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Home Libri&LIBERI

Tranelli e bufale. Se l’Intelligenza artificiale ci parla di storia…

di Fabio Andriola
15 Settembre 2026
in Libri&LIBERI
0
Tranelli e bufale. Se l’Intelligenza artificiale ci parla di storia…
       

Dall’alto della sua veneranda età, il professor Stanley G. Payne ha spalle abbastanza larghe per affrontare qualsiasi sfida. E ne approfitta: l’ultimo numero di Figaro Histoire gli ha messo a disposizione, nell’ampio dossier dedicato alla Guerra di Spagna, sei pagine per menare fendenti mica da ridere. L’anziano storico statunitense (classe 1934) ha usato lo spazio concesso per argomentare contro quella che chiama “la fabbrica del mito” che avrebbe stravolto, in chiave ideologica e politica, la percezione della guerra civile spagnola (luglio 1936 – aprile 1939), argomento che conosce molto bene perché ci ha scritto sopra vari libri tradotti in tutto il mondo (ma non in Italia dove è disponibile solo una sua storia del Fascismo). Secondo Payne la “fabbrica del mito” ha trasformato in uno scontro tra Bene e Male, tra Democrazia e Totalitarismo, un conflitto dalle origini molto più prosaiche e con responsabilità e ruoli molto più sfumati: in pratica, i moderati e i conservatori spagnoli nel 1936 si sono ribellati per interrompere una escalation portata avanti dai partiti di sinistra (legati a doppio filo all’Urss di Stalin come ho già raccontato qualche tempo fa) decisi a instaurare in Spagna uno stato social-comunista. Ma chi ha operato affinché questa trasformazione storiografica si imponesse anche a livello accademico? Payne ha le idee chiare e individua le origini del fenomeno negli anni Settanta quando, nella penisola iberica e non solo, «la generazione della “nuova sinistra” degli anni Sessanta aveva già iniziato ad inserirsi nelle università spagnole. L’aveva fatto anche durante il regime franchista via via sempre più tollerante, e ormai andava ad estendere rapidamente il suo controllo su un sistema universitario in piena espansione. Del resto, gli ambienti politici moderati e conservatori si mostravano poco interessati alla cultura e alla storia recente, poiché vivevano nel continuo terrore di essere considerati “franchisti”. La conseguenza è stata che negli ultimi anni del XX secolo, il dominio della sinistra sui media, la cultura e l’educazione, è diventato ancora più forte in Spagna che in molti altri paesi occidentali. Molti argomenti e diversi temi sono diventati tabù, anche se la libertà d’espressione ha continuato ad esistere nel complesso del Paese, con l’eccezione parziale delle università».

Per saperne di più clicca qui

Il punto a mio avviso interessante è questo: Payne, che ha una lunga carriera in varie università Usa, pone l’accento su uno snodo importante e cioè che da molti anni esiste, di fatto, una nutrita schiera di accademici che di fatto condizionano e orientano gli studi storici in una determinata direzione. La scoperta dell’acqua calda? Forse. Oppure non tanto visto che anche il solo ipotizzare l’esistenza di quella che Marcello Veneziani in un saggio illuminante ha chiamato La Cappa può comportare serie conseguenze nelle carriere accademiche per chi c’è dentro oppure, per chi ne è fuori, l’accusa di complottismo. 

L’estate 2026 è stata caratterizzata dalle polemiche per il caso Jason Arday, il più giovane insegnante di colore assurto ad una cattedra alla prestigiosa università inglese di Cambridge. Va bene che l’insegnamento di cui era titolare non era di primissima fascia – sociologia dell’educazione – ma è anche vero che i modi con i quali Arday è stato velocemente cooptato non hanno retto alle più elementari verifiche così come il suo curriculum e le sue pubblicazioni, in entrambi i casi ricchi di forzature, affermazioni inverosimili, plagi ecc. ecc. Non trascurabile è poi il fatto che il docente che ha fatto le pulci ad Arday ha avuto vari problemi mentre intorno al millantatore – che, smascherato, si è suicidato il 14 agosto – si schierato un composito e agguerrito schieramento che, ovviamente, ha subito sfoderato l’immancabile accusa di “razzismo” contro i sempre più numerosi e documentati critici del docente scomparso. Nessuna sorpresa così come non stupisce che nessuno dei difensori di Arday sia mai entrato nel merito delle contestazioni (tenete a mente questo punto perché ci torneremo a fine articolo) preferendo far valere la forza del numero e della carta “razziale”. Per una volta lo schema non ha funzionato (per lo meno del tutto) ma questo non vuol dire che abbia invece fatto il suo lavoro egregiamente in passato e che non possa farlo anche in futuro.

Del resto, da tempo, girano ricerche e statistiche che certificano un dato inequivocabile: così come rilevato da Payne per la Spagna, anche in altre realtà il mondo universitario è compattamente schierato con il fronte progressista, con evidenti riflessi sulle visioni e le impostazioni storiografiche. Nelle scorse settimane, in Italia, hanno fatto discutere le dichiarazioni del presidente del Partito Democratico, Stefano Bonaccini che ha rilanciato in un’intervista un vecchio tema caro alle sinistre: gli elettori di destra sarebbero tendenzialmente poco istruiti, con scarso reddito e vivono fuori dalle grandi città. C’è un legame tra questo pregiudizio e la consolidata sovra rappresentazione del fronte progressista nelle università? Può essere mentre è certo che la strabordante presenza di docenti e ricercatori universitari di idee progressiste e di sinistra è un dato di fatto che non può non avere ricadute sulla ricerca e sulle interpretazioni storiografiche. Negli Stati Uniti il fenomeno è monitorato da tempo (in Italia non ci hanno neanche provato…), i risultati sono inequivocabili e indicano una forte prevalenza di professori orientati verso l’area democratica o progressista, con rapporti stimati fino a 17 a 1 rispetto a quelli che possono essere considerati docenti di area conservatrice. Il divario è meno evidente nelle facoltà scientifiche e più accentuato in quelle umanistiche, specie in quelle storiche. Una ricerca su 40 atenei statunitensi, condotta nel 2016, ha rivelato che la discrepanza tra i due gruppi considerati è molto più bassa nei dipartimenti di Economia (4,5:1) e molto più alta proprio dove si studia la Storia (33,5:1). Altre ricerche più recenti forniscono dati leggermente diversi, non tali però da ribaltare i risultati emersi nel 2016.

Ovvio quindi che questa sproporzione abbia pesanti ricadute non solo sulla ricerca (che evidentemente predilige determinati approcci ed esclude a priori altri temi) ma pure sulla divulgazione storica. Anche quella che viaggia lungo la nuova frontiera del Sapere: l’Intelligenza Artificiale. Un caso per tutti: a fine agosto un seguitissimo account su X ha fatto un esperimento molto interessante: ha chiesto a Gemini, l’intelligenza artificiale di Google perché nelle sue risposte tende a privilegiare interpretazioni e visioni riconducibili al progressismo e agli ambienti di sinistra. La risposta è stata di una sincerità disarmante: «I dati di addestramento provengono in gran parte da pubblicazioni accademiche, enciclopedie on line, grandi testate giornalistiche e documenti istituzionali. Poiché molti di questi ambienti tendono statisticamente ad adottare prospettive progressiste o linguaggi allineati con le posizioni democratiche su temi sociali e scientifici (come il cambiamento climatico o i diritti civili), l’IA riflette quel tipo di consenso nei suoi riassunti». Ho posto la stessa domanda a Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da Elon Musk per il social X (ex Twitter) e la risposta è stata non meno interessante: «L’osservazione è corretta e non è un’impressione isolata: diversi studi empirici degli ultimi anni mostrano che la maggior parte dei grandi modelli linguistici conversazionali (ChatGPT, Gemini, Claude e altri) produce, su temi storici e politici, riassunti e interpretazioni che tendono verso cornici progressiste o di sinistra. Un esempio concreto e recente riguarda proprio la storia. Uno studio pubblicato su PNAS Nexus nel 2026 ha fatto leggere a circa 1.900 persone riassunti di eventi storici americani (uno sciopero operaio e proteste studentesche) generati da GPT-4o oppure da Wikipedia. I riassunti dell’IA, pur restando fattualmente accurati, spostavano le opinioni dei lettori in direzione più liberale rispetto a Wikipedia».

Interessante anche la spiegazione tecnica che Grok dà del fenomeno: «Non è un complotto consapevole di “l’IA”. È il risultato combinato di tre fattori strutturali». Il primo elemento da considerare, secondo Grok, è quello che già conosciamo: l’intelligenza artificiale si nutre di ciò che trova e quello che trova è prevalentemente di un certo tipo. Il secondo elemento è invece meno scontato: «Dopo il pre-addestramento i modelli vengono “addestrati a essere utili e sicuri” tramite feedback umano (fine-tuning). Gli annotatori e le linee guida di safety tendono a privilegiare risposte che evitano certi tipi di “danno” (offendere gruppi considerati vulnerabili, sembrare “retrive”, ecc.). Vari paper mostrano che i modelli base sono più neutri o incoerenti, mentre dopo il fine-tuning l’inclinazione a sinistra aumenta in modo sistematico». Terzo elemento, strettamente connesso al primo: «I ricercatori e le aziende che sviluppano questi sistemi operano in ambienti (università americane, Silicon Valley) dove le posizioni progressiste sono largamente maggioritarie. Il risultato è che le definizioni di “sicurezza”, “equità” e “accuratezza” incorporate nel processo riflettono quel clima culturale». Grok tiene anche a sottolineare però che non è detto che «ogni interpretazione progressista sia “sbagliata”. Molte critiche alla storiografia tradizionale (imperialismo, schiavitù, esclusione delle donne, ecc.) sono basate su evidenze reali. Il problema è lo sbilanciamento: quando quasi tutte le fonti recenti usano lo stesso schema interpretativo, il modello lo tratta come default e fatica a presentare con lo stesso peso letture alternative». Del resto, sottolinea ancora Grok (che rivendica maggior equilibrio rispetto ad altre intelligenze artificiali) «l’IA non “pensa” ideologicamente. Calcola probabilità su ciò che ha visto. Se domani la produzione accademica e giornalistica cambiasse composizione, cambierebbero anche le risposte medie dei modelli».

Anche l’AI più nota e cioè Chat GPT, interrogata a sua volta, risponde sostanzialmente allo stesso modo. La percezione di un “certo orientamento a sinistra” è “abbastanza comune” «ma la premessa va qualificata: l’IA non ha necessariamente una preferenza ideologica per le interpretazioni progressiste o di sinistra. Può però produrre risposte che sembrano inclinate in quella direzione, per diverse ragioni». Anche in questo caso il primo argomento è quello che già si è visto: i “dati di addestramento” sono rappresentanti da «enormi quantità di testi prodotti da esseri umani. Nel materiale disponibile online e nelle pubblicazioni contemporanee sono molto presenti determinate convenzioni accademiche e culturali, comprese quelle progressiste. Il modello tende a riprodurre le regolarità statistiche che incontra». Inoltre, posto che «nelle discipline storiche alcune interpretazioni sono oggi maggioritarie nelle università occidentali, un modello può confondere, per così dire, “l’interpretazione più diffusa tra gli studiosi” con “l’interpretazione corretta”. Ma – ammette Chat GPT – maggioranza accademica e verità storica non sono necessariamente la stessa cosa». Come già segnalato da Grok, anche qui si rimarca poi che «i modelli vengono addestrati anche a evitare formulazioni che possano risultare discriminatorie o estremiste.

Questo può portarli a usare un linguaggio più vicino alle sensibilità contemporanee, soprattutto quando si parla di razza, colonialismo, genere, nazionalismo o religione». Le ammissioni dell’AI continuano quando Chat GPT sottolinea che «una risposta può descrivere una posizione progressista come “la ricerca mostra…” e una posizione conservatrice come “alcuni sostengono…”. Anche quando entrambe hanno argomenti seri, questa scelta linguistica crea un’evidente impressione di parzialità». Ad aumentare la naturale inclinazione verso sinistra dell’AI concorre poi un’altra considerazione, ancora una volta basata sulla statistica: «Un modello tende a privilegiare ciò che è frequentemente affermato e facilmente verificabile. Le interpretazioni revisioniste o minoritarie, anche quando sono legittime, possono quindi essere rappresentate meno favorevolmente semplicemente perché hanno meno presenza nei dati. Detto questo, c’è una distinzione importante: “interpretazione progressista” non significa automaticamente “falsa”, così come “interpretazione conservatrice” non significa automaticamente “revisionista corretta”. La questione interessante è se il modello sappia distinguere fatti documentati, interpretazioni prevalenti, interpretazioni minoritarie e giudizi normativi».

Chiarito che l’Intelligenza Artificiale, ormai il principale vettore globale di informazioni, è dichiaratamente molto influenzata dalla produzione scientifica prodotta dalle università e che queste sono, in molti paesi, egemonizzate da studiosi tendenzialmente orientati in senso “progressista”, ne consegue che tutto questo ha ricadute evidenti anche sulla divulgazione storica. E qui torno all’articolo di Stanley Payne per Figaro Histoire perché, per chiudere il cerchio, bisogna ricordare un ultimo aspetto, non secondario. E cioè: come opera – a volte… – la casta degli storici universitari quando viene messa di fronte ad un evento imprevisto, una voce dissonante che magari non arriva neanche dall’accademia ma dal mondo del giornalismo oppure da quello dei cosiddetti “ricercatori indipendenti” che hanno il difetto di non aver affrontato un concorso universitario? La casistica è ricca, anche qui in Italia: basterà ricordare le furibonde reazioni che hanno accolto e accompagnato il lavoro di Renzo De Felice (che accademico, e pure “barone” universitario, era…) ma anche quello di giornalisti e storici come Franco Bandini prima e Giampaolo Pansa poi. Payne ricorda invece il caso, tutto spagnolo, di Pio Moa che dal 1999 ad oggi ha scartavetrato molti luoghi comuni sulla Guerra civile spagnola, intaccando la narrazione prevalente, fortemente ideologizzata e sbilanciata a sinistra, che vuole quel conflitto, come si è detto, come una lotta – sfortunata – tra Bene e Male, tra Democrazia e Totalitarismo. Secondo Payne il lavoro di Moa non solo è il contributo «più importante e il più originale della recente storiografia spagnola» ma dà prova «non solo di audacia e di originalità analitica, ma anche di un talento letterario inusitato, che contrasta con lo stile pesante e goffo di tanti storici spagnoli». 

La reazione alle ricerche di Moa è stata, inevitabilmente, furiosa e scomposta: «Il corpo docente di sinistra – ricorda Payne – si è indignato, e la veemenza della sua condanna, apparentemente unanime, ha intimidito chiunque avesse voluto provare a dire una parola a favore di Pio Moa. Ciò che è notevole nel diluvio di insulti che ha ricevuto, è che non c’è stato praticamente dibattito o una critica seria sulle interpretazioni e i dati di fatto sottolineati dall’autore. Al contrario, la critica si è concentrata, in uno stile tipicamente spagnolo, su attacchi ad hominem. Quelle critiche esagerate hanno messo soprattutto l’accento sulla mancanza di titoli universitari di Pio Moa, insistendo spesso sul fatto che solo un “professore” poteva produrre un lavoro storico valido. Un argomento assurdo visto che la maggior parte dei professori di storia spagnoli non sono altro che dei burocrati opportunisti che pubblicano ricerche striminzite, e spesso neanche quelle». Payne sbaglia solo su un punto, quando cioè considera il trattamento riservato a Moa da ampi settori del “sistema accademico mediatico” spagnolo come un tratto caratteristico di quell’ambiente e di quella nazione. Purtroppo non è così…

Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/

Tags: intelligenza artificialestoriaStoria in rete
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