{"id":49033,"date":"2026-08-08T16:22:27","date_gmt":"2026-08-08T14:22:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.destra.it\/home\/?p=49033"},"modified":"2026-08-08T16:22:58","modified_gmt":"2026-08-08T14:22:58","slug":"leggendo-limes-litalia-e-gli-stretti-indispensabili-quando-la-geografia-torna-strategia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.destra.it\/home\/leggendo-limes-litalia-e-gli-stretti-indispensabili-quando-la-geografia-torna-strategia\/","title":{"rendered":"Leggendo Limes\/ L\u2019Italia e gli stretti indispensabili: quando la geografia torna strategia"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><br \/>Ogni carta geografica racconta qualcosa, ma quelle del mare raccontano soprattutto le dipendenze. Basta osservare il Mediterraneo per accorgersi che la libert\u00e0 dei traffici mondiali passa attraverso pochi, stretti corridoi d\u2019acqua. Gibilterra, Suez, B\u0101b el-Mandeb, Hormuz: nomi che per molto tempo abbiamo associato alla geografia e che oggi appartengono sempre pi\u00f9 alla geopolitica.<br \/>Il nuovo numero di Limes significativamente intitolato \u201cGli stretti indispensabili\u201d, offre l\u2019occasione per riflettere su una questione che riguarda l\u2019Italia molto pi\u00f9 di quanto comunemente si percepisca. La rivista richiama l\u2019attenzione sulla fragilit\u00e0 di quei passaggi marittimi dai quali dipendono commercio e prosperit\u00e0 mondiali e, in particolare, sulla necessit\u00e0 per il nostro Paese di mantenere aperti i canali di sbocco e di approvvigionamento indispensabili al funzionamento della sua economia.<br \/>Ma il problema va oltre la contingenza internazionale. Per una penisola protesa nel Mediterraneo, povera di materie prime e fortemente dipendente dalle rotte marittime, la libert\u00e0 del mare non \u00e8 un principio astratto: \u00e8 una condizione della propria sicurezza e della propria prosperit\u00e0.<br \/>Per alcuni decenni abbiamo avuto l\u2019impressione che la globalizzazione avesse quasi cancellato la geografia. Le merci attraversavano gli oceani, le catene logistiche si allungavano da un continente all\u2019altro e il mare appariva come un immenso spazio aperto nel quale la libert\u00e0 di navigazione poteva essere considerata acquisita.<br \/>Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno dimostrato quanto questa convinzione fosse fragile.Il mare continua a essere la pi\u00f9 grande via di comunicazione del pianeta, ma non \u00e8 uno spazio uniforme. Esistono punti nei quali le rotte convergono e pochi chilometri d\u2019acqua possono assumere un valore strategico enormemente superiore alle loro dimensioni.<br \/>Gli stretti sono precisamente questo: piccoli spazi geografici dai quali dipendono grandi equilibri economici e politici.\u00c8 sufficiente che uno di essi diventi insicuro perch\u00e9 le conseguenze si propaghino molto lontano. Una nave pu\u00f2 cambiare rotta, ma quel cambiamento significa maggiori distanze, tempi pi\u00f9 lunghi, aumento dei costi del carburante e delle assicurazioni, difficolt\u00e0 nelle catene logistiche.<br \/>Riemerge cos\u00ec una realt\u00e0 antica che la globalizzazione sembrava aver fatto dimenticare: chi dipende dal mare dipende anche dalla possibilit\u00e0 di attraversarlo.Siamo abituati a rappresentare il Mediterraneo come il nostro mare. Geograficamente \u00e8 vero. Strategicamente, per\u00f2, il Mediterraneo esiste anche attraverso le sue aperture.A occidente Gibilterra lo collega all\u2019Atlantico. A oriente Suez conduce al Mar Rosso e quindi a B\u0101b el-Mandeb, all\u2019Oceano Indiano e alle grandi rotte asiatiche. Pi\u00f9 lontano, ma essenziale per gli approvvigionamenti energetici, c\u2019\u00e8 Hormuz.<br \/>Sono passaggi diversi, ma appartengono a un unico sistema.Ci\u00f2 che accade nel Mar Rosso pu\u00f2 produrre conseguenze nei porti italiani. Una crisi nel Golfo pu\u00f2 riflettersi sul costo dell\u2019energia. Una prolungata difficolt\u00e0 lungo la rotta di Suez pu\u00f2 modificare itinerari commerciali consolidati e incidere sulla competitivit\u00e0 degli scali mediterranei.<br \/>La sicurezza marittima italiana, quindi, non termina davanti alle nostre coste.Questo \u00e8 forse uno degli aspetti che pi\u00f9 fatichiamo a comprendere. Il Mediterraneo non pu\u00f2 pi\u00f9 essere osservato isolatamente, ma come il segmento centrale di un sistema marittimo che unisce Atlantico, Europa, Africa e Indo-Pacifico.E proprio al centro di questo sistema si trova l\u2019Italia.La geografia ci ha assegnato una posizione privilegiata. Ma la geografia, da sola, non produce potenza.<br \/>Essere al centro del Mediterraneo non significa automaticamente essere una potenza mediterranea.\u00c8 una delle contraddizioni che accompagnano da tempo il nostro Paese. Abbiamo migliaia di chilometri di coste, una tradizione marinara antichissima, porti di primaria importanza, una rilevante attivit\u00e0 armatoriale, professionalit\u00e0 marittime riconosciute e una posizione geografica che molti altri Paesi potrebbero invidiarci.<br \/>Eppure il mare fatica ancora a diventare un elemento permanente della nostra visione nazionale.Troppo spesso ce ne ricordiamo quando emerge un\u2019emergenza: una crisi energetica, un blocco delle rotte, una guerra, un problema migratorio. Superata l\u2019emergenza, il mare torna sullo sfondo.<br \/>Eppure per l\u2019Italia non dovrebbe essere un settore tra gli altri. Dovrebbe costituire una delle dimensioni attraverso le quali leggere l\u2019interesse nazionale.<br \/>La vera domanda, dunque, non \u00e8 soltanto quali stretti siano importanti per noi. \u00c8 quale strategia marittima debba avere l\u2019Italia in un mondo nel quale gli stretti, i porti e le rotte sono tornati a essere strumenti di potere.<br \/>Per secoli la libert\u00e0 di navigazione ha rappresentato uno dei principi fondamentali dell\u2019ordine marittimo. Ma un principio giuridico, per essere effettivo, ha bisogno anche delle condizioni politiche e di sicurezza che ne consentano l\u2019esercizio.Non basta affermare che una rotta internazionale deve rimanere aperta. Occorre creare le condizioni perch\u00e9 le navi possano effettivamente percorrerla in sicurezza.<br \/>Entrano cos\u00ec in gioco diplomazia, alleanze, presenza navale, capacit\u00e0 di sorveglianza, rapporti con i Paesi rivieraschi e credibilit\u00e0 internazionale.Per l\u2019Italia ci\u00f2 non significa coltivare improbabili ambizioni di dominio marittimo. Significa qualcosa di molto pi\u00f9 concreto: comprendere che una parte della sicurezza economica nazionale comincia anche molto lontano dai nostri porti.<br \/>Le merci che arrivano sulle nostre banchine hanno spesso attraversato oceani, stretti e aree di crisi prima di raggiungerci. La distanza geografica non elimina l\u2019interesse nazionale.Anzi, talvolta lo nasconde.<br \/>Quando parliamo di sicurezza marittima pensiamo immediatamente alle navi e alle rotte commerciali. Ma il mare contemporaneo custodisce anche infrastrutture delle quali spesso ci accorgiamo soltanto quando vengono minacciate o interrotte.<br \/>I porti non sono semplicemente luoghi nei quali arrivano e partono le navi. Sono terminali di sistemi logistici che continuano sulla terraferma e collegano produzione, distribuzione e mercati.Le infrastrutture energetiche che attraversano il mare incidono direttamente sulla sicurezza degli approvvigionamenti.Sul fondo marino corrono poi i cavi attraverso i quali transitano comunicazioni e dati indispensabili alla vita economica e istituzionale delle societ\u00e0 contemporanee.<br \/>Esiste quindi un mare visibile, quello delle navi, e un mare invisibile, quello delle infrastrutture sommerse.Proteggere l\u2019uno senza comprendere l\u2019altro non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente.<br \/>Le grandi potenze hanno compreso da tempo che il mare non \u00e8 semplicemente uno spazio da attraversare. \u00c8 uno spazio nel quale si costruiscono influenza, sicurezza e capacit\u00e0 di pressione.<br \/>La Cina cerca di ridurre la vulnerabilit\u00e0 delle proprie vie commerciali. La Turchia considera il Mediterraneo parte integrante della propria proiezione strategica. Gli Stati Uniti continuano ad attribuire alla dimensione navale un ruolo essenziale. Altri attori regionali cercano spazio attraverso porti, infrastrutture, accordi e presenza marittima.<br \/>Ognuno agisce naturalmente secondo i propri interessi e le proprie possibilit\u00e0.L\u2019Italia non deve imitare nessuno, n\u00e9 inseguire modelli estranei alla propria storia e alle proprie capacit\u00e0. Deve per\u00f2 comprendere ci\u00f2 che la sua geografia le impone.Non possiamo cambiare la posizione della penisola. Possiamo invece decidere quale valore politico e strategico attribuirle.<br \/>Arriviamo cos\u00ec alla questione forse pi\u00f9 importante.Una politica marittima non nasce soltanto dalla disponibilit\u00e0 di navi militari, porti efficienti o infrastrutture moderne. Nasce prima di tutto dalla consapevolezza che il mare rappresenta una componente strutturale dell\u2019interesse nazionale.<br \/>\u00c8, prima ancora che una questione economica o militare, una questione culturale.Per troppo tempo abbiamo guardato all\u2019Italia prevalentemente come a un Paese continentale circondato in gran parte dal mare. Dovremmo forse capovolgere la prospettiva: l\u2019Italia \u00e8 un Paese marittimo che appartiene anche all\u2019Europa continentale.<br \/>Non \u00e8 una distinzione retorica.Cambiare il punto di osservazione significa cambiare anche le priorit\u00e0: porti, logistica, marina mercantile, formazione marittima, sicurezza delle rotte, infrastrutture energetiche e digitali, rapporti con il Nord Africa e con il Mediterraneo allargato diventano parti di una medesima visione.<br \/>Prima ancora di una strategia del mare serve, dunque, una coscienza del mare.Gli stretti hanno qualcosa di paradossale. Sono piccoli sulla carta geografica e immensi nella politica internazionale.Ricordano alle grandi potenze che anche la loro libert\u00e0 d\u2019azione incontra limiti. Ricordano alle economie globalizzate che le merci continuano ad avere bisogno della geografia. E ricordano soprattutto all\u2019Italia che il mare non \u00e8 semplicemente il paesaggio che circonda la penisola.<br \/>Gibilterra, Suez, B\u0101b el-Mandeb e Hormuz possono sembrare lontani dalla vita quotidiana degli italiani. In realt\u00e0 sono molto pi\u00f9 vicini di quanto immaginiamo: attraverso le navi che li attraversano, l\u2019energia che vi transita, le merci che raggiungono i nostri porti e le comunicazioni che percorrono il fondo del mare.\u00c8 questa, forse, la lezione pi\u00f9 importante che possiamo ricavare osservando ancora una volta una carta del Mediterraneo.<br \/>Non possiamo scegliere se dipendere dal mare: lo ha gi\u00e0 deciso la geografia. Possiamo soltanto scegliere se continuare a subirla o finalmente trasformarla in una strategia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ogni carta geografica racconta qualcosa, ma quelle del mare raccontano soprattutto le dipendenze. Basta osservare il Mediterraneo per accorgersi che la libert\u00e0 dei traffici mondiali passa attraverso pochi, stretti corridoi d\u2019acqua. 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