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Home Società&Tendenze

Tatuaggi che passione… Tra antropologia, ribellione e moda

di Carlo Alberto Zaccheo
24 Febbraio 2025
in Società&Tendenze
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Tatuaggi che passione… Tra antropologia, ribellione e moda
       

Le origini del tatuaggio risalgono a migliaia di anni fa e la sua storia è talmente ricca di aneddoti e di storie che ci vorrebbe un ‘eternità  per raccontarli. Una prima considerazione: le origini del tatuaggio non sono da considerarsi un’esclusiva di un popolo, di una tribù, essi sono stati fatti in tutti i continenti e da ogni civiltà. Sembra evidente che si sia trattato di una necessità “globale” degli uomini della preistoria e poi è arrivato fino ai nostri giorni. Secondo i dati dell’istituto di ricerca Dalia Research l’Italia è la prima nazione al mondo per numero di persone tatuate con il 48% della popolazione adulta, seguita di poco dalla Svezia con il 47% e dagli Stati Uniti con il 46%.  E il fenomeno sembra che tenda a crescere in maniera rapida.                                                                                                                                                                                      

Il termine deriva dal francese tatouage il cui verbo è tatouer, in inglese tattoo, che a sua volta deriva dal termine Tahitiano tatau e tradotto infine in italiano significa “toccare o segnare”. James Cook durante un suo viaggio nella Polinesia nel 1769  sbarcò a Thaiti e, mentre osservava  la popolazione locale e prendeva nota delle loro usanze , “trascrisse per la prima volta la parola Tattow poi Tattoo , derivata dal termine tatau, onomatopea  che ricordava il rumore prodotto dal picchiettare del legno (o del martello ndr) sull’ago per bucare la pelle e  quindi per fare un tatuaggio.

Una breve premessa aiuta a comprendere che l’applicazione del tatuaggio sembra risalire ad epoche più antiche di quanto si possa pensare.  L’antropologa Michela Zucca, autrice del libro I tatuaggi della dea (Venexia), grazie all’esame della  Venere  di Hohle Fels,  statuetta in avorio di  35- 40mila anni fa, ritrovata  in Germania ad opera di un gruppo di archeologi dell’Università di Tubinga,  e di  Veneri successive del Neolitico,  scoprì che presentavano  segni di scarificazione, e pertanto  “si può dedurre che i fedeli, anzitutto donne, sottoponessero il loro corpo a queste incisioni di genere sacro”.

Secondo alcuni ricercatori sembrerebbe che i tatuaggi più antichi del mondo siano stati rinvenuti sul corpo di due mummie egizie, un uomo e una donna e risalenti a circa 3000 anni a.C.. Le mummie sono conservate presso il British Museum di Londra.  Ma se leggiamo la storia della mummia di Otzi secondo altri ricercatori i più antichi scoperti sarebbero quelli appunto di Otzi in quanto, dagli studi effettuati dai ricercatori, questi risalirebbero tra il 3370 e il 3100 a.C. La datazione al radiocarbonio, analisi per determinare l’epoca della morte, sembra confermare quest’ultima ipotesi .

Vale la pena soffermarsi sulla  mummia di Otzi.  La mummia fu scoperta casualmente   da due alpinisti tedeschi  il 19 settembre 1991 durante un ‘escursione nelle Alpi Venoste in Alto Adige, in Italia, a poche decine di metri dal confine austriaco. Nel 1998 la mummia con i referti ritrovati, dopo numerosi studi   eseguiti all’Istituto di Anatomia dell’Università di Innsbruck, vennero trasferiti al Museo Archeologico di Bolzano. Il reperto è conservato in una speciale cella refrigerata e lo si può vedere solo attraverso un oblò.  Essa è diventata rapidamente una figura celebre a livello mondiale e i visitatori della mummia finora sono stati circa 6 milioni. La mummia ha fatto parlare molto e continua a far parlare di sé perché  Otzi , che ha  vissuto nell’età del rame, ha svelato tanti segreti che hanno aiutato a capire la vita in Europa nella sua epoca ed altri aspetti come le migrazioni, la dieta, le malattie dell’epoca , ma  ne nasconde ancora numerosi e sono  centinaia i ricercatori di diverse discipline scientifiche che  la studiano la per cercare di svelare i segreti che ancora la avvolgono.

Ma veniamo ai tatuaggi che sono stati ritrovati nel suo corpo e che sono ben 61! Essi sono disposti in forma geometrica e soprattutto in corrispondenza delle giunture. Gli studiosi si sono chiesti se, considerata la loro disposizione, potessero avere una funzione curativa di disturbi come l’artrosi. E qualcuno ha associato questo tipo di tatuaggi, disposti in specifiche parti del corpo,  all’ago puntura, anche se studi  più recenti mettono in dubbio  tale ipotesi. Un gruppo di ricercatori, coordinati dall’archeologo Aaron Deter – Wolf, recentemente ha effettuato nuove analisi sulla mummia di Otzi con l’aiuto di un volontario, un tatuatore esperto, Danny Riday, con lo scopo di conoscere con quale tecnica sono stati realizzati quei tatuaggi. A Riday hanno chiesto di tatuarsi  una gamba eseguendo, per quanto possibile, gli stessi disegni simili a quelli dei tatuaggi di Otzi utilizzando quattro delle diverse tecniche antiche. Secondo lo studio dei ricercatori, pubblicato sull’European Journal of Archeology, i tatuaggi di Otzi sono stati realizzati utilizzando uno strumento a  punta singola, probabilmente un ago o una spina.  L’uso dell’ago, a mia memoria, veniva impiegato anche in Italia, da quei pochi tatuatori esistenti, agli inizi degli anni ’60 per depositare il pigmento di inchiostro sottopelle e lasciare un segno permanente.

Dal 29 marzo al 30 aprile 2017 si è svolta al museo medioevale di Bologna la prima mostra sulla storia del tatuaggio in Italia dal titolo “ STIGMATA – la tradizione del tatuaggio in Italia”. Ha contribuito alla realizzazione della mostra anche il “Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino che ha messo a disposizione immagini e disegni inediti di carcerati e affiliati alla malavita organizzata studiati a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Il Mudec – Museo delle Culture a Milano dal 28 marzo 2024 al 28 luglio 2024 ha presentato una esposizione sulla storia del tatuaggio dalla Preistoria all’uomo contemporaneo dal titolo: Tatuaggio. Storie del Mediterraneo. La mostra è stata composta di una ricca raccolta di oggetti, reperti storici, strumenti, incisioni, testi e riproduzioni grazie anche al contributo di alcune istituzioni e raccolte museali, tra cui il Museo Archeologico dell’Alto Adige , il Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso dell’Università di Torino, il Museo Nazionale delle arti e delle tradizioni popolari di Roma e il Museo Pontificio, Delegazione Pontificia per il Santuario della Sanata Casa di Loreto e il Qeequeg Tattoo Studio & Museo di Gian Maurizio Fercioni di Milano.

Il tatuaggio non è mai stato un’esclusiva dell’uomo. Sono state rinvenute pitture funerarie dell’antico Egitto dove mostrano tatuaggi sui corpi delle danzatrici e anche su alcune mummie femminili che risalgono a 2000 anni a. C. La storia ci racconta anche che, quando le ragazze tahitiane raggiungevano la maturità sessuale, le loro natiche venivano tatuate di nero.                                                                                                                                            

Le ipotesi che vengono avanzate per spiegare le ragioni per le quali i preistorici si tatuavano sono numerose. Secondo alcuni, il tatuaggio veniva considerato un modo per presentarsi, per far sapere agli altri chi erano e da dove provenivano ed era considerato anche uno stato symbol, aveva funzioni estetiche e voleva esprimere non solo il proprio stato sociale ma era anche un modo per mostrare coraggio, la propria forza e mettere in evidenza  le proprie non meglio specificate conoscenze magiche.   

Tra le religioni monoteiste solo la religione Cristiana, nonostante ci siano stati periodi e contesti in cui il tatuaggio veniva vietato, per esempio da Papa Adriano Primo nel  787 durante il Concilio di Nicea , consentiva il simbolo del tatuaggio e i centri maggiori per i tatuaggi religiosi cristiani erano Gerusalemme e Loreto dove, in quest’ultima,  c’erano i  frati  “marcatori”. Questa prassi religiosa è andata avanti fino alla metà dello scorso secolo.

Ma c’è un altro aspetto che non va sottaciuto. Secondo gli storici i Persiani , i Traci, gli antichi Greci e infine gli antichi romani segnavano gli schiavi e i prigionieri che cercavano di scappare  con segni tatuati anche se, sempre secondo  gli storici, si trattava spesso di vere e proprie marchiature a fuoco. Lo scopo era quello di segnarli con segni identificabili e, nel caso venissero ripresi, di deportare lo schiavo o il detenuto direttamente nel luogo dal quale era fuggito senza passare dalla Magistratura.

Anche in Giappone,  dove l’usanza del tatuaggio veniva praticata fin dal 500 a.C., il tatuaggio era messo in pratica non solo a scopo estetico e a scopo magico ma anche per marchiare i criminali. La mafia giapponese, la Yakuza, ha fatta propria  la pratica ed in alcuni clan era addirittura obbligatorio essere tatuati per farne parte.  Adesso i più giovani aderenti alla Yakuza preferiscono non tatuarsi per non essere identificati come aderenti   qualche clan. In compenso molti giovani giapponesi non Yakuza hanno iniziato a tatuarsi. Anche in Cina il tatuaggio veniva applicato per motivi punitivi ma con il trascorrere del tempo divenne un’usanza diffusa e le due forme hanno convissuto.

I tatuaggi  iniziarono a diffondersi  esclusivamente tra pirati, marinai, carcerati  ed  ex carcerati,  tra persone appartenenti ad associazioni delinquenziali, in particolare tra gli affiliati alla camorra che ancora oggi  sembra che lo  facciano e si dividono tra simboli pubblici e quelli segreti. Ma non mancavano le prostitute. Particolare curioso: sembra che il tatuaggio criminale russo, le cui simbologie sono molto simili a quelle della camorra, derivi appunto da quello della camorra e l’origine di questo “scambio” sia avvenuto durante la guerra di Crimea.

Solo tra gli anni  ’60 e gli anni ‘70  il tatuaggio ha iniziato a diffondersi prima fra gli Hippy e i motociclisti soprattutto americani come simbolo di ribellione alla mentalità comune dell’epoca, di trasgressione  e poi lentamente  ha conquistato ogni strato sociale e ogni fascia di età anche tra i minorenni.  Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso un’indagine compiuta nel 2015 anche il 7,7% dei minorenni in Italia, con il consenso dei genitori, si fa i tatuaggi.                                                                                                                   

C’è anche chi sostiene che “oggi invece si fanno un sacco di tatuaggi perfetti ma senz’anima”. Insomma nulla a che vedere, secondo qualcuno, con i significati dei tatuaggi di epoche precedenti. Ed infine un’ultima considerazione: l’attività del tatuatore, che fino a 20 anni fa sembrava una passione, è diventato un lavoro come tanti, una professione come altre e in continuo aumento.                      

Tags: antropologiatatuaggio
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