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Made in Italy/ Cresce ancora l’export e l’Italia supera la Germania

di Mario Bozzi Sentieri
20 Luglio 2026
in Economia
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Made in Italy/ Cresce ancora l’export e l’Italia supera la Germania
       

L’Italia è salita  al quarto posto nel ranking mondiale dell’export, raggiungendo livelli mai toccati prima in termini di competitività e capacità di penetrazione sui mercati internazionali.  La notizia non è proprio da prima pagina, né da prima serata: troppo tecnica – da addetti ai lavori – ovvero imbarazzante ed in controtendenza rispetto a chi vorrebbe il nostro Paese in affanno, schiacciato dalle altre potenze economiche mondiali.

Crescere sui mercati internazionali in una fase così complessa, qual è quella attuale, significa che le nostre aziende, in particolare micro e piccole imprese, sono solide, flessibili, capaci di innovare. Ma vuole dire anche   che quando la politica crea condizioni favorevoli e non ostacoli burocratici, il sistema Italia sa competere ai massimi livelli.

Chi, sulla base di vecchi luoghi comuni o di analisi ormai superate, continua a descrivere un’Italia come nazione industriale con bassa produttività o non competitiva, arretrata sul piano della tecnologia e dell’innovazione, sta semplicemente guardando un altro film rispetto alla realtà. In molti sono tratti in inganno dai dati medi dell’Italia sulla produttività manifatturiera, che sono distorti dall’enorme numero di micro-imprese della classe con meno di 10 addetti (circa il 95% del totale delle imprese) e anche della classe 10-19 addetti (37 mila imprese) che caratterizza il nostro sistema produttivo fatto di distretti e filiere.

I dati riportati dalla stampa economica nazionale, secondo cui il made in Italy si è stabilmente collocato alle spalle soltanto di Cina, Stati Uniti e Germania è un traguardo accompagnato anche da un sensibile miglioramento della bilancia commerciale: negli ultimi dodici mesi il surplus dell’Italia ha raggiunto i 63,4 miliardi di dollari, con un incremento di oltre 16 miliardi rispetto all’anno precedente.

Nel frattempo è cambiata anche la natura del made in Italy. Se negli anni Settanta il marchio evocava soprattutto moda, design, arredamento, vino e agroalimentare, oggi il paniere delle esportazioni comprende comparti ad alto contenuto tecnologico e scientifico. Tra questi spiccano la farmaceutica, diventata uno dei principali motori della crescita, la meccanica avanzata, il biomedicale, la chimica specializzata e la produzione di beni strumentali. Un’evoluzione che ha trasformato il made in Italy in un sinonimo non solo di qualità estetica, ma anche di innovazione, competenza e affidabilità industriale.

Un altro grande asset del nostro Paese è la differenziazione dei prodotti esportati. Basti pensare che l’Italia può   vantare   ben 110 prodotti della classificazione HS a 4 cifre del commercio internazionale, superiore ai 500 milioni di dollari. Ben 89 di tali 110 prodotti, ovvero la maggior parte, appartengono a quelli che la Fondazione Edison ha denominato i “magnifici 7” settori del made in Italy. A tali 89 prodotti si aggiungono altre due voci, una a 2 cifre, i mezzi aerospaziali, e una a 6 cifre, le autovetture superiori ai 3.000 cc. (leggasi Ferrari), che vanno a completare il quadro dei 91 nostri prodotti di eccellenza e di maggiore specializzazione internazionale.

Moda, cibo, vini e tabacco, mobili e materiali da costruzione, prodotti siderurgici e metallurgici, macchinari, yachts, equipaggiamenti da trasporto, prodotti medicali e per la cura personale sono settori enormemente cresciuti, anche grazie alle agevolazioni e incentivi introdotti da Industria 4.0. Dunque, come si vede, quando provvedimenti e incentivi rivolti alle imprese vengono ben ideati, finanziati e messi in campo con rigore, essi producono risultati evidenti. Senza fiumi di denaro a pioggia, ma con riforme ben focalizzate sui bisogni del sistema produttivo.

In questo contesto non sono solo le microimprese quelle con cui l’Italia compete sui mercati internazionali, laddove la nostra forza risiede in un nucleo di circa 9 mila aziende esportatrici medie, medio-grandi e grandi con 50-1.999 addetti, che realizzano i tre quarti del nostro export manifatturiero, nonché in un ulteriore ristretto gruppo di una quarantina di imprese con oltre 2 mila occupati, che esportano un altro 12 per cento circa.

In questo tipo di imprese di maggiori dimensioni e orientate all’export, se analizziamo i livelli di produttività, battiamo addirittura la Germania. La produttività del lavoro delle medie imprese italiane con 50 – 249 addetti, data dal valore aggiunto per occupato, è infatti di ben 16 mila euro più alta di quella delle corrispondenti imprese tedesche. E persino nelle imprese medio-grandi e grandi teniamo testa alla Germania, specie se escludiamo il settore auto. Ciò perché siamo davanti ai tedeschi anche nella classe delle imprese con 250 e più addetti in numerosi settori manifatturieri, dall’alimentare all’abbigliamento-calzature, dalla gomma-plastica alla metallurgia, dalle ceramiche ai mobili. Non solo. Anche in termini di crescita, la produttività del lavoro della manifattura italiana è aumentata di più di quella tedesca. I livelli tecnologici e di innovazione delle nostre imprese esportatrici, specie dopo la rivoluzione del Piano Industria 4.0, sono ormai elevatissimi così come quelli della robotizzazione, dove, ad esempio, siamo quarti al mondo per robot installati nella meccanica o terzi nell’industria alimentare.

Nel dibattito economico non manca anche una riflessione sul ruolo delle istituzioni. Secondo alcune analisi, la stabilità politica e il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese garantiti negli ultimi anni avrebbero contribuito a creare un contesto favorevole alla crescita dell’export.

Qui il cerchio si chiude ritrovando oltre i marchi d’eccellenza (agli apici delle graduatorie internazionali) il senso di un impegno e di identità collettive che sono espressione di  una nuova consapevolezza, in ragione del valore culturale e territoriale del “fare italiano”, della sua promozione, del coinvolgimento delle giovani generazioni, delle politiche formative. In quest’ottica tradizione ed innovazione non sono in contrasto, ma vanno declinate insieme: due facce di una stessa realtà, orgoglio di memoria, di professionalità, di eccellenza, di business su cui scommettere, adeguando strumenti d’intervento e di promozione. Per valorizzare le nostre tipicità. Per giocare alla pari, a livello internazionale, la partita della concorrenza e – come sta accadendo – vincerla. 

Tags: economiamade in Italy
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