«Sono qui con i miei fratelli per difendere la madre patria. E per una madre conta poco che tu sia uomo o donna». Fino a due settimane fa Sose Balasanyan vestiva il kimono da judoca e si allenava scalza in una palestra di Erevan, la capitale dell’Armenia. Ora calza anfibi da soldato, veste la divisa del Nagorno Karabakh, si muove – kalashnikov in pugno e binocolo al collo – tra i camminamenti di questa trincea. Ma qui non ci si gioca una coppa. E nemmeno un titolo europeo come quello che la trentenne Sose ha conquistato tempo fa. In queste trincee scavate a pochi chilometri dalle rovine di Agdam, la città fantasma abbandonata dagli azeri nei primi anni ’90, ci si gioca la vita. E non solo. «Qui non è in ballo solo la mia sopravvivenza, ma quella del mio popolo e di tutto l’Artsakh, la terra degli avi riconquistata dai nostri genitori al prezzo del loro sangue e delle loro vite».

Difficile darle torto. Appena trecento metri oltre questa cornice di reticolati, cavalli di frisia e sacchetti di sabbia c’è l’armata azera. È lì da 26 anni. Ma stavolta a fianco di Baku c’è la Turchia del presidente Recepo Tayyp Erdogan. Proprio per questo l’offensiva lanciata lungo queste linee è molto diversa dalla guerra dei «quattro giorni» dell’aprile 2016 o dalle scaramucce dei cinque lustri precedenti. Stavolta il presidente azero Ilham Aliyev sembra deciso a prendersi l’intero Nagorno Karabakh e cancellare l’umiliazione subita alla caduta dell’Unione Sovietica quando gli armeni riconquistarono l’enclave cristiana ceduta da Stalin all’Azerbajan.

Sose Balasanyan lo sa bene. Come lo sanno i suoi compagni acquattati tra i camminamenti della trincea. Mentre parliamo un colpo di mortaio cade poco oltre i camminamenti. Sose aggrotta la fronte, si stringe nelle spalle muscolose che la divisa fatica a contenere, passa la mano sulla croce bianca disegnata sulla spallina destra. «La vedi? È il simbolo della nostra fede. I primi a disegnarsela sulle giacche furono i nostri padri trent’anni fa. Le loro divise e quelle degli azeri uscivano dai magazzini sovietici ed erano assolutamente uguali. Solo quella croce faceva la differenza. E continua a farla. Loro hanno missili e droni, ma noi abbiamo la fede e l’esempio dei nostri genitori. I miei m’hanno spiegato che per continuare a vivere in questa terra avrei dovuto lottare e rischiare. E questo vale anche per tutti gli altri di questa trincea. Io mi sono offerta volontaria a trent’anni, ma molti dei miei compagni hanno quasi il doppio della mia età. Hanno combattuto negli anni ’90 e sono tornati ad arruolarsi poche settimane fa. Per questo non ho paura. Per questo sono certa che vinceremo».

Ma le certezze di Sose e dei tanti volontari armeni fanno i conti con le tremende disparità create dalla discesa in campo dell’armata di Erdogan. Droni, aerei, missili e sistemi di guerra elettronica messi a disposizione dai turchi hanno trasformato le trincee armene in indifendibili reliquie del passato. Il primo ad ammetterlo in un sorprendente italiano è il maggiore Ovic Mirzoyan. Come tanti armeni è vissuto in Italia, ha studiato all’accademia militare di Modena e non ha scordato la nostra lingua.

«Sono il vice-comandante di queste postazioni e sono qua da quattro anni, ma non ho mai visto cadere tante bombe e tanti missili come in questi giorni. La novità più insidiosa sono i droni, sono praticamente invisibili e non ci permettono di difenderci». Il maggiore non lo può dire, ma i droni turchi hanno stravolto l’equilibrio tattico e strategico che fino a metà settembre garantiva un cessate il fuoco più o meno stabile lungo tutta la «linea di contatto» che separa il Nagorno Karabakh dai territori azeri. E infatti il numero dei caduti sarebbe quasi il doppio rispetto agli oltre 500 morti ammessi fin qui dalle autorità del Nagorno Karabakh. Un bilancio durissimo per un enclave di appena 140mila abitanti grande come il Molise.

Sempre secondo le stesse fonti, molti di quei caduti sarebbero morti inceneriti a bordo dei loro mezzi colpiti dai droni turchi prima ancora di raggiungere il fronte meridionale di Hadrut, teatro delle più sanguinose battaglie di questi giorni. Battaglie che prima o dopo arriveranno anche qui come racconta la salva di colpi di mortaio che dopo mezzogiorno si abbatte su queste linee. «Ora è tempo di andare se non vi sbrigate rischiate di restare bloccati» – urla il maggiore Ovic mentre mi abbraccia e mi sospinge verso il camminamento che riporta alle rovine di Agdam. «Io resto qui, ma credimi nonostante i missili e i droni turchi, gli azeri non ce la faranno. Torna a trovarmi tra qualche mese e lo vedrai. La ritirata qui non è prevista. Vivi o morti io e i miei uomini saremo ancora qua».