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Vittorio Feltri/ La tragedia balcanica, i funerali di Ratko Mladic, l’ipocrisia dell’Occidente

di Redazione
31 Agosto 2026
in Rassegna Stampa
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Vittorio Feltri/ La tragedia balcanica, i funerali di Ratko Mladic, l’ipocrisia dell’Occidente
       

Il 23 gennaio 1995 il Giornale che dirigevo pubblicava l’intervista che il nostro inviato era andato a strappare a Pale, dietro le montagne bianche di Sarajevo, a Radovan Karadi. Il capo dei serbo-bosniaci rideva, si accarezzava la chioma, scherzava sulla sua parrucchiera, una croata cattolica di nome Ljudica, offriva all’Italia la Dalmazia in cambio del riconoscimento e diceva una frase sola che contava: «Con i musulmani vivere è impossibile». Il giorno prima quello stesso giornale aveva chiamato Ratko Mladic il boia dei Balcani. Sei mesi dopo arrivò Srebrenica: ottomila musulmani bosniaci ammazzati a freddo in tre giorni.
Mladic è morto giovedì all’Aja, a 84 anni, con addosso un ergastolo per genocidio confermato in appello nel 2021. Karadi, il poeta con la chioma, sconta l’ergastolo dal 2019. Munira Subai, che parla per le Madri di Srebrenica, ha commentato: «Oggi è morto un grande criminale di guerra, il criminale dei Balcani». Ne ha tutto il diritto: chi ha perso un figlio in quelle tre giornate può dire anche di peggio.

Fin qui siamo tutti d’accordo. E quando siamo tutti d’accordo io comincio a insospettirmi.

La notizia vera non è la morte di un vecchio malato. È che la Serbia gli farà funerali «con tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto», parola del ministro della Giustizia Nenad Vuji. E il presidente Aleksandar Vui, l’uomo con cui l’Europa tratta ogni santo giorno, si è indignato non per il genocidio ma perché all’Aja non hanno lasciato che il generale morisse a casa sua: «Non capisco questi principi. Non è questa la civiltà di cui ci avevano parlato».
La reazione comoda è: barbari. Quella difficile, l’unica che ci compete, è domandarsi perché un Paese europeo che negozia con Bruxelles non senta come propria quella sentenza. Rispondo: perché a Belgrado sono persuasi che la bilancia dell’Aja pesi diversamente a seconda del passaporto. Quel tribunale ha assolto il croato Ante Gotovina, e ha assolto Naser Ori, il comandante musulmano di Srebrenica. Il 16 settembre emetterà la sentenza su Hashim Thaçi, il capo dell’Uck diventato presidente del Kosovo con la benedizione dell’Occidente. Aspettiamola senza pregiudizi. Ma vale una legge elementare: un tribunale che processa soltanto gli sconfitti non produce giustizia, produce martiri. E i martiri, nei Balcani, si conservano benissimo.


Aggiungo la cosa che nessuno vuole sentire. Quella guerra non l’hanno accesa i serbi da soli. C’era stata una dichiarazione unilaterale d’indipendenza benedetta dagli Stati Uniti e dalle potenze islamiche, con l’Europa divisa come suo costume. In quel conflitto si esercitarono anche i miliziani stranieri della futura Al Qaeda, e le loro decapitazioni stanno agli atti dell’Aja, non nella propaganda di Belgrado. Centomila morti e due milioni di sfollati non li ha prodotti un uomo solo, e i potenti che lasciarono ammazzare gli inermi mentre studiavano come spartirsi i Balcani non hanno mai risposto di niente. Occhio: nulla di questo alleggerisce Srebrenica di un grammo. Chi fa addizioni con i morti degli altri sta mentendo, non ragionando.


Prima di salire in cattedra, però, un’occhiata alla contabilità di casa nostra. Tra il 7 e il 18 febbraio 1945, alle malghe di Porzûs, i gappisti comunisti trucidarono diciassette partigiani della Osoppo, colpevoli di essere partigiani e non comunisti. Tra loro Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo. Il capo, Mario Toffanin detto Giacca, fu condannato all’ergastolo nel 1952 dalla corte d’assise di Lucca, riparò in Jugoslavia e non fece un giorno di galera. Nel 1978 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli concesse la grazia piena, e nessuno osò chiedergli perché. Il Giacca non si pentì mai, non tornò mai, morì nel suo letto nel 1999. Gli onori ai propri assassini non li hanno inventati a Belgrado: da noi la firma la mise il Quirinale.


E veniamo al punto che scotta. Che cosa abbiamo costruito laggiù, dopo due guerre e trent’anni di soldati e di denaro occidentale? Due Stati fragili, la Bosnia e il Kosovo, dove il potere vero ce l’hanno le reti criminali e dove passa la rotta che porta in Europa eroina, armi e uomini. Non sono sospetti da bar. Nel 1996 una commissione del Congresso americano accertò che due anni prima l’amministrazione Clinton
aveva dato il famoso via libera al transito delle armi iraniane verso i musulmani di Bosnia: gli ayatollah armavano, Washington girava la testa, l’Europa applaudiva e chiamava tutto questo diritto internazionale. Non so dire se ci fosse un disegno per separare il continente dal suo polmone slavo. So che quello è il risultato, e che il conto lo paghiamo noi.


Da quelle parti l’Occidente aveva deciso una volta per tutte chi fosse il pericolo: lo slavo. Il musulmano era la vittima da proteggere, il multiculturalismo la bandiera per coprire operazioni che di umanitario avevano il comunicato stampa. Quel riflesso non si è spento: lo ritrovate oggi in Ucraina, con la guerra che macina uomini e i negoziati fermi. Sia chiaro, perché non mi si faccia dire ciò che non dico: nulla di questo rende Putin un agnello, né Mladic un galantuomo. Rende noi dei sonnambuli.


Ernesto Galli della Loggia ha finalmente scritto sul Corriere quello che da quelle parti nessuno osava più scrivere dai tempi di Oriana Fallaci: l’Islam non è soltanto una religione diversa dal cristianesimo, è un modo diverso di intendere la religione, non conosce la laicità, non separa Cesare da Dio. E dove quel principio non esiste, l’integrazione te la puoi sognare, mentre il multiculturalismo diventa il permesso di soggiorno per la sharia. Poi Galli ha domandato perché in Italia di queste cose non si riesca mai a parlare con la necessaria chiarezza. Domanda eccellente, e la risposta stava nella pagina stessa: quel pezzo non è uscito come editoriale, è stato catalogato sotto la voce «dibattito». Persino il dubbio va chiuso in lazzaretto, perché non contagi la linea.

Non sono d’accordo con i serbi, ma li capisco. E però va detto anche a loro: se non si rinuncia all’occhio per occhio, alla fine non restano né occhi né denti. Mladic avrà i suoi onori militari. Noi faremo di peggio: ci sottometteremo ad Allah.

Vittorio Feltri, Il Giornale, 30 agosto 2026

Tags: JugoslaviaSerbiaVittorio Feltri
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