Molto è stato scritto sulla proposta di nuova legge elettorale, approvata la scorsa settimana alla Camera con il voto di fiducia. E’ però opportuno, al di là delle sommarie descrizioni effettuate nei media, analizzare alcuni aspetti particolari di questa proposta di legge che, se approvata, si trasformerà in un rebus per gli elettori e per i partiti per prevedere chi possa essere eletto.

 

Ne indichiamo quindi gli aspetti principali, per districarsi in questo ginepraio:

 

  • I collegi uninominali: in teoria, i 231 collegi uninominali alla Camera ed i 109 al Senato dovrebbero basarsi sulla capacità del singolo candidato di ottenere consensi in virtù della sua personalità e della sua precedente attività, civile o politica, anche al di fuori della sua area di appartenenza. Invece, la legge in questione di fatto esclude l’apporto di questo “valore aggiunto” del candidato, perché l’elettore deve votare per lui insieme al partito od alla coalizione di appartenenza. In altri termini, è escluso il cosiddetto “voto disgiunto” che si applica per l’elezione dei sindaci. Quindi il candidato al collegio uninominale ottiene solo i voti dei partiti della sua coalizione, e magari neanche tutti se scatta qualche meccanismo di ostilità politica o di gelosia personale; egli dovrebbe essere tanto bravo e tanto popolare da ottenere dagli elettori degli altri partiti non solo il voto per sé (che sarebbe nullo) ma anche per i partiti che lo sostengono, cosa piuttosto difficile;
  • Lo sbarramento a sinistra: lo sbarramento previsto (3% per i singoli partiti, 10% per le coalizioni con obbligo di avere il 3% all’interno) è fatto apposta per bloccare partiti come il Movimento Articolo 1 (Bersani e Speranza) che certamente non possono fare coalizioni del 10% e con difficoltà possono arrivare al 3%. Quindi dovrebbero fare una lista unica con Sinistra Italiana e con altri gruppi di sinistra per conseguire seggi almeno tra quelli plurinominali;
  • Lo sbarramento al Movimento 5 Stelle: poiché esso esclude qualsiasi coalizione, e comunque non si vede con chi possa farla, è praticamente escluso dalla possibilità di ottenere seggi nei collegi uninominali perché la sua percentuale di voti prevista (25/28%) non costituirà mai la maggioranza per ottenere un seggio;
  • Le candidature nei collegi plurinominali: i candidati per questi collegi non possono superare il numero di quattro, però il collegio ne elegge fino ad otto. Per avere almeno due seggi, un partito dovrebbe conseguire circa il 30% dei voti, cosa che al momento appare impossibile per i singoli partiti. Quindi in questi collegi viene eletto – laddove si consegue il seggio – solo il capolista;
  • Nessuna preferenza: E’ bene precisare che non esiste la possibilità di esprimere alcuna preferenza per i candidati nei collegi plurinominali, quindi l’ordine di presentazione nella lista è fondamentale per l’elezione;
  • La ripartizione per sesso: E’ stabilito che ci sia la ripartizione per sesso nella misura del 60% e del 40%, indifferentemente (possono essere maschi e femmine, o viceversa). Però questa ripartizione deve avvenire nel complesso delle candidature per i collegi uninominali e nel complesso dei “capilista” per quelli plurinominali (ammettendo così implicitamente che solo i capolista hanno la possibilità di essere eletti). Nei collegi plurinominali le candidature devono inoltre essere alternate per sesso. Ciò costituirà un grande rompicapo per i compilatori delle liste, in particolare per quelle uninominali basate sulle coalizioni;
  • Le pluricandidature: la possibilità di essere candidati in più collegi elettorali è stabilita in cinque per quelli circoscrizionali plurinominali: è ammessa in questo numero anche una candidatura in un collegio uninominale. Non è consentita la candidatura sia alla Camera che al Senato;
  • I subentri: non è lasciata al candidato plurimo la possibilità di stabilire in quale collegio vuole essere eletto, perché gli viene assegnato d’ufficio il collegio nel quale la sua lista ha ottenuto il minor numero di voti. Inoltre, se si è presentato anche nel collegio uninominale e risulta eletto, vale questa elezione: in questo caso, le candidature nei collegi plurinominali è come se non esistessero, e passa automaticamente il numero due in lista;
  • Parità di voti: in caso di parità di voti nella ripartizione dei seggi (che è un meccanismo molto complesso) prevale il più giovane di età;
  • Ripartizione dei seggi: a livello nazionale, è stabilita la percentuale del 3% da conseguire nei collegi plurinominali. Per quanto riguarda i collegi uninominali, i voti conseguiti dal candidato di una coalizione vengono ripartiti proporzionalmente alle singole liste in base ai voti conseguiti da ciascuna di esse, e contribuiscono alla somma totale (è un altro metodo in sostituzione del preesistente “scorporo”);
  • Obblighi dei partiti: i partiti, per presentarsi alle elezioni, devono adempiere ad alcuni obblighi formali che consistono in: deposito dello Statuto, indicazione del legale rappresentante atto a compiere gli atti elettorali, designazione del “capo politico” (cosa questa che ha fatto irritare Napolitano!), descrizione degli organi interni del partito con le loro attribuzioni, presentazione di un programma elettorale. E’ evidente come questa norma sia stata redatta essenzialmente contro il Movimento 5 Stelle che è praticamente mancante, almeno nella forma, di questi elementi (capo politico, statuto, organi interni);
  • Il voto degli Italiani all’estero: questo sistema, istituito nel 2001 su iniziativa del deputato del Msi e Ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia, ha subito delle modifiche che hanno suscitato molte polemiche. Gli Italiani residenti all’estero non potranno essere candidati in qualsiasi collegio nazionale mentre non è più richiesto il requisito della residenza nella ripartizione delle Circoscrizioni Estero, e quindi un residente in Italia può essere candidato in una circoscrizione estero. In tal caso, però, non potrà candidarsi in alcun collegio nazionale.

Si è detto che questa norma possa applicarsi a Verdini, visto che ha la residenza in Svizzera; altri, considerando che la proposta è stata formulata da Lupi del partito di Alfano, pensano che sia stata elaborata per l’attuale ministro degli esteri che potrebbe contare sul sostegno della rete consolare, oltre che delle comunità di siciliani residenti all’estero. Sta di fatto che è una norma pasticciata e discriminatoria e di difficile attuazione. Infatti, all’estero i voti sono ottenuti tramite la presenza consolidata nelle comunità (associazioni regionali, circoli politici e culturali, patronati, chiese) e quindi è difficile per un estraneo, anche se si trattasse di un leader politico, avere successo.

 

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Come commentare questi elementi? Ne è derivato un grande pasticcio, in cui la parte cosiddetta maggioritaria è bloccata sui partiti e quella proporzionale dei collegi plurinominali è articolata sul capolista. Da questo punto di vista, è vera l’affermazione che la legge è predisposta per far eleggere persone designate dalle segreterie dei partiti (“i nominati”), la massima espressione della partitocrazia. Però è anche vero che gli stessi partiti saranno in grande imbarazzo nel costruire le liste dei candidati: mentre per la parte uninominale le coalizioni dovranno discutere per dividersi i collegi, secondo il loro peso specifico e le possibilità di vittoria, per la parte plurinominali la scelta dei primi due candidati è fondamentale, visto il meccanismo che esclude al pluricandidato di scegliersi il collegio, come avveniva un tempo. E poi c’è l’incognita della ripartizione per sesso, che se non ben studiata può far eleggere persone non desiderate e magari presentate solo come complemento “di genere” (una cosa analoga avvenne per le elezioni del 1994).

Insomma, l’elettore ha scarse possibilità di scelta dei suoi rappresentanti, essendo basata da un lato sulla volontà non modificabile, neanche nei collegi uninominali, dei partiti e dall’altra al caso nel collegi plurinominali. A nostro parere, chi si è opposto al voto di fiducia – che ha bloccato qualsiasi tentativo di miglioramento tecnico e logico di queste norme – ha fatto certamente bene. Anche perché non si sa se la Corte Costituzionale (od il presidente della repubblica, cosa meno probabile) intervenga per annullare alcune norme.