Quattro anni fa, il commentatore politico Matt Walsh produsse un documentario intitolato “What is a Woman?” Consisteva essenzialmente in interviste a varie persone in cui Matt, tutto a un tratto, chiedeva ai vari interlocutori di definire il significato della parola “donna”. Era una semplice domanda che avrebbe dovuto generare una semplice risposta, ma che invece creava spesso imbarazzo, silenzi, irritazioni e critiche.
Qual era il problema? Un gran numero di persone intervistate – specialmente intellettuali, attori, giornalisti, insegnanti – si trovava immediatamente in imbarazzo. Queste persone non potevano fornire risposte ragionevoli, tipo “femmina umana adulta con organi riproduttivi e cromosomi XX”, perché questa definizione avrebbe escluso le persone affette da disforia di genere, e cioè i maschi che si sentono femmine – una categoria oggi protetta e celebrata nel mondo progressista-woke. Ma non avevano nemmeno il coraggio di dire quello che veramente pensavano, e cioè che ogni persona, in ogni età, aveva il diritto di dichiararsi “donna”.
Il risultato di queste interviste era spesso assai comico, con interlocutori che balbettavano risposte senza senso, cercavano di cambiare discorso, o si indignavano per avere ricevuto una domanda che ritenevano inappropriata e provocatoria. Ancora oggi, a quattro anni di distanza, la domanda suscita imbarazzi esilaranti.
Il problema si è accentuato recentemente nel mondo sportivo, dove atleti transgender hanno vinto e continuano a vincere centinaia di medaglie nelle competizioni femminili. La questione nasce dal fatto che le atlete transgender, che hanno attraversato la pubertà maschile, cercano di competere con atlete nate donne. Ci chiediamo: In nome dei diritti transgender, ciò dovrebbe essere permesso o mina intrinsecamente il campo di gioco equo che lo sport richiede?
Quello che sappiamo dalla scienza è che i maschi hanno un vantaggio fisiologico rispetto alle donne nelle competizioni che richiedono velocità e forza. Abbiamo già visto questo nel ciclismo femminile. Ci sono decine di donne transgender che gareggiano nel ciclismo femminile, e stanno iniziando a conquistare massimi riconoscimenti e premi in denaro.
Secondo i dati presentati dal comitato Concerned Women for America:
Gli atleti maschi che si identificano come trans hanno rubato oltre 493.173 dollari di premi in denaro alle donne dello sport professionistico
Solo in California, oltre 521 donne e ragazze hanno conquistato soltanto la medaglia d’argento per colpa di un trans autorizzato a competere nella categoria femminile
Maschi che si identificano come trans hanno gareggiato in oltre 10.067 eventi sportivi femminili, sia amatoriali sia professionistici. Decine di migliaia di donne e ragazze sono state danneggiate nelle loro squadre, nelle loro piste e nelle loro classifiche
In particolare, negli USA, l’associazione nazionale del basket femminile (WNBA) è al centro di enormi polemiche, specialmente dopo le recenti dichiarazioni di una delle atlete più famose, Sophie Cunningham (nella foto), che ha scatenato un importante dibattito sulla WNBA dopo aver espresso pubblicamente la sua opposizione alle donne transgender che gareggiano negli sport femminili, dichiarando di voler proteggere le “ragazze giovani” dal competere contro “uomini biologici”.
A questo caos si sono aggiunte le richieste di due famosi giocatori maschi, Enes Kanter Freedom e Royce White, di entrare a far parte della WNBA. Sono naturalmente richieste comiche e provocatorie, per sostenere il disagio esposto da Sophie Cunningham e sottolineare che la WNBA non ha il coraggio di definire con chiarezza il significato di “donna”.
Anche il più famoso trans americano – Caitlyn Jenner, in precedenza Bruce – ha appoggiato la provocazione di Kanter e White, dichiarando che i due vogliono giustamente mostrare l’ipocrisia della WNBA, che non ha il coraggio di stabilire regole precise, basate sui cromosomi, per dirigere lo sport femminile.
Caitlyn Jenner dimostra che si può essere trans senza necessariamente voler creare caos e ingiustizia nello sport femminile, che va protetto.
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