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Rieleggere Jacques Maritain per superare un tempo senza Pensiero

di Pierfranco Bruni
6 Settembre 2026
in Al Muro del Tempo
0
Rieleggere Jacques Maritain per superare un  tempo senza Pensiero
       

Viviamo in un tempo senza Pensiero. Un tempo in cui l’ignoranza domina e l’arroganza prevale. L’età post ideologica è soltanto supponenza. La filosofia è morta. Le idee sono mediocrità. Gli uomini danzano tra giudizi e miseria. Manca la nobiltà della meditazione e le macerie devastano il territorio delle parole. È finita la Pietà. Lo sradicamento ha creato onnipotenza. Una volta avevano eredi. Il naufragio ha preso il sopravvento. Siamo esseri soli. L’egoismo prevale. Il relativismo sopravvive con le sue debolezze. Le illusioni ideologiche hanno lasciato nelle piazze gli idioti. È tempo in cui il morire da vivi ha smesso di essere tale. Le decadenze hanno creato gli uomini morti. 

Il pensare in un’epoca come la nostra cosa è sostanzialmente?

La testimonianza di Cartesio è sempre con me. “Penso, dunque sono”. Vale come quella di Bulgakov: “La lingua può nascondere la verità, ma gli occhi mai”. Credo che Jacques Maritain (nasce nel 1882 e muore nel 1973) trova nel pensare legato alla testimonianza un dato importante. La sua filosofia, infatti, è capacità di vivere l’uomo nella sua interezza con la profonda religiosità di un cristianesimo oltre la teologia. “Coloro che credono di non credere in Dio, in realtà poi credono inconsciamente in Lui, perché il Dio di cui negano l’esistenza non è Dio, ma qualcos’altro” (da Il significato dell’ateismo contemporaneo). La sua visione della vita non è certamente la psicanalisi di Freud. Maritain è forse il vero profilo contro Freud. Scrive “La filosofia larvata di Freud non è che un travestimento di un odio profondo della forma della ragione” (citato in Piero Viotto, Grandi amicizie: i Maritain e i loro contemporanei, Città Nuova, Roma, 2008). E ancora “Tutta la filosofia di Freud poggia su di un pregiudizio: la negazione violenta della spiritualità e della libertà”.

Di fronte al riduzionismo freudiano, che dissolve la persona nell’inconscio e nella pulsione, Maritain rivendica la centralità della persona, la sua libertà, la sua apertura metafisica. Non è un rifiuto della modernità, ma è il superamento della modernità attraverso la riscoperta dell’essere. Mi sembra a tal proposito fondamentale quest’altra osservazione di Maritain “La persona umana è ordinata direttamente a Dio come al suo fine ultimo assoluto, e questa ordinazione diretta a Dio trascende ogni bene comune creato, bene comune della società politica e bene comune intrinseco dell’universo; ecco la verità fondamentale che guida tutta la discussione, e dove è impegnato nientemeno che il messaggio stesso della sapienza cristiana nella sua vittoria sul pensiero ellenico e su ogni sapienza pagana d’allora in poi spodestata” (da La persona e il bene comune, traduzione di Matilde Mazzolari, Morcelliana, Brescia, 1998).

In questa pagina è racchiuso l’asse portante del personalismo maritainiano. La persona non è individuo, non è frammento sociale, non è funzione produttiva. La persona è relazione diretta con l’Assoluto e proprio per questo fonda ogni comunità autentica. È qui la vittoria cristiana sul pensiero ellenico, perché il cristianesimo introduce una dignità che trascende la polis. “Maritain ha capito più di quanto abbiano fatto tutti gli altri pensatori cattolici del Novecento” scrisse Gaspare Barbiellini Amidei. Perché dice ciò Barbiellini Amidei. Forse perché sa che il mondo cattolico è una realtà complessa, molte volte fatta di contraddizioni, il più delle volte ambigua. Maritain non si lascia catturare comunque dalla cattolicità sociologica ma inserisce in essa una filosofia dell’utopia cristiana, che non è evasione ma incarnazione storica della speranza. Infatti Maritain è convinto che “Ci sono corsi di filosofia ma non corsi di saggezza; la saggezza si raggiunge mediante l’esperienza spirituale”.

Cosi la distinzione è decisiva. La filosofia si insegna, la saggezza si vive. La saggezza suppone un’esperienza interiore, una contemplazione, una fedeltà alla verità che diventa vita. Senza questa esperienza la filosofia resta tecnica del concetto. Tanto più quando afferma “La grande debolezza del fondatore del misticismo è di non essere sufficientemente critico. Egli manca di coraggio critico”. Maritain non confonde mai il misticismo autentico con l’effusione sentimentale. Il mistico vero è critico perché è vero. La ragione non è negata dalla fede, è illuminata. Ancora più netto in questo concetto “Il religioso perfetto prega così bene che ignora di pregare”. È la preghiera che diventa natura seconda, respiro, abitudine dell’essere. Non più esercizio esteriore ma vita interiore che non ha bisogno di misurarsi.

Dunque. Vado al sodo. Il suo umanesimo integrale è linea fondamentale della sua filosofia che trova nella pedagogia un dato di straordinaria importanza. In Maritain si legano, si intrecciano, si integrano i due assi del suo pensiero, Filosofia e Pedagogia. L’umanesimo integrale non è un programma culturale, è una proposta antropologica. Restituire l’uomo a se stesso, nella sua integralità di ragione e fede, di intelletto e amore, di persona e comunità. Arrivando addirittura a questa affermazione “Per l’uomo e per la vita umana non c’è in verità nulla di più grande dell’intuizione e dell’amore”. Dunque il Maritain filosofo vale una pedagogia della conoscenza. Direi certamente di sì. Perché in Maritain conoscere non è accumulare nozioni, è amare la verità. E amare la verità è già educare l’uomo al suo destino. Può essere contraddittorio ciò? D’altronde la filosofia ha anche questa ferita. Bisogna entrare dentro con il pensiero e i linguaggi. Una dimensione che riporta l’uomo al centro del tutto. L’uomo vivo.

Tags: Chiesa cattolicafilosofiaJacques Maritain
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