Per un’ analisi seria, concreta e legittima della vicenda del vertice di Bruxelles, è necessario prioritariamente giudicare e considerare la posizione del presidente del Consiglio, che si atteggia a pomposo (oggi l’abbiamo ”ammirato” “a petto in fuori”) difensore degli interessi nazionali nell’esclusivo e , direi con franchezza, unico obiettivo della costruzione del proprio consenso elettorale per una consultazione generale, che non può essere “dietro l’angolo” ma che non può essere davvero rinviata all’infinito.
Costituirebbe un errore di incalcolabile portata da parte dei partiti dell’opposizione, fatta eccezione per l’inaffidabile Forza Italia, che gioca una partita tutta sua, piena solo di ombre, prestare credito ed esprimere un voto positivo per Conte, nel corso del suo esecutivo sempre sprezzante, livoroso o sarcastico nei riguardi di FdI e del raggruppamento ex – alleato, e dal movimento di destra e da quello leghista ripagato con denunzie, censure e considerazioni unicamente negative, oggi rimangiate o ripiegate per un malinteso, impensabile ed infondato sentimento nazionale comune.
Non ho difficoltà ad ammettere di essermi “battuto il petto” nel momento, in cui per la prima e spero ultima volta, ho dato ragione a Mario Monti. L’ex presidente del Consiglio, divenuto – teniamolo sempre a mente – incaricato della creazione di uno dei peggiori e più infelici gabinetti del’ “era democratica”, un istante dopo essere stato nominato senatore a vita, ha suggerito che “l’atteggiamento negoziale più proficuo, ad esempio per l’Italia, non di respingere le condizionalità come lesione della sovranità nazionale ma, al contrario, di stare al gioco chiedendo che, in un’Europa che con il Recovery Fund si integra maggiormente, si applichino a 360° gradi condizioni più adatte ad un sistema integrato che ad una collezione disparata di Paesi corsari”. Del resto è norma elementare di educazione civica e di correttezza politica, non chiedere aiuti ed appoggi, con presunzione, arroganza, mal riposto amor proprio e “ad alta voce”.
Paolo Mieli, dal canto suo, critico non dall’ultima ora dell’operato del governo, due errori grossolani e demagogici dello “statista” della Capitanata. Segnala – come non fosse atteggiamento tipico della politica italiana scelte strumentali – l’imminenza delle elezioni del Paesi Bassi e lo scontro di Rutte “con gli ultras sovranisti di casa sua”. L’editorialista, in linea con un orientamento radicato nel continente, ritorna sull’allarme suscitato in Europa dai provvedimenti assunti dal precedente esecutivo gialloverde, il reddito di cittadinanza e “quota cento”. Giudica, poi, meritevoli di ascolto e di attenzione le “considerazioni sui comportamenti economici del nostro Paese”, mai sottaciute dagli Stati scandinavi.
Riconosce, infine, che dal dopoguerra e non “negli ultimi dieci anni”, qui da noi “si è ampiamente diffuso un pregiudizio antitedesco, sul quale, anche alla luce di quel che è accaduto a Bruxelles in questo weekend, varrebbe la pena di aprire una discussione”. Solo una discussione?