In Francia la testa del potere non è mai stata un affare garantito. Non lo diciamo in senso minaccioso – oggi le ghigliottine riposano più dei parlamentari del Senato – ma per semplice constatazione statistica. La storia politica francese è lastricata di troni ribaltati, imperi evaporati, presidenti rottamati e monarchi con aspettativa di vita variabile in base all’umore del popolo.
Il precedente più celebre porta data precisa: 21 gennaio 1793, Place de la Révolution, Parigi. Luigi XVI sale al patibolo con una dignità che non gli aveva portato fortuna a Versailles. Il processo era terminato da poco, l’idea di monarchia costituzionale si era sciolta come burro rivoluzionario, e la ghigliottina – invenzione sanitaria e paritaria – inaugura la sua carriera pubblica con il Re Cristianissimo. Da lì in poi, ogni capo di Stato francese avrebbe dovuto convivere con un’ombra simbolica molto più affilata del protocollo.
Poi arriva Napoleone, che nel 1799 prende il potere con un colpo di Stato, si proclama imperatore nel 1804 e perde l’impero due volte: prima nel 1814, poi definitivamente nel 1815 dopo Waterloo. La sua testa rimase al suo posto, ma l’ego subì un esilio a lunga conservazione sull’isola di Sant’Elena. In Francia, l’unico modo per evitare l’incidente cranico è farsi spodestare dagli inglesi.
A quel punto si apre uno dei capitoli più esilaranti – involontariamente – della politica francese. Il XIX secolo è un esperimento istituzionale continuo, con la stabilità di una sedia a tre gambe su un pavé bagnato. Prima la Restaurazione borbonica nel 1814, poi la breve resurrezione nel 1815, con Luigi XVIII che tenta di sembrare meno decapitabile del fratello. Ma la vera star tragico-comica è Carlo X, che nel 1830 prova a riportare l’assolutismo e scopre, in tempo reale, che il francese medio non ama i revival. Non perse la testa sul patibolo: la perse sul traghetto per l’esilio, dopo una fuga precipitosa che in altri paesi si definirebbe “trasloco”, in Francia semplicemente “martedì”.
Nel 1830 entra in scena Luigi Filippo d’Orléans, “re dei francesi” e non “di Francia”, perché ogni parola contava quando il collo era in gioco. Regna fino al 1848, quando un’altra rivoluzione lo invita gentilmente alla porta – rigorosamente senza restituzione del deposito cauzionale. Fugge a Londra con la stessa discrezione di un aristocratico in incognito, cioè portandosi dietro posate d’argento e un senso di incomprensione.
Segue la Seconda Repubblica (1848–1852), breve come una pausa pranzo, durante la quale Luigi Napoleone Bonaparte – nipote dell’imperatore originale – viene eletto presidente nel 1848. Ma il titolo gli va stretto: nel 1851 organizza un colpo di Stato e nel 1852 si incorona Napoleone III, convinto che la storia accetti sequel numerati. Il suo impero crolla nel 1870, dopo la disfatta contro i prussiani: arrestato a Sedan, abdica e viene gentilmente accompagnato all’uscita dalla storia. Il popolo, nel frattempo, inaugura la Terza Repubblica a colpi di entusiasmo e bandiere.
Ma siccome in Francia niente muore senza una rissa, ecco che nel 1871 Parigi decide di fare da sola: nasce la Comune, 72 giorni di autogoverno, bandiere rosse e sospetta euforia rivoluzionaria. Mentre il governo ufficiale osserva da Versailles con aria da parente preoccupato, i comunardi riscrivono la politica con lo stesso senso della misura con cui altri preparano un aperitivo. L’esperimento finisce nel sangue, ma conferma una regola secolare: in Francia, quando non si sa chi governa, governa chi urla più forte.
Solo dal 1875, con la Terza Repubblica, la decapitazione torna simbolica: il potere non cade con colpi d’ascia, ma con sfiducia parlamentare, scandali e redazioni ostili. Jules Grévy si dimette nel 1887 per colpa del genero che vende onorificenze, e capisce che, in Francia, il boia può chiamarsi “Le Figaro”.
Con la Quarta Repubblica (1946–1958), i presidenti diventano figurine istituzionali: compaiono, sorridono, firmano qualcosa e scompaiono, di solito sostituiti dal calendario più che da un colpo di Stato. Poi nel 1958 arriva De Gaulle, che fonda la Quinta Repubblica, ridà al capo dello Stato un collo riconoscibile e nel 1969 abbandona la scena per colpa di un referendum ribelle. Dopo di lui, Valéry Giscard d’Estaing (1974–1981) perde contro Mitterrand, che dal 1981 al 1995 resta all’Eliseo con la tenacia di un reperto monarchico.
Jacques Chirac (1995–2007), maestro dell’arte francese del rinvio, finisce avvolto da scandali giudiziari ma sopravvive grazie all’immunità presidenziale, che in Francia non protegge la testa, ma quantomeno il curriculum. Poi arriva Nicolas Sarkozy (2007–2012), che non solo viene politicamente decapitato da Hollande alle elezioni del 2012, ma qualche anno dopo si vede recapitare anche una condanna penale per corruzione e traffico d’influenze. Il tutto in un processo che ha lasciato più dubbi che certezze, e che ha trasformato l’ex presidente in una specie di personaggio di Balzac interpretato da Netflix.
A seguire, François Hollande (2012–2017), l’unico presidente della storia francese ghigliottinato dai sondaggi prima ancora degli elettori, tanto da autoesiliarsi senza neppure tentare la ricandidatura.
Poi, nel 2017, arriva Emmanuel Macron: il più giovane presidente della storia francese, convinto – come molti suoi predecessori – di essere un compromesso ben riuscito tra Re Sole e tecnocrate illuminista. Ha affrontato i gilet gialli nel 2018, le proteste contro la riforma delle pensioni, una pandemia, qualche sciopero nazionale considerato folclore locale e l’inevitabile usura da Esecutivo francese: tutto convivendo con la memoria storica di un Paese che può cambiare regime più in fretta del premier inglese medio.
Oggi la testa non cade più sul patibolo: si perde su Twitter, nelle urne, nei sindacati, nelle piazze o nei sondaggi. Il boia non veste più di nero, ma di editoriali, meme e satira popolare. In Francia il potere ha un destino tragico con inclinazione comica: o sei un monumento o sei un bersaglio, e spesso entrambe le cose nel giro di una legislatura.
Così, se Macron un giorno “perdesse la testa”, lo farebbe secondo lo stile nazionale: non per decapitazione fisica, ma per logoramento storico. Il nome cambierebbe, ma il copione resterebbe quello inaugurato nel 1793: la grandeur non muore, al massimo rotola.





