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Home Libri&LIBERI

Thomas Sowell, il sapiente afroamericano che smonta la vulgata woke

di Fabio Andriola
17 Marzo 2026
in Libri&LIBERI
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Thomas Sowell, il sapiente afroamericano che smonta la vulgata woke
       

C’è un signore che ha quasi 96 anni, che ha sempre fatto l’economista ed è una star di Youtube anche se non ha un suo canale e non perde tempo a fare video dal suo studio. Si chiama Thomas Sowell ed è il protagonista “quasi involontario” di una piccola (per ora) rivoluzione culturale che deve interessare sia gli storici che gli studiosi della comunicazione. Infatti questo arzillo intellettuale, anticonformista, allievo di gente come Friedrich von Hayek (Nobel per l’Economia nel 1974) e Milton Freeman (Nobel per l’Economia nel 1976), docente in varie università americane, sta facendo da solo e praticamente senza muovere un dito molto più di alcuni plotoni di storici. E in questo conta poco che sia stato un membro di spicco della cosiddetta Scuola di Chicago, cioè il discusso gruppo di economisti ultra liberisti che hanno segnato profondamente soprattutto gli anni Settanta e Ottanta con la loro influenza sulle politiche economiche ad esempio del Cile sotto la dittatura del generale Augusto Pinochet e, pochi anni dopo, sul programma economico (la Reaganomics) del presidente Usa Ronald Reagan e della premier britannica Margareth Thatcher.

Ascolta tutti gli episodi del podcast su Spotify

Spero abbiate fatto tesoro di queste informazioni anche se non vi serviranno a molto in questa storia, dominata dal solito, immancabile paradosso: infatti non siamo qui per parlare dell’economista Thomas Sowellma del Sowell intellettuale anticonformista che da decenni, parallelamente al suo impegno principale, si dedica con puntiglio a smontare i caposaldi della cosiddetta black history così come si è andata formando negli ultimi decenni fino alla recente sublimazione woke. Ora, per rendere il più paradossale possibile il paradosso che sto raccontando mancano due “dettagli”: come forse avrete capito – o già sapete – Sowell è afroamericano e sta facendo sentire la sua influenza sui ragazzi neri soprattutto grazie a youtuber e influencer di colore, tutti affascinati dai suoi libri e dalla sua critica radicale alla mentalità vittimistica prevalente nel sistema educativo statunitense (ma non solo) a proposito della storia degli afroamericani. Insomma, questa storia offre, tra le altre cose, anche l’opportunità si vedere uno spicchio dell’universo MAGA e filo trumpiano che una certa stampa tende a dipingere come animato solo da presunti rozzi “suprematisti bianchi”.

Dopo anni e anni, durante i quali, tenace ma inascoltato, Sowell ha portato avanti le sue analisi controcorrente ora, quasi per miracolo, questo anziano professore vede i suoi vecchi libri e le sue interviste trovare nuova vita in un contesto, scolastico e comunicativo, che gli rimane comunque ostile. Del resto, i media mainstream e gli ambienti intellettuali di sinistra hanno ampiamente ignorato il suo lavoro in passato e continuano a farlo ora. Ma adesso c’è YouTube a cambiare le cose e gli equilibri di forza.

La tardiva “viralità” di Sowell arriva dopo che, per oltre mezzo secolo, l’istruzione scolastica americana è stata dominata dal dogma storico dell’oppressione dei neri: generazioni di americani sono state portate a percepire la schiavitù come qualcosa che riguardava solo gli afroamericani, uno sfruttamento razziale sistematico, inventato dall’Uomo Bianco, che si è protratto fino ad oggi con varie forme di discriminazione sempre e solo a svantaggio di quel 15% scarso di americani di colore. Una forma di autocommiserazione cronica che porta a considerare ogni problema della comunità nera statunitense come un’eredità della schiavitù. Un processo intellettuale molto diffuso e che anche noi, in Italia, conosciamo bene con l’esplosione del movimento neoborbonico il quale attribuisce al Risorgimento, alla conquista del Regno delle Due Sicilie e alle sue immediate conseguenze (fenomeni sicuramente ricchi di ombre), le origini del cronico ritardo sociale ed economico del nostro Mezzogiorno. Anche negli Usa, per la comunità afroamericana e per ampi settori del mondo progressista (Liberal) ogni difficoltà o fallimento è da attribuire a secoli di persecuzione da parte dei bianchi. Eppure, sostiene Sowell, questa visione distorta della storia è pericolosamente priva di contesto, spingendo gli afroamericani su un sentiero di risentimento, divisione e colpa che oltretutto non porta a nulla di costruttivo. Anzi, secondo lui, è assurdo parlare – come pure si fa frequentemente – di “razzismo sistemico” a proposito della società statunitense: «Non credo che nemmeno le persone che lo usano abbiano un’idea chiara di cosa stanno dicendo».

Sowell è da anni sulle stesse posizioni che lo collocano nel movimento conservatore anche se con alcuni “distinguo” che, visto il personaggio, non possono stupire più di tanto. Ad esempio, è favorevole alla depenalizzazione di tutte le droghe mentre è contrario ad ogni forma di controllo sul possesso delle armi da parte dei cittadini. Insomma, conservatore sì ma con forti sfumature libertarie. Sostenute da una evidente predisposizione a guardare la realtà in modo disincantato. Per dire, quando nel 1969, nel pieno delle contestazioni studentesche, gli studenti neri della sua università di allora – la Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York – occuparono alcuni edifici, lui li definì “teppisti” aggiungendo che erano stati ammessi ai corsi solo perché erano stati abbassati gli standard di esame. Inoltre, secondo lui, le discriminazioni che gli studenti denunciavano non erano così evidenti: «Il razzismo pervasivo che gli studenti neri presumibilmente incontravano a ogni angolo del campus e in città non mi era evidente nei quattro anni in cui ho insegnato alla Cornell e ho vissuto a Ithaca». A questo punto non stupirà neanche la lunghezza della lista delle sue dichiarazioni sarcastiche o critiche sui leader del movimento per i diritti civili dei neri… Figure e lotte legate ad una stagione sempre più lontana dalla Generazione Z che è quella in cui le idee di Sowell stanno facendo breccia.

Il fenomeno Sowell/YouTube è stato segnalato da Hannah Gal, una giornalista e documentarista pluripremiata, che ne ha scritto recentemente sulla newsletter Aporia. Secondo la Gal: «molti afroamericani stanno scoprendo la vera storia della schiavitù attraverso i video online di Sowell. Un’ondata di appartenenti alla Generazione Z sta giungendo alla netta consapevolezza di essere stata ingannata. Numerosi video virali mostrano il loro shock nell’apprendere che la schiavitù non è un problema esclusivamente nero, che ha sempre fatto parte della società umana, che anche tantissimi bianchi sono stati ridotti in schiavitù e che la parola stessa “schiavo” deriva dal popolo slavo del IX secolo». E ancora: «Da qui la domanda che si pone la Generazione Z – postilla Gal -: perché ci è voluto Thomas Sowell per fornire questa prospettiva? Perché ci è stato insegnato che la schiavitù era una questione afroamericana, quando in realtà è esistita in Africa, Asia, Medio Oriente ed Europa, sia prima che dopo il commercio transatlantico?».

Ovviamente Sowell non dice nulla che già non si sappia ma il suo farsi largo in una platea di ragazzi che potrebbero essere i figli dei suoi nipoti conferma, una volta di più, la vecchia regola del giornalismo secondo la quale «Niente è più inedito dell’edito». Una efficacia amplificata dal decadimento della qualità dell’insegnamento scolastico e dalla scarsa propensione alla lettura delle nuove generazioni. Buchi enormi che vengono colmati in modo irrituale ma efficace da vari canali YouTube, realtà con centinaia di migliaia di iscritti (in un caso oltre un milione e mezzo. Account gestiti da ragazzi che non si presentano (perché non lo sono) come raffinati intellettuali ma sono comunque mossi dalla curiosità e – son pur sempre gente di mondo, attenti ai click e ai like … – motivati dal riscontro del pubblico che evidentemente gradisce certi contenuti e quindi ne ottiene sempre di nuovi. Come già detto parliamo di youtuber di colore che presumibilmente hanno un pubblico composto in prevalenza da giovani neri americani, digiuni al pari dei loro coetanei di altri gruppi etnici e culturali dei fondamentali della Storia ma non necessariamente indifesi di fronte alle forzature della propaganda progressista.

Non a caso, nei titoli dei video dei vari youtuber impegnati a rilanciare le tesi di Sowell ricorre spesso questa frase: Facts about slavery never mentioned in school. Il che solleva ovvi interrogativi sul valore e lo scopo dell’istruzione negli Stati Uniti. Non è forse responsabilità delle scuole e delle università trasmettere la verità nuda e cruda? Insegnanti e dirigenti non dovrebbero, come suggerisce Sowell, mettere alla prova le proprie convinzioni con prove concrete, piuttosto che lasciare che «i dogmi educativi del momento regnino sovrani finché non ne emergano di nuovi?». Una riflessione che rimanda ad un altro fenomeno editoriale – anche in qusto caso virale grazie al tam tam sui social – sul quale mi riprometto di tornare prossimamente in modo più specifico. Qui mi limiterò a segnalare il libro di Wilfred Reilly Lies My Liberal Teacher Told Me (cioè Le bugie che mi ha raccontato il mio insegnante liberal), il cui obiettivo principale è smentire le narrazioni comunemente accettate – e spesso attivamente promosse in ambito scolastico – negli ambienti progressisti riguardo la storia occidentale e alcune dinamiche sociali come il femminismo, l’allargamento del concetto di “diritti civili”, la gestione del sistema della comunicazione mainstream, la “cancel culture” .

Molte delle sue tesi, Sowell le ha raccolte nel 2005 in quello che è forse il più fortunato dei suoi 45 libri: Black Rednecks and White Liberals(Encounter books). Si tratta di una raccolta di sei saggi in buona parte dedicati alla storia degli afroamericani. Una reinterpretazione che, ad esempio, Tinashe Peter (190 mila followers) ha trovato così interessante da fare dei video in cui semplicemente legge stralci del volume, convinto (nonostante il colore della sua pelle) che Sowell sia nel giusto quando dice che «incolpare gli altri per qualsiasi cosa in cui i neri siano in ritardo è diventata una procedura standard tra i liberali bianchi». Con la sorpresa dei neofiti poi Tinashe Peter ha fatto sue le parole di Sowell da Black Rednecks and White Liberals: «Se si menziona la schiavitù, l’immagine che emerge immediatamente è quella degli africani e dei loro discendenti ridotti in schiavitù dagli europei, dell’uomo bianco e dei loro discendenti nelle Americhe meridionali… nessun altro orrore storico è costruito in modo così ristretto…». Eppure, ricorda Sowell «furono portati più bianchi come schiavi in ​​Nord Africa che neri negli Stati Uniti, o nelle 13 colonie da cui si formarono». Senza contare che gli schiavi bianchi «continuavano a essere comprati e venduti nell’Impero Ottomano decenni dopo la liberazione dei neri negli Stati Uniti» e che «l’impulso principale per l’abolizione della schiavitù venne innanzitutto da attivisti religiosi molto conservatori, persone che oggi verrebbero chiamate ‘la destra religiosa’. Chiaramente, questa storia non è ‘politicamente corretta’ nei termini odierni, quindi viene ignorata, come se non fosse mai accaduta». Chiedendosi a questo punto perché negli Usa si considera ancora la schiavitù come un’esperienza unicamente americana, anzi “afroamericana”, Peter conclude che «siamo arrivati ​​a questo punto perché essenzialmente siamo stati programmati e condizionati da questa ideologia liberale a fare esattamente questo, perché se è bianco, non è giusto… poiché è occidentale, è visto come il male più grande».

Ancora più importante la scelta della Cartier Family: cinque ragazzotti che, seduti in semicerchio parlano davanti alla telecamera, hanno realizzato vari video a vantaggio dei loro abbonati (oltre un milione e 600 mila) per spiegare che la schiavitù non ha riguardato necessariamente solo gli africani ma che prevedeva anche lo sfruttamento di persone di altre razze. Oppure che certi aspetti dell’attuale sottocultura nera sono effettivamente dannosi per i neri e che la devastazione causata dalle riforme del welfare volute negli anni Sessanta dal presidente Usa Lyndon Johnson persiste ancora oggi. Quest’ultimo è uno dei cavalli di battaglia di Sowell che in questo caso unisce all’analisi storica le sue competenze di economista: dati alla mano, Sowell infatti stupisce i suoi nuovi e inaspettati lettori, facendo anche osservare come la comunità nera negli Stati Uniti sia cresciuta da ogni punto di vista dopo l’emancipazione. A partire dal 1865, cioè con la fine della Guerra civile tra nordisti e sudisti, la disoccupazione è diminuita e un numero record di analfabeti appena liberati ha ottenuto un’istruzione. Sowell descrive questo progresso sociale come senza pari nella storia dell’umanità, eppure pochissimi afroamericani ne sono consapevoli. E quei progressi sarebbero stati ancora più netti se non fossero intervenute – periodicamente – politiche sociali e assistenzialistiche che, ai fatti, hanno fatto più guai che altro. 

Qui viene fuori l’anima conservatrice e liberista di Sowell, istintivamente ostile ad ogni forma di assistenzialismo soprattutto se dedicato a particolari categorie sociali. Tra le sue critiche più articolate quella ai “salari minimi”: «Prima che le leggi federali sul salario minimo fossero istituite negli anni ‘30, il tasso di disoccupazione dei neri era leggermente inferiore al tasso di disoccupazione dei bianchi nel 1930. Ma poi seguirono il Davis-Bacon Act del 1931, il National Industrial Recovery Act (NIRA) del 1933 e il Fair Labor Standards Act (FLSA) del 1938 , tutti i quali imposero salari minimi imposti dal governo, sia a un settore particolare che più in generale… Nel 1954, i tassi di disoccupazione dei neri erano il doppio di quelli dei bianchi e hanno continuato a essere a quel livello o più alto. Coloro che sono stati particolarmente colpiti dalla disoccupazione risultante sono stati i maschi adolescenti neri».

I provvedimenti che Sowell critica sono anche altri e rimandano agli anni Sessanta, alla grande stagione delle lotte per i diritti civili e alla riforme sociali volute dal presidente Lyndon Johnson nel suo ambizioso programma della Great Society finalizzato all’eliminazione della povertà e delle discriminazioni razziale. Il risultato, secondo Sowell, è stato dal punto di vista sociale disastroso: «Le famiglie monogenitoriali nere sono passate dal 22% degli anni ‘60 al 74% di oggi – riassume Gal – un aumento descritto dai media e dal mondo accademico come “eredità della schiavitù”. Eppure, come spiega Sowell, “per oltre cento anni dopo la fine della schiavitù, la maggior parte dei bambini neri nasceva da donne sposate e i bambini venivano cresciuti in famiglie con entrambi i genitori”. La situazione cambiò negli anni ‘60 con l’introduzione di politiche di welfare che escludevano il padre dalla famiglia. “Secoli di schiavitù e generazioni di “leggi Jim Crow” (definizione con la quale si indicano i provvedimenti che hanno codificato nel tempo la segregazione razziale negli stati del sud degli Usa, NdR) non hanno distrutto la famiglia nera, ma una generazione di stato sociale sì”».

Il punto centrale della riflessione di Sowell e che è alla base del suo successo presso il pubblico giovanile afroamericano su Youtube è che è un errore, in ogni senso, considerare i neri come una realtà a se stante alla quale bisognerebbe riservare politiche specifiche così come specifica è la loro storia negli ultimi secoli. Basta confrontare, come l’economista fa, le statistiche provenienti da vari paesi europei in cui le riforme del welfare hanno avuto un impatto simile agli Usa anche se, come nel Regno Unito, la schiavitù non è mai stata diffusa: «Che si tratti di americani o britannici neri o bianchi – è la conclusione – gli studi mostrano le stesse cose». E cioè che è l’individuo che può fare la differenza, che la responsabilità è personale prima che di gruppo, che quella tra pari opportunità e pari risultati non è un’equazione valida, che la Storia va conosciuta e letta per quello che è stata davvero, che più che ai presunti torti storici bisogna puntare a costruire il futuro. Insomma, il vittimismo divenuto parte integrante dell’identità di così tanti afroamericani è un cancro da combattere e non un’inclinazione da alimentare. Tutti messaggi che dopo anni di lezioni e conferenze, migliaia di articoli, centinaia di interviste, decine di libri, Sowell sta riuscendo ad imporre grazie ad un pugno di video virali. Un miracolo dell’era digitale.

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: razzismoThomas SowellUSA
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