Non sappiamo se sia fuori pericolo. Ma, del resto, non sappiamo neanche se sia stato avvelenato. La verità su Aleksej Navalny dovrà venir diagnosticata dai medici del Charite di Berlino l’ospedale dove, due anni fa, venne curato anche Pyotr Verzilov, un altro dissidente russo vittima di un’intossicazione assai sospetta.

Navalny è arrivato all’ospedale tedesco dopo un volo di cinque ore a bordo del Bombardier Challenger 604 noleggiato da «Cinema for Peace», l’Ong tedesca che si è occupata del suo trasferimento dalla Siberia. Secondo il direttore della Ong le condizioni di Navalny, che si trova in uno stato di coma indotto, continuano ad essere stabili. Il viaggio verso la Germania era iniziato venerdì notte dopo il via libera al trasferimento concesso dei medici dell’ospedale siberiano di Omsk. Un via libera concordato con un Cremlino che rischia di non uscire indenne da questa vicenda. Secondo la dottoressa Anastasija Vasilieva, medico curante di Navalny, le autorità russe avrebbero tentato di ritardare il trasferimento in Germania: «Dopo tutto questo tempo – sostiene la Vassilieva – non saranno più rimaste tracce di veleno e sarà impossibile stabilire la sostanza tossica usata». Ma se anche così fosse il sospetto di certo non svanirà. E quel sospetto, unito all’immagine della barella arrivata a Berlino dopo uno snervante duello con Angela Merkel, può rappresentare il primo segnale di sbandamento d’uno Zar che per vent’anni ha distribuito scacchi matti a tutti i suoi oppositori interni e esterni.

Stavolta non è così. L’avvelenamento di Navalny, vero o presunto che sia, aleggia sul Cremlino in contemporanea con una crisi bielorussa sfuggita al controllo preventivo del presidente e s’inserisce nel contesto d’incertezza politica e sociale che agita la periferia nord orientale dell’impero russo. Lì a settembre si terranno una trentina di elezioni locali. E lì l’opposizione è data in costante ascesa. Proprio in quel contesto si stava muovendo un Navalny deciso a sfruttare il malcontento causato da una crisi economica e da una pandemia che stanno mettendo in ginocchio soprattutto la periferia dell’impero russo.

Ma l’immagine un Putin convinto di potersi liberare di Navalny ricorrendo agli stessi veleni che già macchiano la sua reputazione internazionale coinciderebbe con le voci di uno Zar annebbiato da vent’anni di potere assoluto e talmente convinto della propria onnipotenza da ignorare le più ovvie precauzioni.

D’altra parte l’ipotesi di un Navalny vittima di potentati locali, pronti a ignorare il Cremlino pur di mettere fuori gioco l’oppositore arrivato da Mosca, confermerebbe le indiscrezioni su un ex-capo del Kgb ormai incapace di controllare le ramificazioni dei propri apparati. Di questi due scenari è figlio il terzo, ovvero quello di un presidente russo costretto, per non cadere vittima di ulteriori sospetti, a piegarsi alle richieste di una Merkel che da 2014 ad oggi sembra l’unica leader occidentale in grado di tenergli testa. Una debacle imbarazzante soprattutto nell’ottica di un nuovo scontro con un fronte europeo, capeggiato dalla Cancelliera, sulla questione della Bielorussia.

Ma la prima linea su cui le ricadute del caso Navalny rischiano di rivelarsi più scivolose è quella del voto di settembre. L’immagine di quel dissidente in coma dopo un’incursione sulla scena elettorale di Tomsk promette di moltiplicare i consensi dell’opposizione e rende assai difficile qualsiasi manovra di contenimento basata sulla repressione o sulla delegittimazione.