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Stenio Solinas/ Sbandati di lusso. Turisti cialtroni in cerca d’esotismo…

di Redazione
23 Luglio 2026
in Rassegna Stampa
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Stenio Solinas/ Sbandati di lusso. Turisti cialtroni in cerca d’esotismo…
       

C’è stata un’epoca, letterariamente parlando, in cui l’esotismo era quella cosa lì, alla William Somerset Maugham, per intenderci. È durato, più o meno, e con tutte le varianti, gli innesti e i fraintendimenti del caso, fino a quando la decolonizzazione ha preso il posto del colonialismo d’antan, che era una sorta di eurocentrismo più o meno acciaccato e/o abborracciato, e però vitale e per molti versi sanguigno. I suoi protagonisti erano infatti europei, bianchi, funzionari, i civil servant made in Britain, ma anche medici, missionari, artisti di vario genere, che andavano in Oriente, Estremo o Medio che fosse, in Africa, nelle isole del Pacifico e persino in Australia, portandosi dietro uno stile di vita e un metro di giudizio con pregiudizio annesso.
Abbiamo nominato prima Maugham, perché è il più emblematico e per molti versi il meno problematico, non gravato come Kipling dal “fardello dell’uomo bianco” o dai sensi di colpa di Forster modello Passaggio in India, dove l’altro da sé si rivelava attraente, ma con un senso di malessere, corrosivo, e da cui fuggire. Maugham era più cinico, amorale se si vuole, e il suo esotismo era fatto di camicie di lino ben stirate, Martini ben ghiacciati, ventilatori, educazione formale con annesso senso di superiorità, meticciati sessuali e catastrofi naturali nonché psicologiche.
Scomparso quel mondo, picconato del resto quando era ancora imperante, i romanzi satirici di Evelyn Waugh, per fare soltanto un nome, il suo posto venne preso dai residui passivi che continuavano a galleggiare e sui quali più che il romanziere puro, cominciavano ad aggrapparsi i travel writers, i cosiddetti scrittori di viaggio, da Chatwin a Theroux, a Thubron, o quella variante sempre narrativa dello scrittore puro che era l’ex colonizzato, Naipaul, per intenderci, allevato ed educato dal potete coloniale che da un lato continuava però a fargli scontare il colore della pelle, scura e mai chiara, e dall’altro lo rendeva estraneo al suo stesso luogo di nascita, di cui faticava a capire riti e miti, misteri e codici di comportamento.
È una deriva che si è allungata per tutta la seconda metà del Novecento, acuendosi via via che il viaggiatore cedeva il posto al turista, al turista che si ritrovava a essere viaggiatore per caso e viaggiatore per tour organizzati su misura, alla globalizzazione che livellava i paesaggi e inanellava i non luoghi, aeroporti, megastore, catene alberghiere…

Più o meno scomparso come individuo, il turista-viaggiatore occidentale finiva per muoversi in un esotismo che gli restava sì sconosciuto, ma a cui le carte di credito, Google Maps, i cellulari ipertecnologici davano l’illusoria sicurezza di poter controllare ogni cosa, nonché la gradevole sensazione che nulla gli fosse comunque vietato, ultime vestigia di quell’uomo bianco in mezzo a popoli diversamente colorati. Solo che anche qui la catastrofe, naturale o umana che fosse, restava sempre in agguato, quando poi non si abbatteva con inusitata violenza.


Lo scrittore che ha meglio raccontato questo sbandamento globalizzato è l’inglese Lawrence Osborne, di cui ora Adelphi manda in libreria una raccolta di racconti, L’angelo in fiamme (traduzione di Mariagrazia Gini, pagg. 318, euro 20), dove l’esotismo è sì una seconda pelle, ma scambiata per un abito sartoriale, un su misura che dovrebbe fungere da corazza e che invece si rivela una sorta di camicia di Nesso, una maledizione e una perdizione.


Gran parte dei protagonisti dei suoi racconti ha a che fare con gente facoltosa, più o meno giovane, architetti, avvocati, broker. È il loro un mondo di finanze, di investimenti, di un tenore d vita che da un lato gli dà come un senso di impunità, dall’altro li espone, senza che nemmeno se ne accorgano, al pericolo: un incontro sbagliato, un errore di calcolo, un eccesso di sicurezza… Che si tratti di Hong Kong o delle isole Andamane, dell’Oman o dell’Indonesia, del Messico, Osborne riveste i suoi personaggi di una patina lucente che ha preso il posto di quella scolorita, che però aveva i suoi punti fermi, dell’esotismo d’antan, dove l’europeo poteva sì perdersi e/o insabbiarsi, ma solo a patto di farsi risucchiare da un mondo che non era il suo. Qui invece è proprio l’artificialità del mondo d’appartenenza il primo segno che si impone, e che moltiplica i propri elementi distintivi nello sforzo disperato di dare al vuoto una sua consistenza.

Osborne è bravissimo nell’enumerare cibi, capi d’abbigliamento, cocktail dai nomi più improbabili, lussuose dimore dotate delle tecnologie più all’avanguardia, rituali di restaurant sempre più sofisticati, tutto ciò insomma che l’Occidente modernizzato mette in campo nei confronti di un Oriente all’apparenza più permissivo, ma che in realtà è moderno quanto se non più di lui ed ha la sua stessa rapacità, favorita però dal giocare in casa, e dal disprezzo verso chi, un tempo, lo tenne sotto scacco.
Così, può capitare, a un broker americano la cui società gli paga un affitto da 40mila dollari al mese nella zona più esclusiva di Hong Kong, d ritrovarsi senza lavoro quando il mercato immobiliare cinese va in sofferenza. È spregiudicato, tanto quanto è gonfio di hybris: non ha messo in conto che i banchieri cinesi potranno usarlo come una loro pedina immobiliare sul suolo americano per poi brutalmente disfarsene a lavoro ultimato. Allo stesso modo, due giovani avvocati di Londra, canadese lui, Clive, libanese lei, Isra, arrivano da Dubai per un capodanno in Oman. Cercano il mare incontaminato, ma già rimpiangono i Margarita e lo champagne che negli Emirati non sono un problema. Affittano una barca con il marinaio che al tramonto dovrebbe tornare a prenderli, hanno l’attrezzatura da sub, ma poi tutto precipita, sono testimoni, non visti, ma facilmente rintracciabili, di un delitto e Isra, tornata a piedi con Clive al resort da cui il giorno prima erano partiti per quella escursione, capisce che bisognerebbe andarsene subito, ma, “c’è una maschera Ocean Reef nuova di pacca!” protesta lui, all’idea che quella attrezzatura venga data per persa. È vanitoso Clive, come quel marinaio di cui si erano fidati, ma Isra è donna, è libanese, e a salvarsi ci penserà da sola…
In altri racconti si danno il cambio missionari, avventisti, antropologi, ricercatori… Sono tutti votati al loro mestiere e tutti impegnati a fare del primitivo che li circonda, sia un essere umano, sia un insetto, una ragione della loro vita, ovvero un successo. E pazienza se si gioca sporco. Ma ci sono anche famiglie facoltose pronte a un trekking di superlusso in Mongolia o una coppia newyorkese di successo che assume una babysitter sordastra, Hope, per la loro bambina che sta per nascere. È un atto di carità, per certi versi, e poi “possiamo commentare senza temere che si offenda”… La rivestono persino da capo a piedi: “Sembrava un’antifa. Forse neanche così chic. Era inquietante”. E in effetti inquietante Hope lo è, ma nessuno dei due può immaginare quanto…


In L’angelo in fiamme, insomma, incombe un po’ su tutti i protagonisti un senso di tragedia, senza però che nessuno si renda conto di quanto di quella tragedia sia il diretto responsabile: pensava di poterla dominare, razionalmente o cinicamente, si sentiva superiore per soldi, per status, per intelligenza… L’unico che la affronti consapevolmente è un latino-americano, Agel, non a caso uno senza fissa dimora, uno sbandato ventottenne dai mille lavori. Gliene viene offerto uno, di lavoro, e ben pagato, sul confine fra Messico e Stati Uniti, lì dove le abitazioni si svuotano perché fra narcotrafficanti, immigrazione clandestina e agenti federali vivere è divenuto pericoloso. Deve assicurarsi che una casa sia effettivamente vuota, e se ci sono animali dentro, ammazzarli, con un’accetta, è più sicuro…

Solo che non è un cane o un gatto, quello che Angel troverà, chiuso in un sacco e ancora vivo. “Dentro di sé, un assassino non ha dove nascondersi. Se avesse obbedito, ora sarebbe stato libero, ma solo nel mondo esterno. Il suo mondo interiore sarebbe caduto nelle tenebre”…

Stenio Solinas, Il Giornale, 23 luglio 2026

Tags: Lawrence OsbornletteraturaStenio Solinasturismo
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