Quando si affronta la lettura di un saggio su un cardinale di Santa Romana Chiesa di cui è aperto il processo di beatificazione ci si aspetta un libro agiografico o talvolta un “santino” edulcorato, buono solo per lettori alla ricerca di pie letture. Invece lo storico Roberto de Mattei nel suo ben documentato libro Merry del Val. Il cardinale che servì quattro Papi pubblicato a marzo da Sugarco Edizioni ci offre un appassionante percorso che attraverso la vita e l’opera del Presule anglo-spagnolo, vissuto tra la fine Ottocento e i primi anni Trenta del secolo scorso, ci rende partecipi dei grandi eventi storici di quell’epoca. Non ci troviamo dunque davanti a un libro “confessionale” come bene se n’è accorto anche lo storico laicista Paolo Mieli che a questo saggio ha dedicato ben due pagine culturali dell’altrettanto laicista Corriere della Sera.
Il cardinale Rafael Merry del Val è figura dimenticata anche nel mondo cattolico se si pensa che l’ultima edizione della precedente biografia italiana, quella di Pio Cenci, uscì nel lontano 1955 e pertanto la riproposizione con un maggior taglio scientifico della vita del Presule giunge quanto mai opportuna e necessaria. Non dimenticato però da Papa Francesco che per ben due volte, nel 2019 e nel 2024 ha raccomandato la lettura delle Litanie dell’umiltà del Servo di Dio. Rafael Merry del Val nasce a Londra il 10 ottobre 1865 dove il padre ardente monarchico isabellino era segretario dell’Ambasciata spagnola mentre la madre Josefina discendeva da un basco che nella City aveva aperto una banca e sposato una donna di ascendenze scozzesi e olandesi.
Da questo intreccio di nazioni presente nell’albero genealogico del futuro cardinale si comprende subito perché la diplomazia fosse scritta nel suo destino, anche se non diverrà un ambasciatore come il padre ma sarà un diplomatico ecclesiastico. Viene notato ventenne durante un’udienza concessa al padre dal Pontefice Leone XIII che ne intuisce le grandi doti intellettuali e spirituali che avrebbero favorito la sua veloce ascesa nella carriera ecclesiastica ed entra nell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici, un’ istituzione fondata nel 1701 e destinata a formare il corpo diplomatico vaticano. Il desiderio di Merry del Val era svolgere apostolato missionario nel paese in cui era nato ma già a ventidue anni accompagna una delegazione papale inviata a Londra per il Giubileo d’oro della Regina Vittoria. E’ testimone del “Rallièment” di Leone XIII e e gestito dal Segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro, con cui la Santa Sede cerca un riavvicinamento con la Francia repubblicana in vista di un appoggio per la restituzione degli Stati Pontifici. La scelta politica si rivelerà sbagliata e la Francia repubblicana non mostrerà riconoscenza ma promulgherà presto le leggi laiciste e anticlericali.
Ordinato sacerdote a Roma nel 1888, il giovane ecclesiastico poliglotta e abituato agli usi della diplomazia riceve l’incarico di fornire assistenza spirituale dei giovani della Scuola popolare pontificia nel rione di Trastevere, incarico che manterrà fino alla morte. Nel 1895, anno della prima redazione delle sopracitate Litanie dell’umiltà, Merry del Val giocherà un ruolo decisivo nella questione delle Ordinazioni anglicane che alla fine non furono riconosciute da Leone XIII. Gli ultimi anni del secolo li trascorse in missioni diplomatiche in Canada e a Londra nel 1901 per l’incoronazione di Re Edoardo VII successore della Regina Vittoria. La morte di Leone XIII nel 1903 darà una svolta alla carriera di Merry del Val.
Nominato malgrado la giovane età Segretario del Sacro Collegio durante il Conclave che vide l’elezione di Giuseppe Sarto a Pontefice col nome di Pio X, riscosse l’ammirazione del neo eletto che lo volle a 38 anni segretario di Stato al posto del ormai in declino cardinal Rampolla del Tindaro. Il veto dell’Imperatore d’Austria su quest’ultimo da un lato favorì l’elezione del Patriarca di Venezia e dall’altro lato il tramonto del filo francese Rampolla. Merry del Val con Pio X trovò un’intesa perfetta e la sua collaborazione fu preziosa per il Pontefice. Tra i due intercorse un’intesa filiale e una corrispondenza stretta di intenti sui difficili temi che agitarono la Chiesa in quegli anni di primo Novecento. Il giovane cardinale si trovò a gestire l’opposizione alle leggi anticlericali della Repubblica francese, la redazione del Codice di diritto canonico, la lotta all’eresia interna alla Chiesa, il modernismo, che in quel periodo avvelenava il mondo cattolico e che portò poi Pio X alla promulgazione della condanna definitiva con la Pascendi Dominici Gregis (1907).
La battaglia contro il modernismo impegnò il Segretario di Stato per tutto il Pontificato di Pio X che morì il 20 agosto 1914 proprio mentre le truppe tedesche entravano a Bruxelles. Il “Guerrone” temuto dal Papa era ormai in pieno svolgimento. Nel nuovo Conclave Merry del Val entrò come papabile ma la concertazione dell’ala “rampolliana” portò all’elezione del cardinale di fresca nomina Giacomo Della Chiesa che assunse il nome di Benedetto XV. La scelta di quest’ultimo di non confermare il segretario di Stato uscente ma di preferirgli il cardinal Pietro Gasparri, considerato avversario di Merry del Val, mostrò che l’orientamento della Santa Sede era mutato. All’ex segretario di Stato fu conferito l’onorevole ruolo di segretario della Congregazione del Sant’Uffizio.
Roberto de Mattei esamina nel dettaglio, con comode note a piè di pagina, la brillante carriera di Merry del Val e i Conclavi del 1903, 1914 e del 1922 che portò tra contrasti all’elezione del cardinale lombardo Achille Ratti che assunse il nome di Pio XI. Vent’anni densi di epocali avvenimenti storici: la“crociata” contro il modernismo, la Grande Guerra, la fondazione dell’Azione Cattolica e delle Unioni Elettorali cattoliche che misero fine all’astensione dei cattolici dalle elezioni politiche, il pericolo del socialismo, la rivoluzione russa, la nascita del Partito Popolare e l’avvento del fascismo. E sotto il Pontificato di Pio XI assistiamo al Concordato con lo Stato italiano, alla discussa condanna dell’Action Française di Charles Maurras. Con il nuovo Pontefice non mancarono divergenze soprattutto in merito a questa condanna, peraltro già prevista nei confronti del solo Maurras da Pio X ma non attuata, infatti Merry del Val era di sentimenti monarchici e legato da amicizia con il cardinal Louis Billot che per i suoi legami con il movimento di Maurras perse il galero cardinalizio.
Da de Mattei apprendiamo che anche sulla gestione del Concordato del 1929 e dei rapporti con il fascismo le idee di Merry del Val non coincidevano con quelle del segretario di Stato Gasparri e Pio XI nel 1930 sostituì Gasparri con monsignor Eugenio Pacelli (divenuto nel 1939 Pio XII) stimato da Merry del Val che lo aveva apprezzato durante la collaborazione in una sezione della Segreteria di Stato sotto Pio X, stima e apprezzamento reciproco. Mentre conduceva la sua battaglia contro il modernismo dal Sant’Uffizio e attraverso la nuova pubblicazione dell’Indice dei libri proibiti, Merry del Val morì nel 1930 sotto i ferri di un’operazione di appendicectomia a soli 65 anni suscitando anche qualche sospetto sulla sua morte improvvisa. Nel 1953 Pio XII aprì il processo canonico di beatificazione di Rafael Merry del Val proclamandolo Servo di Dio.
Il saggio di Roberto de Mattei pur scritto con rigore storico si legge piacevolmente, come il romanzo di una vita intensa passata in mezzo a eventi epocali che l’autore analizza ampiamente e sempre su fonti ineccepibili comprendenti anche le carte inedite dell’archivio di Merry del Val e che permettono al lettore di addentrarsi in aspetti poco noti della storia europea e soprattutto di scoprire un uomo animato da una grande spiritualità che giunse ai più alti vertici della Chiesa senza perdere mai la sua umiltà.
Roberto de Mattei, Merry del Val. Il cardinale che servì quattro Papi (1865 – 1930). Sugarco Edizioni, Milano 2024, pagine 460, euro 28,80






In realtà non è tutto rose e fiori questo libro. Sorvolo sull’ennesima stucchevole confusione tra Archivio di Stato e Archivio Centrale dello Stato. Il libro “Il quadrumviro scomodo” non contiene le memorie di De Vecchi ma è il frutto di un rimaneggiamento fatto da Luigi Romersa, non proprio simpatetico col De Vecchi, le cui vere memorie sul periodo dell’ambasciata sono state pubblicate in “Fra papa, duce e re” a cura di Sandro Setta (le memorie integrali di De Vecchi vennero pubblicate pochi anni fa e sono disponibili in alcune importanti biblioteche pubbliche).
Basare la biografia di questo cardinale su aneddoti e pettegolezzi, come qui si fa, vuol dire non solo affidarsi a fonti deboli, ma soprattutto non cogliere proprio il senso delle vicende storiche, ridotte a sciocchezze del genere “Pio XI si arrabbiava facilmente”, “l’Action Française fu scomunicata dal papa perché il nunzio apostolico in Francia era ricattato dal primo ministro Briand”. A tutto ciò farebbe da contraltare l’eroico Merry del Val, gran signore e vero difensore della Chiesa (e della “tradizione”). In realtà a finire nelle segrete del Sant’Uffizio (esistevano ancora) al tempo di Merry del Val fu persino don Dolindo Ruotolo, non certo un modernista
Nel 1922 Benedetto XV a un certo punto sbottò coi cardinali: “Il lavoro del Sant’Uffizio non corrisponde allo spirito di Gesù Cristo e l’unico che ha mancato di convocare è il papa!”. Sorvolo sul conclave che elesse Pio X, nel quale il cardinale polacco emise il veto per conto di Francesco Giuseppe, beccandosi alcuni meritati “vergognati!” in risposta. Insomma: il tentativo di presentare Merry del Val come eroico campione delle elites tradizionali contro la sovversione rivoluzionaria è patetico, anacronistico e irritante.
Mentre sarebbe ben più opportuno sottolineare il cammino che portò ai Patti Lateranensi, che non fu solo fatto di accordi di vertice tra politici (fascisti) ed ecclesiastici, ma del rinnovato ruolo pubblico che la religione cristiana cattolica aveva acquisito negli anni Dieci e in particolare dopo la prima guerra mondiale, nella quale i cattolici italiani fecero il loro dovere contro la pseudocattolica Austria (un ufficiale italiano prigioniero in Austria dedicò dopo la guerra le sue memorie a Benedetto XV e scrisse che l’atteggiamento degli austriaci verso i prigionieri era stato tutt’altro che da cattolici).