Ci son volute dieci ore di colloqui per metterlo in piedi, ma alla resa dei conti son bastati una manciata di minuti per farlo vacillare. La prima seria violazione è arrivata solo cinque minuti dopo l’inizio del cessate il fuoco che, secondo quanto concordato venerdì notte a Mosca – nelle dieci ore di trattative mediate dal ministro degli esteri russo Sergey Lavrov – doveva scattare a mezzogiorno di ieri. Invece solo cinque minuti dopo, stando al ministero della difesa del Nagorno Karabakh, le forze azere erano gia impegnate in un’offensiva nella zona di Karahambeyli. E quasi contemporaneamente alcuni missili azeri cadevano tra le case di una cittadina situata non nel Nagorno Karabakh, ma all’interno degli stessi territori di una Repubblica Armena ufficialmente estranea agli scontri.

A dar retta agli azeri neanche gli armeni stavano comunque con le mani in mano. Il ministro della Difesa di Baku ha accusato l’artiglieria armena di aver aperto il fuoco a più riprese – anche dopo mezzogiorno – nelle regioni di Terter e Agdam La serie di reciproche e repentine violazioni era stata comunque preceduta da intensi combattimenti protrattisi per tutta la mattinata in diverse zone della prima linea mentre Stepanakert, la capitale dell’enclave armena del Nagorno Karabakh, veniva nuovamente bersagliata da missili e droni.

Il protrarsi degli scontri prova quanto complessa sia l’ipotesi di tregua concordata sui tavoli russi, dal ministro degli esteri armeno Zograb Mnatsakanyan e dal suo omologo Ceyhun Bayramov. La tregua umanitaria, decisa per scambiare prigionieri e corpi dei caduti rimasti in mani nemiche, sicuramente non soddisfa un’opinione pubblica azera a cui il presidente Ilham Aliyev continua a garantire la riconquista di un Nagorno Karabakh rimasto per oltre 26 anni sotto il controllo degli indipendentisti armeni. «Andremo avanti fino alla fine e otterremo quello che ci appartiene di diritto», ha continuato a ripetere anche nelle ultime ore il presidente azero.

Commentando gli accordi da lui stesso sottoscritti a Mosca anche il ministro degli Esteri azero Bayramov fa intendere che la tregua è destinata a durare solo il tempo necessario allo scambio di caduti e prigionieri. I bellicosi propositi sono confermati dalle dichiarazioni di un alleato turco che nelle ultime due settimane non ha esitato a garantire a Baku ogni genere di sostegno militare trasferendo migliaia di mercenari jihadisti reclutati in Siria su quella «linea di contatto» ridiventata la prima linea dell’assedio all’enclave armena. «L’Azerbaigian – fa sapere il ministero degli esteri turco – ha offerto all’Armenia l’ultima possibilità di lasciare le terre occupate. Il cessate il fuoco decretato per facilitare lo scambio dei prigionieri e la rimozione dei corpi dei caduti è un primo passo importante, ma non può sostituire una soluzione duratura al problema». Tra il minacciare è l’avanzare ci sono comunque di mezzo le trincee armene.

Trincee che in queste due settimane hanno retto sia l’urto dei mercenari guidati dai consiglieri militari di Ankara, sia quello dei droni e dell’artiglieria pesante utilizzata dalle forze azere. Da questo punto di vista un’immediata e immotivata ripresa delle ostilità rischia di rivelarsi estremamente pericolosa per gli azeri. Oltre a infrangere gli impegni assunti con una Russia grande arbitro del conflitto caucasico il presidente Alyev deve affrontare il rischio di una sanguinosa guerra di posizione che rischia di logorare non solo la sua macchina militare, ma anche il suo consenso interno.