Partiamo da una petizione on line. Una petizione lanciata su Change.org e che chiede di fermare un’iniziativa culturale che rischia di essere molto divisiva. Infatti, sembra che l’amministrazione comunale di Gela, una città di circa 70 mila abitanti, in provincia di Caltanissetta, stia valutando il progetto di un museo dedicato allo sbarco anglo-americano del luglio 1943, sbarco che ebbe tra i protagonisti il generale statunitense George Smith Patton, uno dei più celebri e pittoreschi comandanti alleati della Seconda Guerra mondiale. I promotori, privati, dell’iniziativa hanno anche proposto di dedicare il nuovo museo proprio a Patton. Ma Patton, noto per la sua irruenza, le sue veloci avanzate, i suoi rapporti diretti con i soldati e conflittuali con i superiori, ha una biografia molto controversa le cui pagine più buie riguardano proprio le sue “gesta” in Sicilia nell’estate 1943.

Il 10 luglio 1943 scattò l’operazione Husky, una delle operazioni militari più importanti della Seconda guerra mondiale, che vide lo sbarco sulle coste meridionali della Sicilia di due armate anglo-americane: l’8° armata inglese al comando del generale Bernard Law Montgomery e la 7° armata statunitense al comando del generale Patton. In poco più di un mese l’intera isola fu occupata e sicuramente lo sbarco ebbe un ruolo anche nella caduta del regime fascista il successivo 25 luglio 1943. Non si trattò per gli anglo-americani di una passeggiata: infatti, soprattutto nei primi giorni di combattimento, forse anche per l’esasperazione dovuta alla inaspettata resistenza italo-tedesca, i soldati alleati, specialmente quelli americani, si macchiarono di diversi crimini non solo contro i soldati nemici fatti prigionieri ma anche nei confronti della popolazione civile.

Così come in altri casi, c’è voluto molto tempo perché gli eccidi alleati in Sicilia venissero conosciuti e studiati. Si tratta, incredibilmente, di acquisizioni abbastanza recenti: i primi libri sull’argomento sono stati pubblicati dopo il Duemila anche se di quelle stragi c’era già traccia negli atti di alcuni processi celebrati dalla stessa giustizia militare statunitense a ridosso dei fatti. Ma anche la memoria popolare ha conservato a lungo il ricordo di quegli eccidi e, nonostante il passare dei decenni, si è rivelata uno strumento essenziale per la ricostruzione storica di quanto avvenuto. In tutto questo, le responsabilità di Patton sembrano schiaccianti. Molti soldati americani testimoniarono che, alla vigilia dello sbarco in Sicilia, il generale aveva voluto “caricare” psicologicamente i suoi uomini con discorsi incendiari. Ecco le parole che sono state attribuite a Patton: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali
Parole purtroppo prese alla lettera da alcuni soldati americani. E abbiamo anche la prova che lo stesso Patton era cosciente che i suoi uomini avevano ascoltato con attenzione il suo discorso: infatti, il ricercatore storico Giovanni Ciriacono – nipote di una delle vittime civili dei “liberatori” – ha rintracciato anni fa uno scambio di lettere tra Patton e il suo vice Bradley in cui il primo cercava di dissuadere Bradley dal rendere pubblica la vicenda di Biscari. Quello di Biscari, non a caso, è il più noto e grave tra gli eccidi commessi dagli americani in Sicilia nell’estate 1943. Dopo una dura battaglia per la conquista dell’aeroporto di Biscari, il 14 luglio i soldati di Patton trucidarono in spregio di ogni legge di guerra ben 90 persone: 76 prigionieri di guerra italiani, 4 artiglieri tedeschi e dodici civili. Tra i militari trucidati i più giovani avevano poco più di vent’anni, il più anziano quarantotto; non c’erano tra loro ufficiali, erano quasi tutti soldati di truppa, per lo più originari del nord Italia. Solo nel 2009, con la pubblicazione del libro “Uccidi gli italiani” di Andrea Augello è stato possibile dare un nome a quelle vittime dimenticate per decenni e delle quali, ancora oggi, non sono stati recuperati i corp
Due i principali responsabili delle uccisioni di quel giorno: il capitano John Compton e il sergente Horace West. Entrambi facevano parte del 180° reggimento di fanteria e durante il processo che li condannò a pene mai scontate, chiamarono in causa Patton. West disse ai giudici “Avevamo l’ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi” mentre il capitano Compton fu ancora più esplicito: “Li ho fatti uccidere perché questo era l’ordine di Patton. Giusto o sbagliato, l’ordine di un generale a tre stelle, con un esperienza di combattimento, mi basta. E io l’ho eseguito alla lettera”. Va anche ricordato che lo stesso Patton, ammise di aver ecceduto con le parole ma solo con quelle. Prima di morire in un incidente d’auto, in Germania, poco dopo la fine della guerra, il generale aveva confidato ad un ispettore del Ministero della Guerra che indagava sui fatti di Biscari, che in effetti aveva tenuto un discorso abbastanza sanguinario ma di averlo fatto solo per stimolare lo spirito combattivo della 45th Infantry Division, che si trovava per la prima volta sotto il fuoco nemico. Ma negò di aver incitato all’uccisione di prigionieri.
In quelle settimane ci furono molti altri episodi drammatici: a Vittoria vennero fucilati senza ragione 12 civili, a Comiso furono uccisi dopo la resa 60 prigionieri tedeschi e 50 italiani, a Piano Stella, in provincia di Agrigento, il 13 luglio fu trucidato un gruppo di contadini, a Canicattì furono uccisi 8 civili per mano di un ufficiale americano… Un elenco molto parziale di stragi tutte impunite visto che non è mai stata fatta alcuna inchiesta giudiziaria neanche da parte della giustizia italiana, negli anni molto solerte a perseguire, giustamente, gli eccidi commessi dai tedeschi ma distratta oltre il lecito quando gli eserciti da chiamare in causa erano altri…
Dietro la petizione lanciata dal giornalista e ricercatore storico Massimo Lucioli ci sono anche queste vicende che l’amministrazione comunale di Gela sembra non conoscere o, comunque, pare non aver considerato a sufficienza. In realtà, l’iniziativa è partita da un’agenzia di comunicazione che si chiama Mediatica, world company ideas che si vanta di organizzare e produrre eventi mediatici in Italia e nel mondo. Mediatica ha promosso il suo progetto – che ha trovato come detto una sponda nel Comune di Gela – presentandolo come l’occasione per creare un Museo della Liberazione e della Pace. Ma nel bozzetto grafico che mostra come sarà l’edificio si legge chiaramente che sulla facciata campeggerà la scritta “Gela Patton Museum” e, nel piazzale, faranno bella mostra di sé un carro armato americano e un mezzo da sbarco con soldati Usa con tanto di bandiera a stelle e strisce che garrisce al vento. Ecco perché sui social, Mediatica presenta il nuovo museo anche come il “Museo dello Sbarco”. E così siamo a tre denominazioni diverse. A conferma della confusione e superficialità del progetto di Mediatica e di chi lo appoggia, a cominciare dall’amministrazione di Gela, bisognerà ricordare anche che è prevista anche una epigrafe dal tono fortemente simbolico: “Gela 1943. Da qui è iniziata la libertà.”
Insomma, oltre ad una discreta confusione, siamo di fronte ad un vero e proprio trionfo della sudditanza psicologica, storica e culturale ad un esercito straniero che si è comportato come abbiamo visto, e non solo in Sicilia. Tempo fa, Storia In Rete ha dedicato la copertina del suo n. 47 al tema deiLiberatori senza gloria proprio per ricordare i tanti misfatti e crimini che hanno accompagnato la guerra dei vincitori. Sui bombardamenti sull’Italia c’è anche uno speciale disponibile in formato digitale – Bombe sull’Italia – mentre sugli stupri di massa da parte delle truppe coloniali francesi c’è il fascicolo n. 156 della nostra rivista, dedicato alle “marocchinate”, tema sul quale ricordo anche una puntata di questa newsletter. Questo e altro dovrebbe far riflettere sulla sudditanza psicologica collettiva che affligge l’Italia come l’intera Europa quando si ripensa alla Seconda guerra mondiale e ad uno dei miti più forti e ingannevoli prodotti dalla propaganda. Il “mito” dei liberatori che maschera una realtà che, come sempre, è molto più prosaica e brutale: una nazione tenta di soggiorgarne un’altra per avere il controllo delle sue infrastrutture, della sua economia, delle sue scelte politiche e magari poterne sfruttare risorse e posizione geopolitica. E invece, da decenni, dobbiamo fare i conti con l’icona del soldato americano che ha rappresentato l’arrivo della libertà e che distribuisce generosamente dolciumi, sigarette e razioni di cibo. L’ America, sostiene la propaganda, ha mandato la crema della sua gioventù in tutto il mondo, non a conquistare ma a liberare, non a terrorizzare ma ad aiutare. Grazie alla propaganda martellante che ha “bombardato” il mondo per ottant’anni, l’opinione pubblica occidentale ha, in linea di massima, fatto propria, come verità di fede, questa oleografia storico-militare, tanto che, a lungo, nessuno ha mai pensato di sottoporre a verifica l’effettivo comportamento dei presunti “arcangeli della libertà e della democrazia”. Questo è certamente uno dei motivi per cui la popolazione siciliana, pur senza dimenticare l’accaduto, ha faticato a creare una memoria comune rallentando e ostacolando di fatto il lavoro degli storici.
Come si è detto, da alcuni anni la situazione è cambiata: fatti e responsabilità sono stati accertati, documentati e pubblicati e quindi iniziative come quella di Gela risultano ancora più fuori registro. E’ anche vero che pochi giorni fa il sindaco di Gela, Giuseppe Terenziano di Stefano, ha scritto a Lucioli per precisare che ancora «non è stata adottata alcuna deliberazione né alcun atto formale di intitolazione del costituendo Museo dello Sbarco di Gela al Generale George S. Patton. La proposta attualmente in fase di elaborazione e presentazione è finalizzata esclusivamente alla partecipazione a un avviso pubblico per l’ottenimento di un finanziamento destinato alla realizzazione di un Museo dello Sbarco nella Città di Gela, con l’obiettivo di valorizzare un momento storico di rilevanza internazionale che ha interessato direttamente il nostro territorio». E poi: «Qualora il Comune di Gela dovesse risultare beneficiario del finanziamento per la realizzazione del Museo dello Sbarco, l’Amministrazione comunale si impegna sin d’ora a promuovere un percorso di confronto e partecipazione pubblica, coinvolgendo il Comandante Massimo Lucioli, i sottoscrittori dell’istanza e tutti i soggetti interessati, al fine di condividere ogni eventuale decisione futura relativa alla denominazione del museo». Quindi, sotto la pressione mediatica – la petizione ha avuto finora più riscontri di stampa che adesioni, ferme ad oggi a poco più di duemila sottoscrittori – il sindaco di Gela ha rallentato senza comunque escludere a priori che il museo possa essere effettivamente intitolato a Patton e ribadendo di fatto che l’operazione ha lo scopo di enfatizzare quella che è stata, a tutti gli effetti, una invasione. Piaccia o no.
Infatti, come si legge nel testo della petizione, un museo dedicato a Patton oppure ai “liberatori statunitensi” «ha sollevato più di una perplessità per il carattere fortemente celebrativo, fuorviante e semplificato della narrazione proposta. Il punto sollevato da diversi osservatori è semplice: è opportuno dedicare un museo a un comandante militare straniero senza considerare anche il comportamento delle truppe che operavano sotto il suo comando? Intitolare un museo a Patton potrebbe essere percepito come una celebrazione di una figura che, per molti, simboleggia la violenza e la distruzione subite dalla Sicilia e dall’Italia durante la guerra». Lucioli, nel motivare la sua iniziativa, osserva anche che «È importante che il museo rifletta e onori la storia e la cultura d’Italia, della Sicilia e di Gela, celebrando le loro ricche tradizioni, piuttosto che associazioni con figure militari straniere e controverse. Propongo invece di dedicare il museo a figure locali che hanno contribuito positivamente alla cultura, alla storia o alla scienza, oppure che sia dedicato alla divisione “Livorno” immolatasi integralmente, nel 1943, per difendere il suolo della Patria!».
E questo è forse l’aspetto centrale di tutta la questione: chi decide di celebrare una figura controversa come Patton che idea ha delle sue vittime? E come valuta l’azione dei reparti del Regio Esercito che contrastarono l’invasione con un’energia che stupì i comandanti anglo-americani? Fu una resistenza disperata, costata molte migliaia di morti. Soldati italiani che sarebbe curioso vedere che posto avrebbero (o avranno) in un museo che dovrebbe celebrare Patton e soprattutto lo sbarco in Sicilia del luglio 1943.
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





