L’anno scorso in spiaggia avevo letto “Umiliati e offesi“ di Dostojevski : un classico impegnativo della letteratura russa. Ma quest’anno ho scoperto, essendo io di destra, di appartenere ad una categoria di ignoranti e senza cultura. Così “Ipse dixit” il presidente del PD nazionale. (signor Bonaccini, le spiego, la frase è in latino e significa “egli stesso disse”).
Così io mi sono adeguato ed in spiaggia quest’estate ho letto la biografia di Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi; un testo più semplice ed alla mia portata di uomo di destra.
Eppure , nella sua semplicità, Lino Banfi riesce a raccontare la sua vita, che racchiude la storia della nostra piccola patria, dai bombardamenti tedeschi sulla Puglia, che ignoravo, fino ai giorni nostri ai tempi dei governi Berlusconi.
Il comico pugliese ha avuto una vita certamente non avventurosa ma caratterizzata da continui sacrifici fino a soffrire la fame pur di perseguire i suoi sogni. Da giovane è arrivato a farsi operare di tonsille nell’ospedale militare di Baggio, a Milano, pur di avere per due settimane un tetto sotto cui dormire e due pranzi al giorno. Si è riparato nei vagoni fermi alla Stazione Centrale nelle notti più fredde d’inverno arrivando a commettere piccoli illeciti pur di sopravvivere, sempre con l’idea in testa di affermarsi come attore comico. E ci è riuscito, insegnandoci che se si ha un’idea in testa nella vita nulla ci può essere precluso.
L’altro insegnamento riguarda il senso della famiglia: se ami davvero, puoi essere circondato dalle più belle femmine del pianeta, ma rimarrai fedele alla donna che ti sei scelto. Proprio per i valori espressi , Banfi si è affermato negli ultimi anni come simbolo di “Nonno d’Italia”.
La sua comicità, per quanto “scollacciata” non è mai stata volgare, e ci voleva poco a superare il limite.
Raggiunta la grande notorietà , dopo anni di sacrifici, un altro ostacolo gli si pose davanti.
Nel 1996, durante il governo di Romano Prodi, un suo programma in Rai venne sospeso dopo tre puntate, perché gli indici di ascolto erano di poco al di sotto delle attese.
“Penso sinceramente che in tutta quella storia pagai la mia vicinanza al centrodestra e l’amicizia con Silvio Berlusconi.”
In Rai , Banfi veniva soprannominato “Pancetta nera”, perché si venne a sapere che il padre durante il ventennio era stato fascista, come la stragrande maggioranza di tutti gli Italiani.
Da uomo intelligente e non di parte , Banfi ha sempre guardato l’uomo e non l’ideologia, apprezzando anche Veltroni, Raggi e Renzi. Ma approdando poi negli ultimi tempi a Giorgia Meloni.
“Ho stimato molto Pinuccio Tatarella ,uomo di ampie visioni e pugliese doc.”
Ma Banfi, nonostante la ferita subita in Rai, fu superiore e andò avanti senza troppe lamentele, senza vittimismi. Non fece per intenderci il Ranucci della situazione , per il quale basterebbe leggere la favola (non la vitola) di Fedro “La rana ed il bue”, per avere un’esatta descrizione di ciò che è accaduto.
Raggiunta la tarda età sono toccanti le pagine sulla malattia della moglie, sul tumore che colpì la figlia, sugli incontri con gli ultimi tre papi, negli ultimi anni della loro vita.
“Faccio ridere, faccio commuovere, sì ma quanto dura?
Be’ , basta. Cancellate tutto quello che ho detto , “raghezzi”,
sennò sono “chezzi”.
Lino Banfi, 90, Non mi fai paura, HaperCollins 2026. Pp. 336, euro 20.00





