Dopo alcuni (pochi, ma splendidi) giorni in cui non ho mai visto la tv (accesa solo una sera da mia moglie per il suo immancabile appuntamento coi ciccioni del dottor Nowzaradan), stasera vengo a contatto con lo scontato servizio in cui – con malcelata soddisfazione – si dà conto dei contagi trasmessi (forse) all’interno del #Billionaire.

Chi mi conosce lo sa, io provo ribrezzo fisico per le discoteche (di ogni ordine, grado e lignaggio) e nel mio altezzoso darwinismo sociale non provo alcuna umana empatia verso chi predilige tuffarsi in luoghi in cui devi subire lo struscio di sconosciuti molto sudati e poco sobri (e, spesso, non solo a causa dell’alcool) ed in cui non riesci a parlare o sentire alcuno perché sei sovrastato da un incessante elevatissimo rumore che orde di subumani considerano musica.

Ciò premesso, tuttavia, mi infastidisce questo attacco incondizionato al locale di Briatore, sol perché tale. Come se, con certezza matematica, il virus estivo non si sia sviluppato ed esteso non solo nei locali i cui avventori pagano 1.000€ per una bottiglia di champagne, ma anche in quelli in cui più vaste popolazioni consumano un tamarindo a 10€ (bevanda di cui ho fatto io stesso smodato uso estivo, nell’assai più economica versione casalinga con due parti di sciroppo, 8 di acqua e due cubetti di ghiaccio per il gusto perverso della bibita “on the rocks”). Ma la storia è sempre la stessa, in questo paesucolo di pezzenti invidiosi: se chi sta male è persona agiata, è festa nazionale da santificare. Ed io, invece, mi sorprendo a gioire al pensiero che, anche se vi capitasse di sopravvivere al riccone contagiato, rimarreste sempre dei miserabili.