Mercoledì non è stato soltanto il giorno della morte di Diego Maradona, era anche il cinquantesimo anniversario del suicidio di Yukio Mishima. La mattina del 25 novembre 1970, Mishima aveva spedito all’editore il quarto manoscritto della sua bella e celebre tetralogia, poi si sventrò nel rituale del seppuku, privilegio riservato ai samurai, prima che un compagno lo decapitasse. Delle numerose e varie interpretazioni del gesto, la più convincente mi sembra quella proposta da Marguerite Yourcenar in “Mishima o la visione del vuoto”.
Un anno dopo la fine Seconda guerra mondiale, Hirohito, imperatore del Giappone, aveva diffuso uno squassante messaggio radiofonico per refutare la sua natura divina, e dichiararsi uomo al pari di tutti. Fu considerato l’ultimo atto di cedevolezza e sottomissione ai vincitori, gli americani, e venticinque anni più tardi – in quel 1970 – il Giappone non era più un paese intriso di plurisecolari tradizioni, ma qualcosa di simile a una giostra luminescente, con le insegne in inglese, i distributori di Coca Cola e i McDonald’s. Soprattutto, Mishima si chiedeva che senso avesse trasfigurarsi nel mondo e nell’amore se scompariva il triangolo con l’imperatore al vertice e l’uomo e la donna alla base.
Non era il banale scandalo per una mercantile colonizzazione, ma per la fine di una concezione metafisica dell’esistenza. E nemmeno – qui, per noi – si tratta di condividere o applaudire un pensiero e una così drastica conseguenza. Si tratta di inchinarci a un’idea enorme, e all’enorme prezzo di quell’idea, oggi che su nessun’idea tocca svergognarsi su Facebook.
Mattia Feltri, La Stampa, 27 novembre 2020