Anni fa, al mio primo giorno di lavoro “nell’ambulatorio degli Italiani”, come era chiamato, in un villaggio sulla costa del Ghana, mentre consultavo le schede dei pazienti che avrei dovuto visitare, ascoltai un canto, una specie di preghiera provenire dalla “sala” d’attesa.

“Cosa stanno facendo?” chiesi alla mia infermiera ghanese, che aspettava che dessi il via libera alle visite.

“Stanno ringraziando il Signore ma soprattutto te, caro Doc.”  rispose tranquilla.

“Tutti insieme?”

“Yes, Doc, all together.”

In quel mondo, falcidiato dalla malaria, dove ogni giorno è emergenza, dove vedere un vecchio è un fatto raro, constatare che esisteva un sentimento di riconoscenza spontaneo verso il mio lavoro mi dava una forte motivazione. “Figuriamoci in Italia, vedere una cosa del genere in una qualsiasi sala d’aspetto di un qualsiasi ambulatorio.” Pensavo, consolandomi con l’ironia.

Quando tornai a casa, nei primi tempi ebbi difficoltà a riambientarmi alla realtà di sempre. Mi infastidiva quel continuo ricorrere al medico per disturbi banali, che si sarebbero risolti da soli in pochi giorni, quella rincorsa agli esami il più delle volte inutili ma richiesti perché tanto sono gratis o quasi, quei commenti insopportabili se confrontati con la realtà che avevo lasciato.

“Si fa tempo a morire” se l’esame non rispettava i tempi d’attesa desiderati, “la vecchiaia è una brutta roba” il commento frequente e dentro di me ribattevo “intanto tu ci sei arrivato”. Un mio collega, tornato dall’Africa prima di me, mi confessava che si era rifiutato di dare i giorni di malattia ad un sacco di gente, esasperato dalla inconsistenza dei motivi.

Ieri era il giorno del flashmob, un invito diffuso in tutta Italia e propagatosi via web, per manifestare il ringraziamento a medici ed infermieri ed a tutti quanti si prodigavano a combattere l’epidemia di coronavirus. Ero convinto che sarebbe stato un flop, che l’invito sarebbe caduto nel vuoto, nonostante avessi colto da molti ringraziamenti personali pervenutimi via sms, che un sentimento di riconoscenza serpeggiava fra la gente.

I medici italiani avevano tenuto duro, lasciando aperti gli ambulatori con le opportune restrizioni, per dare un segnale, che c’erano, che un punto di riferimento esisteva, che qualcuno che pensava a loro era presente sul territorio; come le forze dell’ordine, sempre inappuntabili nei momenti difficili.

Negli ospedali molti primari avevano chiesto ai loro assistenti se se la fossero sentita di aprire nuovi reparti dedicati alla lotta alla nuova epidemia e tutti si erano offerti, quasi fosse una diserzione dire di no. Molti professionisti sono finiti in quarantena e le loro famiglie li hanno accolti e protetti, aspettando con pazienza la fine dell’isolamento. Nessuno ha varcato un qualsiasi ambulatorio con richieste stupide o inopportune, tutti con la mascherina al volto, un segno di adeguamento alla situazione più che una reale protezione per se stessi. E poi, come un miracolo, il flashmob c’è stato, in tutta Italia, spontaneo e generoso.

Io ero per strada, in periferia a Milano, a far la coda per il pane. Mi sono commosso, non lo nego. Ma mi è piaciuta anche quell’attesa per la strada, ad aspettare il proprio turno, disciplinati ed a distanza davanti a quel piccolo negozio. Le botteghe dei fornai, dei fruttivendoli, dell’Italia di paese che si riscopre, mentre per l’aria si diffondono le note dell’inno di Mameli.