Il dibattito sul referendum continua ad animare l’area culturale e politica del centrodestra. Sulla prospettiva referendaria e sullo stato di salute della politica oggi, ne abbiamo parato con l’intellettuale Marco Valle, scrittore (autore del brillante saggio “Suez”) e firma de “Il Giornale”.

 

Lei è tra i firmatari dell’appello, sottoscritto ormai da più di 500 personalità che si riferiscono all’area di centrodestra, per votare “no” al referendum sul taglio dei parlamentari. Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a questo impegno? 

La ragione, innanzitutto. Il taglio lineare dei parlamentari non ha alcun senso senza una riforma profonda, radicale di queste istituzioni ormai stanche e malate, corrotte e terribilmente obsolete. Avrei di gran lunga preferito un’Assemblea costituente — un’agorà eletta dai cittadini e composta da persone serie e di livello — per superare finalmente la vetusta Costituzione del 1946 — ormai un reperto d’archeologia politica — e riscrivere una nuova Carta fondante della Repubblica. Di una Nuova Repubblica, magari presidenziale e monocamerale. Ma invece di ripensare e razionalizzare sin dalle fondamenta l’intera (e molto traballante) struttura statuale post bellica siamo costretti a trimpellare tra sciocchezze e assurdità. Dunque, assieme ai miei amici dell’appello, voterò convintamente No.

 

A fronte di questa mobilitazione, i partiti dell’area appaiono “chiusi” sulle posizioni del Sì. Come mai, secondo lei, Meloni e Salvini hanno scelto di sostenere questa linea? 

Per assicurarsi il controllo totale e assoluto dei gruppi parlamentari. Gli altri, tutti gli altri, per opportunismo, per paura, per stupidità. Da tempo, da Tangentopoli ad oggi, i partiti, tutti i partiti, hanno smarrito la capacità e l’orgoglio di opporsi all’ondata dell’antipolitica e smentire con dati, ragionamenti, idee forti, i santoni plebei, i demagoghi da circo, gli eccitatori di masse. Una resa culturale a cui è seguita una subalternità psicologica devastante. Negli anni l’intero parlamento si è piegato supino alle urla dei demagoghi e — come gli ignavi aristocratici francesi durante la rivoluzione — si è lasciato ghigliottinare senza un grido di rivolta, senza un rifiuto. Un panorama di rovine di cui hanno approfittato le segreterie — da sinistra a destra e viceversa — per formare rappresentanze adeguate e molto controllabili, al punto che, simili ai tacchini che accendono il forno a Natale, pochissimi deputati, al momento di votare per il sì, hanno osato opporsi al “padre/madre padrone”.  Sperando in una riconferma, in un altro giro di giostra a Roma, confidando nei sondaggi o nella benevolenza dei leader, i deputati destristi o simil tali seguono la corrente. Del resto, chi striscia non inciampa. Meglio non inciampare e baciare la pantofola…

È recente la smentita che Fdi ha dato sull’apertura che avrebbe concesso Meloni e, intanto, Salvini ha chiesto ai suoi (non ascoltato) di evitare indicazioni di voto. Che succede ai leader? Perché il dibattito pare così difficile nel centrodestra? 

 

Salvini è in forte crisi. La Lega non è mai stata un monolite. Vi sono i governatori Zaia e Fedriga, il partito degli amministratori, i mondi di Giorgetti e Maroni, gli interlocutori del mondo produttivo settentrionale, gli irriducibili bossiani. Sinché Matteo vinceva lo hanno supportato e sopportato, ma dallo scorso agosto gli equilibri interni si sono spezzati e, sotto traccia, la mai spenta polemica si è riaccesa. Con il referendum Salvini, non più invincibile, ha dovuto incassare i no del Veneto e del Friuli Venezia Giulia oltre alla fronda aperta di gran parte dei quadri lombardi. Intelligentemente ha lasciato libertà di scelta — “La Lega non è una caserma” — e ora tutti adesso attendono i risultati delle regionali e del referendum oltre che i risultati delle indagini sui contabili bergamaschi. Ad ottobre si vedrà. Per FdI — una galassia fluida ma rigidamente controllata — la situazione è differente. I quadri sono assolutamente scettici sul sì e nell’urna pochi, pochissimi seguiranno le indicazioni della Meloni, pervicacemente ancorata al sì, ma nessuno (a parte Crosetto) osa esprimersi apertamente. Finché durano i sondaggi favorevoli il personale politico seguirà in silenzio. È il destino dei contenitori personalizzati. Berlusconi docet.

 

La recente storia politica italiana, dal Pdl-Forza Italia di Berlusconi fino alla parabola renziana, sembra affermare che se partiti lideristici pur danno grosse soddisfazioni a breve termine sembrano però debolissimi e ben poco resistenti agli urti quando iniziano i “tempi duri”, proprio perché la leadership è impossibile da contendere a chi la detiene. Ritiene questo possa essere il rischio a cui potranno andare incontro i partiti dell’attuale scenario della destra italiana?

 

La destra politica, per come l’ho vissuta, per come l’ho conosciuta, non c’è più. I partiti, quelli veri, erano una sintesi di intelligenze organizzate e radicamento sul territorio. Comitati centrali, scuole di partito, sezioni, giornali e lavoro di base. Tante idee trasmesse su diverse frequenze. Le attuali formazioni sono dei contenitori virtuali. Nessuna discussione, nessun dibattito, nessuna pubblicazione, nessun libro. Solo una filiera di chat e poi like sui social, selfie, facebook. E sempre e solo il leader. Il leader con il rosario, la leader tra le orecchiette, il leader che nuota, la leader con i bimbi, il leader sul cavallo, la leader con i pizzaioli. Cose simpatiche, emozioni magari tenere e momentaneamente coinvolgenti, ma la politica, la grande politica è altra cosa. La politica è studio, ricerca, pensieri lunghi. Confronti e sintesi. Con le intelligenze libere, con i ceti produttivi, con lo “stato profondo”, con gli interlocutori esteri (più o meno gradevoli). La parabola salviniana insegna, una volta di più, che una cultura di governo non s’improvvisa e una visione alternativa dei rapporti di forza (endogeni ed esogeni) si costruisce nel tempo. Con pazienza e pragmatismo. Con intelligenza e ascolto.

 

Giovanni Vasso, Barbadillo, 16 settembre 2020