Il Marocco potrebbe trovare posto tra i mediatori della guerra in Libia, essendo stato promotore degli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, con i quali era stato formato il GNA sotto l’egida dell’Onu, poi scaduti il 17 dicembre 2017. IQualche giorno fa il governo marocchino ha ospitato a Rabat le delegazioni dei belligeranti libici, guidate dal presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico, Khaled al-Meshri, per il GNA, e dal presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. Le rappresentanze si sono confrontate per ricercare una soluzione politica al conflitto e per discutere le strategie per arginare le crescenti tensioni nella regione Nord-africana.  Rabat si è sempre impegnata nel far rispettare e nel promuovere tale intesa e, lo scorso 23 giugno, durante un incontro della Lega Araba, il primo ministro Bourita aveva ribadito l’importanza di tali accordi, sostenendo che fosse necessario aggiornarli. Rabat, inoltre, si è sempre detta contraria all’intervento straniero in Libia, ritenendolo una violazione dello stesso Stato libico e, a fine luglio, ha confermato il suo appoggio ad una soluzione “inter-libica”, sostenendo tutte quelle iniziative che verranno promosse per avvicinare le parti in guerra al dialogo e per spingere verso una risoluzione alla crisi.

Nel conflitto libico sono coinvolti più Paesi: la Turchia è il maggior alleato militare del GNA che è riconosciuto ufficialmente anche dall’Onu, dall’Italia e dal Qatar. Contro è schierato l’esercito di Haftar e il governo di Tobruk, appoggiati da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Giordania e Francia. Dal gennaio 2020 la Turchia è intervenuta con grandi aiuti militari, inizialmente, a sostegno della resistenza di Tripoli contro l’assedio delle forze di Haftar, iniziato il 4 aprile 2019 e respinto definitivamente il 4 giugno dell’anno successivo. Per mezzo dell’accordo con il GNA, Ankara otterrà da Tripoli sensibili diritti nel Mediterraneo orientale, vantaggi economici in Libia e l’istituzione di due basi militari.

Dal canto suo Haftar ha affermato che i turchi sono stati in Libia per trecento anni portando “l’inferno” alla popolazione locale. Per questo, il generale ha dichiarato che lui e il suo esercito combatteranno qualsiasi colonizzatore fino alla loro espulsione. Al momento, Haftar e il suo LNA controllano la strategica città di Sirte. Al-Sarraj e Ankara vogliono riconquistarla insieme alla base area di Al-Jufra prima di procedere con l’interruzione delle ostilità e hanno chiesto a Tobruk di ritirarsi dalle posizioni. Egitto e Russia hanno affermato che Sirte e Al-Jufra rappresentano una “linea rossa”, un limite da non oltrepassare.

Lo scorso 20 luglio il Parlamento egiziano ha approvato all’unanimità una disposizione che autorizza lo schieramento delle proprie truppe fuori dai confini nazionali. Con Sirte Haftar controlla anche i siti di produzione petrolifera della Libia e, l’11 luglio, ha dichiarato che le forze di Tobruk manterranno il blocco sulle esportazioni di petrolio dalla Libia fin quando non sarà stabilito un meccanismo che impedisca ai proventi che ne derivano di finire nelle tasche di “milizie e mercenari”, alludendo al GNA e alla Turchia. Se da un lato Tobruk ha il controllo sulla cosiddetta mezzaluna del petrolio nell’Est e nel Sud del Paese, il governo di Tripoli lo ha sulla Banca Centrale che gestisce i proventi del settore.