Alla fine Keir Starmer ha mollato. Abbandonato dai suoi ministri, contestato dai gruppi parlamentari, inviso alla base, l’ex magistrato, dopo nemmeno due anni di governo, si è dimesso e ha lasciato Downing Street. Attenzione, questa volta non si tratta della solita congiura di palazzo — arte ben nota ai litigiosissimi laboristi britannici, bensì è la definitiva conferma della crisi profonda della socialdemocrazia albionica.
Certo, non si potevano perdonare al goffo Keir le brucianti sconfitte accumulate in solo biennio: dopo la travolgente vittoria del 2024 con la conquista di due terzi dei seggi di Westminster, il premier ha inanellato una serie di dolorose batoste elettorali culminate lo scorso maggio con la fragorosa caduta del Galles, storico bastione labourista. Ma, come emerge dal dibattito interno, quasi tutti hanno preferito addossare ogni colpa ai passi falsi (il caso Mandelson tra tutti) fatti da Starmer e pochissimi hanno invece analizzato le reali cause del disastro.
Il problema è, infatti, il Labour stesso, un partito senza visione, capace di tagliare i sussidi per il riscaldamento ai pensionati ma incapace di rianimare la sofferente economia nazionale, arrendevole se non peggio davanti all’immigrazione ma —come l’omicidio di Henry Novak e la rivolta di Belfast dimostrano — cieco e muto di fronte alla rabbia montante dei ceti popolari contro l’invasione (solo nel 2024 si registrano oltre un milione di arrivi di extraeuropei). Non vi è dunque alcuna sorpresa se nella “cintura rossa” labourista la destra di Nigel Farage si afferma e vince.
Ma il problema non riguarda soltanto Britannia. In Europa l’instabilità — con l’eccezione dell’Italia, ricordiamolo…— è la regola e ovunque la socialdemocrazia e i suoi terminali perdono lucidità e consensi. In Spagna il governo di Pedro Sanchèz galleggia malamente tra gli scandali e le indagini hanno investito persino la moglie del premier (a cui è stato ritirato il passaporto) e José Zapatero, l’antico beniamino della sinistra mondiale. In Francia Macron vivacchia e il Partito Socialista è ridotto al lumicino mentre la coppia Le Pen Bardella rimane solidamente in testa nelle intenziini di voto. Non va meglio in Germania dove la SPD si ferma nei sondaggi al 13% e intanto l’AfD vola al 28. Insomma, a sinistra i numeri e i materiali su cui riflettere non mancano, ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.





