Ai servizi segreti spetta la soluzione di questioni politicamente irrisolvibili. Ai capi di governo spetta valutarne le conseguenze e il costo per l’autorità dello Stato.  In base a queste regole il Direttore dell’Aise (Agenzia Informazioni Sicurezza Esterna)  generale  Gianni Caravelli  e i suoi uomini possono dire di aver sbrogliato un caso apparentemente impossibile.  Altrettanto non si può dire per  il nostro Presidente del Consiglio e per il nostro ministro degli Esteri. Non a caso  ieri il presidente  del Copasir Raffaele Volpi si è rivolto ai nostri 007  sottolineando di  voler ringraziare  “unicamente  loro”. Difficile dargli torto.
Per riavere  i  pescatori sequestrati dal generale Khalifa Haftar  Giuseppe Conte  e  Luigi Di Maio hanno accettato  di trasformarsi nel prezzo stesso del  riscatto. Volando a Bengasi hanno riconosciuto dignità politica e istituzionale ai sequestratori dei nostri connazionali e si sono inginocchiati ad Haftar. Per intenderci  è come se, a suo tempo , fossero volati in Somalia per stringere la mano ai terroristi rapitori della cooperante italiana  Silvia Romano. Insomma nella ridicola e tardiva  illusione di presentarsi  come i risolutori di una vicenda  totalmente affidata , invece,  alla gestione della nostra intelligence hanno ulteriormente compromesso  l’immagine dell’Italia.
Ma la colpa non è certo dei nostri 007. A loro è  stato chiesto, una volta di più,  di risolvere una  grana libica figlia dall’inconsistenza  della nostra politica. E loro hanno ancora una volta obbedito. Esattamente come succede fin dall’autunno 2018. Allora un Giuseppe Conte fresco d’incarico e smanioso di chiudere con una foto simbolo  la Conferenza di Palermo sulla Libia  ordinò ad un generale Caravelli,  ancora  numero due dell’Aise,  di prendere un aereo,  volare a Bengasi e portare in Italia a tutti costi Haftar. Quella leggerezza  segnò la fine della nostra autorevolezza  e consegno all’uomo forte della Cirenaica  la certezza di avere in pugno Conte e la sua corte. Così è andata anche stavolta.
Caravelli e i suoi si sono  una volta di più  uniformati  alle indicazioni di una Presidenza del Consiglio  inconsapevole  di aver trasformato la liberazione dei pescatori in un’umiliante processione  a casa dei nostri ricattatori.  Una processione resasi indispensabile per sanare gli errori del  primo settembre quando Di Maio vola a Tobruk per incontrare il presidente del Parlamento Aguilah Saleh. Il passo,  teoricamente  corretto per un  ministro chiamato ad interfacciarsi con un autorità politica,  è uno schiaffo al generale Haftar già costretto ad accettare  il cessate il fuoco firmato da Saleh e impostogli dai suoi  alleati egiziani russi ed emiratini. Ma con loro non può alzar la voce né, tantomeno, le mani.  Può  invece farlo  con un’Italia protagonista in Libia di un’azione politica  confusa e inconcludente  costataci il titolo di potenza di riferimento. Un titolo ormai saldamente nelle mani della Turchia da un parte  e degli  alleati di Haftar dall’altra.
E così nel giro di poche ore  lo sgarbo di Di Maio viene punito con il sequestro dei due pescherecci. Un sequestro reso possibile anche dalla  latitanza  – non sappiamo se “ordinata” da Roma  o figlia del caso – di  una Marina Militare chiamata  – in base alle regole della missione  Mare Sicuro –  a  proteggere i nostri pescatori. E  a render il tutto più complesso s’aggiungono le complicazioni del caso Regeni che rendono assai arduo un  coinvolgimento a nostro favore delle autorità egiziane.
Così  i nostri 007 affrontano  una trattativa complicatissima  minacciata dall’ufficializzazione del peggiore dei ricatti ovvero la  richiesta di uno scambio con i quattro scafisti condannati in Italia per la morte, nel 2015,  di 49 migranti chiusi  nelle sentine di un barcone partito da  Bengasi. L’unico modo per dribblare  quella richiesta è sanare lo sgarbo  generato dalla  visita di Di Maio. Ma ancora una volta Conte e Di Maio propongono la peggiore delle soluzioni ovvero  quella di una foto ricordo a Bengasi con cui attribuirsi la  paternità della liberazione. Una foto che non ricorderà  un successo, ma la sottomissione dell’Italia ad un inaccettabile ricatto.