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Home Penna Pellicola Palco

Torna “Dux” di Margherita Sarfatti. Un libro da leggere per comprendere la nostra storia

di Pierfranco Bruni
1 Settembre 2026
in Penna Pellicola Palco
0
Torna “Dux” di Margherita Sarfatti. Un libro da leggere per comprendere la nostra storia
       

È necessario soprattutto oggi ritornare ad alcuni testi esemplari che raccontano la vita di Benito Mussolini. Senza retorica e senza reticenza. Ritornare alle origini del Fascismo e dell’uomo che ha fatto del Fascismo un movimento e un regime. Tra I libri da consigliare c’è la nuova edizione di Dux di Margherita Sarfatti. Sarfatti era  nata Margherita Grassini, 1880 – 1961. Ho scritto tanto su di lei. Sul suo legame con Benito Mussolini. Un legame che è stato amore, politica, estetica, destino. Ora si ripubblica Dux. La sua biografia dedicata a Mussolini che aveva visto la luce nel 1926. Ovvero cento anni fa. Sempre da Mondadori.

Cento anni. Un secolo tondo che non è un anniversario. È un ritorno. Un libro che tuttora resta e movimenta il pensiero sull’uomo, sul Fascismo e su ciò che è stato Mussolini all’interno della Grande Guerra  e durante la Marcia su Roma sino alla fascistizzazione post 1925. Un libro serio. Scritto da chi ha vissuto il Benito innamorato e capo del Fascismo. Non da chi lo ha raccontato dopo, con il senno di poi e la retorica dell’antifascismo di professione.

Dux resta una testimonianza scomoda. Per questo è importante. Sarfatti, in Dux, scrive così, con una lingua che è già liturgia: “Io pure son della tua milizia: palese e segreta. […] Vedevo la tua testa quadra di romano apparire e sparire nel mare tempestoso delle teste: uno tra mille, Tu. E ti vedevo passare fra le braccia tese in duplice fila, nel magnifico”. Non è solo amore di donna. È estetica della politica. È la costruzione di un mito. Quella testa quadra di romano, quelle braccia tese in duplice fila. È già il cinema del potere. È la regia di un’Italia che si mette in scena.

Margherita Sarfatti è stata saggista, critica d’arte, intellettuale di primo piano in quel contesto. Il suo salotto letterario è stato un vero punto di riferimento, a Milano, tra via Brera e via XX Settembre. Lì passava tutto il Novecento che contava: Boccioni, Carrà, Sironi, Funi, Bucci, Wildt. Lì si discuteva di Novecento Italiano, il movimento artistico che lei stessa aveva battezzato e guidato. Non una corrente marginale, ma il tentativo di dare al Fascismo un’arte. Un’arte moderna, non provinciale. Classica e avanguardista insieme.

I suoi studi hanno sempre segnato un’apertura soprattutto nel campo delle avanguardie. Si pensi ai suoi studi sul Futurismo. Sarfatti capisce prima di altri che il Futurismo non è solo “dinamite” e manifesti. È linguaggio. È rottura. È la modernità che irrompe nella vecchia Italia giolittiana. E lei, ebrea, veneziana, colta, cosmopolita, traduce Marinetti in classicità e la classicità in Marinetti. Dux resta comunque una importante testimonianza. Perché è un libro scritto dall’interno. Non dall’esterno. È la voce di chi ha dormito accanto al potere quando il potere ancora puzzava di trincea e di inchiostro di giornale, non di marmo di Salò.

Rachele Ferrario, che ha scritto l’introduzione a questa riedizione Mondadori, ha osservato con intelligenza storica: “Sono gli anni dopo la Grande Guerra, attraversati dalla violenza, dalle trasformazioni tecnologiche e sociali, in cui editoria e giornalismo sono la novità assoluta e fanno la storia politica, culturale e identitaria di un Paese giovane ma ancora frammentato – per non dire diviso – in lingue dai suoni diversi e per la maggior parte semianalfabeta e poco istruito. Un Paese che ora si ritrova con la dittatura, unito nelle parole d’ordine e in una liturgia politica, celebrativa e collettiva, oggi diremmo partecipativa, che già punisce chi dissente. A cento anni dalla sua pubblicazione, Dux resta uno tra i documenti più emblematici, testimonianza in presa diretta della costruzione del regime e della propaganda letteraria dell’epoca. Un libro che riletto oggi aiuta a riflettere sui fatti e sulle contraddizioni che attraversarono la storia d’Italia e d’Europa alla fine degli imperi, e che porta con sé riflessioni utili per guardare al futuro”.

Ferrario ha ragione. Il Paese era semianalfabeta, diviso in dialetti, ancora contadino. Il Fascismo lo unifica con una liturgia. Parole d’ordine, riti collettivi, una partecipazione che oggi chiameremmo social, ma allora era piazza. E Sarfatti è la sceneggiatrice di questa liturgia. Non è una gregaria. È una sacerdotessa. Sarfatti si formò sugli scritti di John Ruskin. Da Ruskin apprende il nesso tra estetica ed etica, tra bellezza e lavoro, tra arte e società. È Ruskin il suo primo maestro, non Marx. Ma fu Antonio Fogazzaro ad avvicinarla al cristianesimo. Fogazzaro, il modernista, l’eretico cattolico. Un altro confine. Un altro eretico. Sarfatti impara da lui che la fede può essere inquieta, che il cristianesimo non è una catechizzazione ma una ricerca. L’ho scritto in molti miei saggi.  Fascisti eretici.  Sarfatti infatti era eretica. E l’eretico, nel Fascismo come nella Chiesa, è più interessante dell’ortodosso. Perché dubita. Perché pensa. Perché non si accontenta del distintivo.

Lo sostengo da tempo, anche nel mio lungo saggio su Giuseppe Caradonna, ripubblicato recentemente da Solfanelli. Caradonna, il ras di Puglia, l’intransigente, il sindacalista, l’altro fascismo, quello del Sud che voleva la terra ai contadini. Anche Caradonna era eretico. E gli eretici, nel Regime, furono i primi ad essere messi da parte.

Sarfatti ebbe una vita molto inquietante e inquieta. Ebrea e amante del Duce. Donna colta in un mondo di squadristi. Intellettuale cosmopolita in un’Italia provinciale. Dovette fuggire nel 1938, con le leggi razziali, lei che aveva contribuito a inventare l’iconografia del Duce. Andò in Argentina, in Uruguay. Tornò dopo la guerra, dimenticata, rimossa. L’Italia non perdona le donne che hanno amato troppo e pensato troppo.

Dux resta una lettura importante sul Mussolini dei primi anni del Regime, tra vita, amore e politica. È il Mussolini ancora umano, ancora giornalista, ancora socialista eretico anche lui, prima che diventasse maschera di pietra. È il Mussolini che Sarfatti ha amato e che ha capito: un uomo di volontà, non di dottrina. Un romano di Romagna.

Rileggere Dux oggi, a cento anni di distanza, non significa riabilitare. Significa capire. Capire come si costruisce un capo. Come si costruisce un popolo. Come l’editoria e il giornalismo – allora come oggi – fanno la storia politica. Come una biografia può diventare propaganda e, allo stesso tempo, documento di verità. Sarfatti ci insegna che il potere è sempre anche una questione estetica. E che senza estetica non c’è potere che tenga. Ed è per questo che Dux va riletto. Senza paraocchi ideologici. Con gli occhi di chi sa che la storia non è mai in bianco e nero. Si legge ancora come un documento esemplare senza sfuggire al percorso di una trama prettamente narrante.  È un libro che resta.

Margherita Sarfatti, Dux, Mondadori 2026. Pp. 300, euro 16

Tags: Benito MussolinifascismoMargherita Sarfattistoria
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