Dopo le rocambolesche vicende venezuelane, ancora da chiarire in tantissimi aspetti, fanno eco le dichiarazioni di Trump relative alla necessità americana di acquisire la Groenlandia. Tali asserzioni da parte di Washington hanno destato sia scalpore che preoccupazione non solo a Copenaghen, ma in tutte le capitali europee.
Uno stupore in parte ingiustificato poiché di certo non è la prima volta che Washington cerca di comprarsi l’Isola Verde scoperta da Erik il rosso. Allora cercheremo di fare un pochino di chiarezza cercando di dare una lettura diversa da quelle comparse sinora. Come detto, il desiderio americano per la Groenlandia è assai antico, infatti, il primo ad ipotizzarne l’acquisto fu il Segretario di Stato di Lincoln William Henry Seward passato alla storia come l’autore dell’acquisto americano dell’Alaska. Nell’idea di Seward l’acquisizione del possedimento russo non solo imbrigliava il Canada dando vita, così, ad un processo di americanizzazione del dominio inglese, ma avrebbe anche rilanciato la possibilità di un altro eventuale acquisto: la Groenlandia.
Insomma, l’applicazione della dottrina Monroe o, meglio, l’intento era quello di realizzare un blocco politico culturale, anglosassone-germanico che avrebbe potuto giovare anche dell’acquisto della Groenlandia e dell’Islanda. L’offerta fu rifiutata dalla monarchia danese e il progetto di Seward si interruppe. Il secondo caso risale alla Seconda guerra mondiale. Gli americani dopo aver difeso l’isola, istallato basi militari e centri di osservazione metereologica fecero l’offerta al governo danese che rifiutò amabilmente.
Di certo non è la prima volta che Trump cerca di acquistare l’isola, infatti, basta tornare all’agosto del 2019. Come mai questo rinnovato interesse? Ebbene, è plausibile pensare a due motivi principali. In primis la necessità di rafforzare la dottrina Monroe con un progetto, come dimostrato, più antico di 150 anni visto anche le pressioni esercitate dalla Cina e dalla Russia nell’America del sud e il dinamismo messicano. Il secondo motivo risiede nell’applicazione delle norme previste da Montego Bay 1982 (UNCLOS) con la creazione delle Zone Economiche Esclusive che porteranno le acque nazionali fino a 200 miglia marittime.
Tale questione mette in luce la necessità americana di rafforzare il suo sistema difensivo in chiave militare, ma ancor più di potenziare il controllo della rotta Artica visto la spietatissima guerra economica in atto. Washington sa bene che con l’apertura dell’Artico navi cinesi sin dal 2017 percorrono regolarmente quelle rotte. In più, Pechino da due decenni è eccezionalmente attiva in quelle zone. Le imprese dell’antico impero orientale siano già presenti da anni in Groenlandia: a Kvanefjeld per l’uranio; a Cittronen Fjord per lo zinco; a Illoqortormiut per l’oro e a Isua per il ferro. Naturalmente la strategia cinese consiste nella realizzazione delle infrastrutture, garantendosi così un enorme vantaggio strategico rispetto ai suoi competitors. Per cui il governo di Pechino si è già proposto da anni di realizzare, a costi molto contenuti e adoperando manodopera locale, quella rete d’infrastrutture indispensabili per il rilancio economico e commerciale dell’isola. Così nel 2016 pervenne la proposta di Pechino per riattivare l’ex base navale Bluie West nel fiordo di Arsuk. Il governo danese respinse delicatamente la profferta cinese.
Comunque, le richieste cinesi per la realizzazione di scali aerei e di nuovi porti si sono intensificate negli ultimi anni, mentre il governo di Copenaghen ha spesso respinto tali offerte per non urtare la sensibilità americana. Il tentativo di Washington di acquistare economicamente la Groenlandia risponde a necessità in primis economiche commerciali poiché in un mondo governato da una economia a trazione marittima chi controlla le rotte ed i porti ne controlla il cuore. È vero che la Groenlandia è antropologicamente e geograficamente collocata nel continente americano, ma l’isola resta una colonia europea. Un’acquisizione in termini non economici è impossibile poiché significherebbe una frattura insanabile del mondo occidentale e la fine dell’Alleanza Atlantica.





