La massoneria africana è una delle realtà più difficili e complesse da interpretare per chiunque si avventuri nell’esegesi dei fatti e degli accadimenti che hanno scandito gli ultimi tre secoli di Storia continentale.

Eppure, lo studio attento della politica ed dell’economia africana non può prescindere da questo fenomeno, che rappresenta l’anello di congiunzione tra l’epopea coloniale e quella successiva, non solo in termini di riconoscimento dell’autodeterminazione degli Stati sovrani, ma anche dell’avvento graduale del cosiddetto neocolonialismo.
Non è un caso che la prima loggia insediata nel continente risalga al 1772, quando venne fondata a Città del Capo. Essa sorgeva nel luogo dove sarebbe stato eretto, successivamente, il Parlamento sudafricano. Un complesso edilizio che peraltro ospita ancora oggi il tempio originario, il Goedehoop Tempel. Il contesto storico in cui avvenne l’insediamento massonico in terra sudafricana era quello del fiorente commercio con le Indie attraverso la Vereenigde Oostindische Compagnie, meglio nota nel mondo anglosassone come Dutch East India Company, la cui dirigenza ritenne strategica la creazione di uno scalo portuale nell’estrema appendice continentale per lo svolgimento dei propri traffici mercantili.

Fu proprio un capitano di lungo corso, un certo Abraham van der Weijde, al comando di un bastimento a vela sulla rotta tra l’Olanda e le Indie Orientali, ad essere nominato Vice Gran Maestro all’estero del Gran Oriente dei Paesi Bassi, con l’autorità necessaria per fondare nuove logge, fatta salva la successiva ratifica da parte della Grande Loggia. Stiamo parlando di una realtà con una valenza fortemente lobbistica che ha, gradualmente, plasmato la nazione coloniale sudafricana, annoverando nelle sue file personaggi del calibro di Cecil John Rhodes, considerato unanimemente uno dei padri della dottrina segregazionista; come anche di Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori della potentissima società diamantifera De Beers. Ed è un fatto che proprio la massoneria sudafricana ha contribuito, dietro le quinte, al passaggio indolore dal regime dell’apartheid a quello di stampo liberale e democratico. La lealtà nel sostenere il nuovo corso avviato da Nelson Mandela ha consentito alla massoneria sudafricana di proseguire le proprie attività anche sotto la leadership dell’African National Congress (Anc), annoverando nei propri ranghi alcune decine di migliaia di adepti, molti dei quali esponenti di rilievo dell’industria estrattiva mineraria nazionale. Sul versante francofono gli sviluppi hanno avuto, più o meno, la stessa connotazione. La prima loggia africana con questa tipologia di osservanza venne fondata a Saint-Louis, in Senegal, dal Grande Oriente di Francia (Godf), nel 1781, senza includere alcun affiliato autoctono. Solo dopo molti anni, venne consentito agli africani delle colonie si entrare nella massoneria, con l’intento, di salvaguardare la cooperazione commerciale, soprattutto per quanto concerne lo sfruttamento delle immense risorse minerarie dell’Africa, come i ricchi giacimenti di uranio del Niger.

Un esempio emblematico, guardando alla recente cronaca, è l’ex presidente burkinabé Blaise Compaoré, deposto a furor di popolo. Iniziato al Grande Oriente di Francia (Godf) ebbe come sponsor, quando venne rovesciato il suo predecessore, il carismatico Thomas Sankara, l’allora presidente francese François Mitterrand, anche lui massone del Godf. Proprio in quegli anni, i collegamenti tra il regime di Ouagadougou e Parigi erano mantenuti grazie a personaggi come il socialista Guy Penne, per conto di Mitterrand, dal 1981 al 1986 e poi, a partire dal 1995, dal gollista Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Entrambi, membri di spicco del Godf, hanno rivestito la carica di consiglieri presidenziali per gli affari africani dell’Eliseo. E allora non
sorprende se Compaoré, nonostante abbia commesso crimini a non finire nei suoi 27 anni di potere assoluto, sia stato accolto a Yamoussoukro, in Costa D’Avorio, dal presidente massone Alassane Ouattara. Non v’è dubbio che oggi Compaoré si senta ancora protetto e tutelato dalla propria loggia di appartenenza. Lo scenario massonico africano, comunque, è ancora oggi influenzato dalle ex potenze coloniali. Ad esempio, la Grande Loggia nazionale del Gabon e la Grande Loggia nazionale malgascia sono collegate alla Glnf. Mentre il Gran Rito Equatoriale gabonese (Gre), i Grandi Orienti e le Logge Unite del Camerun (Goluc), i Grandi Orienti e le Logge Associate del Congo (Golac) e il Grande Rito malgascio sono affiliati al Godf. Una cosa è certa: molti leader politici africani, defunti e viventi, sono o sono stati legati alla massoneria. Basti pensare al defunto gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) o a suo figlio, il presidente Ali Bongo, per non parlare del ciadiano Idriss Déby o dell’ex-presidente congolese Pascal Lissouba. Anche l’ex presidente centrafricano François Bozizé (costretto all’esilio) è un massone, pare iniziato dal suo omologo congolese Denis Sassou Nguesso, per accedere nella potentissima Glnf.

Nel complesso, possiamo dire che attualmente in Africa la galassia massonica è divisa in tre grandi tipologie. A parte le logge di obbedienza straniera, sono presenti anche logge autoctone (come quella del presidente camerunese Paul Mbya, ramo dissidente della Società dei Rosa Croce, il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali), oltre a quelle legate agli ex schiavi delle Americhe che tornarono liberi in Liberia e Sierra Leone. Sia a Monrovia sia a Freetown, rispettivamente capitali della Liberia e della Sierra Leone, alcuni edifici pubblici mostrano ancora oggi simboli massonici.
Inoltre, vi sono numerose prove documentali del coinvolgimento, nel bene e nel male, delle logge presenti in questi Paesi del Golfo di Guinea nelle tormentate vicende che hanno segnato le rispettive nazioni. Come rileva l’africanista belga François Misser, solo in Liberia, dall’indipendenza avvenuta nel 1847, fino al 1980, si sono succeduti 17 presidenti massoni, di cui 5 gran maestri, affiliati all’obbedienza afroamericana Prince Hall.

Il futuro della massoneria africana è comunque aperto a nuovi scenari: gli affiliati hanno più volte accusato, più o meno velatamente, i
Paesi occidentali di ingerenze neocoloniali e si sono aperti alla cooperazione con la Cina e i Paesi arabi. Quando, ad esempio, in pompa magna, il 18 gennaio dello scorso anno, in Rue Cadet a Parigi , il Godf ha ospitato la tavola rotonda dedicata alla ‘Françafrique’, alcune voci africane hanno espresso un certo disappunto sia per l’intervento di Nicolas Sarkozy in Costa d’Avorio come anche di François Hollande in Mali. In effetti, il dissapore è legato al fatto che gli interessi francesi sono antagonistici rispetto a quelli della Cina. L’ex presidente massone centrafricano Bozizé è infatti stato costretto all’esilio dalle forze ribelli proprio quando si accingeva a trattare con le autorità di Pechino per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e uranio presenti nel suo Paese. Giacimenti considerati strategici dal governo di Parigi. E mentre in Senegal gli intellettuali musulmani discutono sulla possibilità di conciliare l’islam con la massoneria, in Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Con il risultato che oggi esistono logge autoctone le quali accolgono esponenti dell’islamismo. Non si tratta di una novità, se si considera che il defunto presidente gabonese Omar Bongo, nonostante fosse massone, si convertì all’islam nel 1973. Un connubio, quello tra massoneria ed esponenti musulmani, che potrebbe avere un impatto sui futuri assetti geopolitici dell’Africa subsahariana.

 

Guido Albanese, L’Avvenire, 18 dicembre 2014