C’erano una volta i grandi inviati, personaggi come Malaparte, Vittorio G. Rossi, Montanelli, Appelius, Barzini jr, Vergani, Santi Sorrentino, Barilli, Lilli. Penne aguzze e cuori coraggiosi che in tempi difficili partivano per ogni dove per raccontare ai loro lettori — molto sedentari, viaggiare allora non era di moda — le genti, gli eventi, il mondo. Tra questa “eletta schiera” si distinse il lodigiano Vittorio Beonio Brocchieri (1902-1979), “l’inviato volante”, detto anche, “el matt”, perché la sua specialità erano i reportage “dal cielo”, nel senso che usava per i suoi viaggi nei luoghi più remoti della Terra l’aereo, un solido (?) biplano Caproni. Da qui tanti articoli che poi divennero libri di successo come “Da solo attraverso i cieli,” “Dall’uno all’altro Polo”, “Cieli d’Etiopia”, “In volo attraverso i secoli” e, last but not least, “Al vento delle steppe. Viaggio nell’impero di Stalin”, ora meritamente ristampato da Piante editori.
Pubblicato per la prima volta nel 1935 da Hoepli — un marchio illustre ora sepolto dai pessimi eredi di Ulrico —, il volume racconta il lunghissimo volo di Brocchieri, giornalista del Corriere, attraverso l’Unione Sovietica. E qui una prima sorpresa. Come mai l’occhiuto regime stalinista permise nel 1934 ad un curiossimo italiano di sorvolare l’intero Paese? La risposta la potete trovare nel denso saggio di Maria Teresa Giusti, “Relazioni pericolose. Italia fascista e Russia comunista” (Il Mulino, Bologna 2023), un’indagine storiografica sui fruttuosi quanto inattesi rapporti commerciali e politici tra l’Italia fascista e lo Stato bolscevico. Con buona pace degli ingenui e dei fanatici, in nome degli affari — pecunia non olet — e della real politik i due regimi si spalleggerono reciprocamente sino al 1941. Poi il disastro che sappiamo…
Torniamo a Brocchieri e al suo interminabile raid (17mila chilometri in tutto) sul Paese dei Soviet. Nel suo epico volo da Odessa al Pacifico, il giornalista tratteggiò con sguardo da vero etnografo panorami e sentimenti diversi e contradditori — la carestia ucraina, le usanze dei nomadi siberiani, l’industrializzazione massiccia, l’intreccio tra l’utopia internazionalista e l’atavico nazionalismo russo, il lavoro forzato in Siberia etc. — e ne trasse un grande affresco ancor oggi assolutamente godibile (e assai utile per comprendere la Russia attuale). In più il libro è impreziosito da tre cammei, tre incontri straordinari quanto rivelatori sul “paradiso” staliniano. Ed ecco allora Maksim Gor’kij, acciacato padre del realismo socialista, la sconsolata vedova di Lenin e il figlio di Lev Tolstoj, il malinconico Sergej.
Ricordiamo che Vittorio, oltre alla passione del volo, poteva vantare una cultura scientifico-filosofica ben superiore a quella dei suoi colleghi. Plurilaureato — giurisprudenza, dottrine politiche, filosofia—, un incarico neppure ventenne all’università di Pavia, fu tra i primi a divulgare l’opera di Oswald Spengler in Italia. Morì che aveva superato i settant’anni, da professore emerito di Storia delle dottrine politiche, nonché fondatore del Centro studi dei popoli extraeuropei. Insomma, un’altro italiano straordinario che merita d’essere letto, raccontato e ricordato.
Vittorio Beonio Brocchieri, “Al vento delle Steppe. Viaggio nell’impero Stalin” (introduzione di Antonio Armano), De Piante Editore. Ppgg. 352, 25 euro.





