“Con quella stessa creazione degli Stati – Nazione sono state create anche le condizioni base per associarle, conforme alla fede degli apostoli ottocenteschi della dottrina della nazionalità, che, lavorando per le patrie nazionali, intendevano, anche lavorare per una più grande e comprensiva nazione, inconcepibile senza un ordine nazionale che le stesse alla base. L’Europa deve svolgersi come suggerisce o comanda la sua storia, che è tutta un processo di individuazione di Stati o di nazioni, ma anche di livellamento culturale, anche di ricerca continua di unità politica, vuoi sotto il segno di un Sacro Romano Impero, vuoi per iniziativa di uno Stato – Nazione dominante, vuoi per libera e democratica contrattazione e sistemazione. Questo di legge e si ascolta ogni giorno in libri e riviste e giornali e discorsi. Europa, sempre Europa. Ma esiste, poi, questa Europa, come unità morale e storica, sul terreno politico e costituzionale? E in che cosa esiste? E come si è formata? Il discorso sarebbe, qui, troppo lungo”.

Gioacchino Volpe chiude un articolo del 1951, tracciando i concetti cardine – base, fulcro di qualsiasi sensato ragionamento, con una domanda sulla complessità dell’idea da affrontare e su cui riflettere senza apriorismi o dogmatismi presuntuosi. 

Nel corso dell’anno accademico 1943 – 44, più volte rielaborato ed infine pubblicato con il titolo Storia dell’idea di Europa nel 1961 dagli allievi Ernesto Sestan ed Armando Saitta, il cattedratico antifascista valdostano Federico Chabod, già allievo della “Scuola storica”, guidata da Gioacchino Volpe, non si trattiene affatto dall’affermare che “la civiltà europea può esistere in quanto sono esistite ed esistono molte civiltà nazionali, ciascuna delle quali dà qualcosa che le altre non possono dare: il connubio tra particolare e generale, tra nazione ed Europa è dunque felicemente concluso”.

Si tratta, però, purtroppo, di un concetto annullato e perdente di fronte all’altro dominante e, diciamo di più, predominante, astratto, parolaio, irrealizzato ed irrealizzabile, nonostante le dimensioni elefantiache assunte, per responsabilità specifica della Francia e la Germania, nazioni egemoni. L’Europa è stata espropriata, per la prevaricatrice volontà delle correnti di pensiero, radicali e liberal massoniche, dell’impronta recata, a giusta avviso, da papa Leone XIII, nella enciclica Immortale Dei (1° novembre 1885), della religione, in cui “trovò ispirazione ed aiuto”.

Giovanni Paolo II, che da polacco aveva drammaticamente conosciuto gli imperialismi comunista e nazista, nel discorso all’Onu del 5 ottobre 1995 spiega che il Secondo conflitto mondiale “venne combattuto proprio a causa di violazione dei diritti delle nazioni”. Lo stesso pontefice, da molti non laici considerato il padre autentico dell’Europa libera, ha sempre sostenuto un’Europa del tutto diversa dalla UE: un’Europa dei popoli dall’Atlantico agli Urali, un’Europa che riconosce e rivendica le proprie radici cristiane e umanistiche, perché ha una plurisecolare identità e non vuole diventare l’Eurabia o il dominio della tecnocrazia di Bruxelles.

Il pontefice, ora santo, nella stessa occasione a New York, mise in guardia dalla globalizzazione , che allora stava sviluppandosi  e che, appiattendo tutto, suscitava nei popoli “un bisogno prorompente di identità e di sopravvivenza. Spiegò poi che il termine “nazione” evoca il “nascere” e il termine “patria” (fatherland) richiama la realtà della stesa famiglia.

Per tornare a Chabod non è possibile dimenticare che – a suo avviso – “il più tipico, il più alto rappresentante di una imponente corrente di pensiero europeo che cerca di salvaguardare in pari tempo i diritti delle singole nazioni e i diritti della maggiore comunità che si chiama Europa” è stato un certo Giuseppe Mazzini. Prima che l’Istituto della Enciclopedia Italiana assumesse una coloritura di sinistra inaccettabile e insopportabile, presenta aspetti sensati e misurati una “voce” dell’”Appendice 2000”, curata da uno studioso inglese della “The London School of Economics and Political Science”.  Antony D. Smith è dell’avviso condivisibile che “comunque, anche nei casi in cui gli Stati nazionali e le loro élites sono disposti a cedere una parte della propria sovranità, ciò non tocca in alcun modo il sentimento di identità nazionale. E’ assurdo pensare che i francesi, continuando a sostenere l’idea di un’Europa federale, finiranno col sentirsi meno francesi dal punto di vista culturale o dell’immagine di sé, né appariranno tali agli occhi dei non francesi. Semplicemente la questione dell’”identità nazionale” non sarà più una questione prevalentemente politica o economica, bensì di ordine psicologico, culturale e sociale. […] Piuttosto si avrà una periodica rinascita del sentimento nazionale e dell’ideologia nazionalista che si focalizzeranno su diverse tematiche – ecologia, lingua, comunicazioni, istruzione, beni culturali – mettendo in risalto gli interessi della comunità, gli stili di vita e le prospettive nazionali”.

 Va comunque sottolineata ed eloquente la sconfitta sonora ed indiscutibile dei federalisti, carichi di proterva albagia, che nelle 9 consultazioni a suffragio universale (1979 – 2019) hanno visto una caduta, superiore al 30% ( da 86, 12 % a 56,09%) nella percentuale dei votanti.