di creare il deserto industriale, Green deal europeo docet. L’ex Ilva è diventata, quindi, nel corso degli anni, il paradigma di ciò che in Italia non funziona quando si parla di politica industriale. Un impianto strategico, il più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale d’Europa, che per oltre un decennio è rimasto sospeso tra emergenze ambientali, contenziosi giudiziari, commissariamenti, cambi di proprietà, interventi pubblici e promesse di rilancio mai pienamente realizzate. I numeri raccontano da soli la portata della vicenda.
Lo stabilimento di Taranto ha rappresentato per decenni una quota rilevante della produzione nazionale di acciaio, impiegando direttamente circa 8.000 lavoratori nel sito pugliese e sostenendo, insieme agli altri stabilimenti del gruppo e all’indotto, decine di migliaia di posti di lavoro. Ecco allora che adesso invece di rimpallarsi colpe e responsabilità per mero interesse di parte, servono regole certe, tempi definiti, una strategia industriale condivisa e la capacità di conciliare tutela dell’ambiente, salute, occupazione e competitività. Perché il vero fallimento non sarebbe quello di un singolo ministro o di un singolo governo. Sarebbe perdere definitivamente uno dei principali asset industriali del Paese senza aver costruito un modello capace di evitare che vicende simili si ripetano in futuro.
C’è poi un ulteriore elemento che rende questa vicenda ancora più paradossale. L’ex Ilva non era destinata a rimanere quella degli anni Settanta, fondata sugli altoforni tradizionali. Il progetto industriale sul tavolo prevedeva una delle più profonde riconversioni ambientali mai immaginate per un’acciaieria europea: tre forni elettrici, quattro impianti DRI per la riduzione diretta del minerale e sistemi di cattura della CO₂, con l’obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni e trasformare Taranto in uno dei principali poli europei dell’acciaio decarbonizzato. Un investimento miliardario che avrebbe fatto dell’ex Ilva uno degli impianti siderurgici tecnologicamente più avanzati del continente. Ma questo elemento è stato evidentemente e colpevolmente trascurato dalla Corte di Appello di Milano.





