Si fa trasversalmente strada nell’opinione pubblica l’idea che l’espressione “costo della politica” possa tradursi con “costo della democrazia”. Un’idea in controtendenza rispetto al clima di questi anni, inquinato non dal populismo – formula troppo ambigua e per certi aspetti impropria – ma da una temperie regressiva che ha contrapposto il “popolo” a una presunta “casta”, identificata principalmente con i parlamentari.

Il rimedio ritenuto più adeguato al problema? L’assassinio dell’idea e della funzione della rappresentanza stessa: da identificazione dell’elettore nell’eletto, – al quale veniva conferito il mandato di portare in sede parlamentare ideali, istanze, programmi –  a rincorsa a parti invertite, con il rappresentante che intende assimilarsi al rappresentato nell’esibizione degli stili di vita, dei momenti privati, delle abitudini alimentari. Identificazione, quindi, nell’accezione di aspirazione del rappresentante ad apparire il più possibile come il rappresentato.

Incrociando il dato con fenomeni più complessi, ne derivano conseguenze evidenti: svuotamento della classe dirigente politica, a vantaggio di élite di altra natura; appiattimento sull’uno vale uno; desertificazione delle culture politiche; inutilità del numero dei rappresentanti, i quali altro non sarebbero che occupanti di poltrone da tagliare.

È impressionante come la rozzezza di questo linguaggio – che sottende la violenza dei concetti – sia adottata non soltanto da chi, facendo sfoggio di un’ignoranza priva di lacune, si esercita nella contabilità della rappresentanza con astuti paragoni tra il nostro sistema e quello di Stati federali; ma anche da chi appartiene alla cultura dell’ortodossia parlamentarista, che stigmatizzava ogni prospettiva presidenzialista ed ogni iniezione di democrazia diretta come vilipendio alla sacralità del Parlamento.

Basti pensare alle reazioni al messaggio alle Camere sulle riforme istituzionali del 1991 di uno dei pochi presidenti della Repubblica capace nella sostanza di essere Capo dello Stato, Francesco Cossiga, che si chiedeva se il baricentro della sovranità popolare risiedesse nel Parlamento o nel corpo elettorale. Di lì a poco la risposta sarebbe arrivata dalla stagione dei sindaci, del maggioritario e del bipolarismo, della contendibilità del governo da parte di destra e sinistra; una fase oggetto di una frettolosa e interessata rimozione proprio da parte delle culture politiche che ne beneficiarono; fase meritevole di critiche per l’incapacità di realizzare una riforma organica della Repubblica, che aprì tuttavia nuovi spazi alla rappresentanza e alla decisione popolare. Spazi che oggi rischiano di ridursi, sulla spinta di residui insidiosi di un’indignazione stanca condensata nel sì al referendum che può diventare dannosa e pericolosa disillusione.