Che l’Italia sia priva di una politica estera coerente e, prima ancora, di una visione di prospettiva del proprio ruolo internazionale – presupposto irrinunciabile per sviluppare un’azione politico-diplomatica utile al Paese sulla scena internazionale – è cosa purtroppo nota da tempo a qualsiasi osservatore attento privo di paraocchi ideologici. Che questo vuoto abbia assunto dimensioni ormai più che preoccupanti è confermato dagli avvenimenti degli ultimi mesi. Un periodo certamente segnato dall’emergenza pandemica, che tuttavia ha portato gli Stati più accorti semmai a riorientare la propria azione sulla scena internazionale, non certamente ad arenarsi in attesa degli eventi. Scelta- o meglio, non scelta – quest’ultima che sembra essere quella fatta dalla premiata coppia “Giuseppi & Gigino”, le due menti chiamate a pianificare e coordinare l’azione politico-diplomatica italiana (non che i recenti predecessori abbiano brillato nel ruolo, giusto ricordarlo).

La conferma della drammaticità della situazione può ben essere esemplificata dal sostanziale vuoto – di idee, di azione, ancora una volta di visione – di Roma dinanzi all’assertività neo-ottomana di Ankara nel Mediterraneo. Se il caso libico è fin troppo noto per essere ricordato, sarebbe sufficiente volgere lo sguardo verso est, in direzione Cipro, per avere conferma dell’insipienza della politica estera italiana: nella contesa per lo sfruttamento dei giacimenti gasiferi del Levante scarso o nessun sostegno arriva ad Eni dal governo italiano. Eppure non sono mancate occasioni in cui la presenza di un paio di fregate della Marina Militare avrebbe giovato alla causa italiana, ben più della regolarità delle licenze di sfruttamento dei giacimenti ciprioti. Allargando ancor di più lo sguardo a quel Mediterraneo allargato (dal golfo di Guinea alle prime propaggini dell’Oceano Indiano) che rappresenta lo spazio geopolitico strategico per l’Italia, la situazione non migliora certo: Roma è in ritirata anche lì dove, durante la tanto vituperata Prima Repubblica, era riuscita a conservare o costruire rapporti privilegiati.

Ultimo esempio in ordine di tempo, non certo per importanza, la progressiva estromissione dell’Italia dal Corno d’Africa, in quelle ex colonie con cui per decenni l’Italia era riuscita a mantenere e rinsaldare un legame basato su un modello di relazioni internazionali altro rispetto – giusto per fare un esempio – a quello costruito da Parigi con i propri vecchi domini d’oltremare. Ancora una volta è la Turchia a giocare una partita a tutto campo, a tratti spregiudicata, che finisce per erodere quel che rimane dell’influenza italiana nella regione. Del resto Ankara ha dimostrato in Libia di essere un partner pronto a sostenere anche con la forza, se necessario, i propri alleati. Una capacità che l’Italia parolaia, annegata nel turbine degli inconcludenti vertici e tavoli internazionali, non solo non è capace di esprimere, ma prima ancora di concepire.

E così la recente consegna di una ventina di mezzi blindati all’esercito somalo da parte della Turchia è qualcosa di più che un mero trasferimento di risorse a favore di una forza armata debole alle prese con la sfida jihadista, è un segnale politico forte e chiaro. Tanto più che Ankara dal 2017 ha una base militare in Somalia in grado di ospitare circa 3mila militari, utilizzata anche per l’addestramento di reparti dell’esercito somalo. Come se non bastasse anche la marina e la guardia costiera del Paese africano sono affidate alla cura ricostituente turca

La penetrazione di Ankara non si limita al settore militare: investimenti nel settore della logistica – porto ed aeroporto sono gestiti da compagnie turche – e uno sguardo attento al possibile sfruttamento delle risorse energetiche somale rappresentano una proiezione più che concreta della Turchia neo-ottomana nel Corno d’Africa. Presenza che lascia ben poco spazio ad altri attori, Italia compresa. Insomma, mentre a Roma si producono documenti geostrategici che – correttamente – individuano le aree d’azione indispensabili per l’Italia, altri agiscono sul campo. E, come sempre in politica estera, un’azione anche non perfetta vale mille volte di più di un documento o un piano impeccabile ma destinato a rimanere sulla carta.