«Vuol sapere cosa penso della dese­cre­ta­zione? Sono con­tento. E sa per­ché? Se c’è qual­cuno che ha tra­dito il suo impe­gno o che ha voluto pro­teg­gere una parte è giu­sto che esca il nome. Si deve capire chi è stato un imbro­glione, la sua iden­tità, così non getta più fango sul paese o sul ser­vi­zio di intelligence».

Paolo Inze­rilli non è un mili­tare qual­siasi. Gene­rale dell’esercito — ormai in pen­sione — capo di Gla­dio per quat­tor­dici anni, poi pas­sato allo stato mag­giore del Sismi. Custode di segreti, ha adde­strato per anni gli agenti che ancora oggi agi­scono sotto coper­tura «in tutti gli sce­nari più com­plessi all’estero». Per lui dese­cre­ta­zione potrebbe voler dire puli­zia. Ma in fondo sem­bra cre­der poco all’annuncio di Renzi: «L’archivio di Gla­dio è stato seque­strato nella sua inte­rezza dalla magi­stra­tura. In que­sti casi gli atti ven­gono declas­si­fi­cati a “vie­tata divul­ga­zione”, e al ter­mine del pro­ce­di­mento penale devono essere resti­tuiti. La stessa cosa è suc­cessa con le com­mis­sioni d’inchiesta. La magi­stra­tura e gli organi par­la­men­tari hanno basato le loro deci­sioni – giu­di­zia­rie o poli­ti­che – anche sulla base della docu­men­ta­zione dell’intelligence. Che novità potrà dun­que uscire? Nes­suna, ritengo». Ma non tutto — ammette — è noto. «I veri archivi che rimar­ranno segreti sono quelli Nato, que­sto sì. Lì nes­suno può entrare — rac­conta a il mani­fe­sto -, serve sem­pre l’accordo di tutti i paesi ade­renti al patto». E rivela come quelle carte furono negate anche alle pro­cure che inda­ga­vano sull’organizzazione segreta: «Quando la magi­stra­tura chiese di acce­dere all’archivio Gla­dio bloc­cammo l’accesso alla docu­men­ta­zione con clas­si­fica Nato, che non sono mai usciti dai caveaux».

Gli osta­coli che ancora esi­stono per una vera tra­spa­renza sono tanti. Forse troppi, ed è que­sto la vera que­stione che dovrà affron­tare Renzi: «Oggi in tanti dimen­ti­cano che non è stato mai abro­gato il decreto regio del 1941, fir­mato dal Re e da Mus­so­lini. Per assurdo ti pos­sono per­se­guire se foto­grafi una sta­zione dei treni. C’è poi un’altra que­stione, fon­da­men­tale». Prego, gene­rale: «La norma del 2007 voluta da Ber­lu­sconi e dall’allora capo dei ser­vizi De Gen­naro pre­vede che vi sia una limi­ta­zione di accesso anche per i docu­menti declas­si­fi­cati. Una volta che per­dono la clas­si­fica l’accesso è con­sen­tito solo agli “aventi diritto”. Lei, come gior­na­li­sta, non li può vedere. Se non si rimuove que­sto punto la dese­cre­ta­zione non serve a nulla». Un pro­me­mo­ria per Mat­teo Renzi.

Una cosa è però certa ed appare — nean­che troppo vela­ta­mente — tra le parole, sem­pre sop­pe­sate, di Inze­rilli. Ci sono strut­ture ancora poco note, pro­ba­bil­mente asso­lu­ta­mente ine­dite: «La guerra non orto­dossa — rac­conta l’ex capo di Gla­dio — aveva un coor­di­na­mento in Ita­lia. Vi face­vano parte – oltre al Sismi – il 9° bat­ta­glione Col Moschin (incur­sori dei para­ca­du­ti­sti, ndr), il Com­su­bin (incur­sori della Marina mili­tare, ndr), il Sios dell’Aeronautica e una parte della Marina mili­tare, per la for­ni­tura dei mezzi». Non solo. I nostri ser­vizi e i reparti spe­ciali dell’esercito e della Marina si sono occu­pati atti­va­mente del ter­ro­ri­smo: «E’ esi­stito anche un altro coor­di­na­mento. Nel 1984 si costi­tuì un “comi­tato per l’antiterrorismo”. Qui sedeva la VII divi­sione del Sismi, che io rap­pre­sen­tavo, gli incur­sori del Col Moschin e del Com­su­bin e il Gis dei cara­bi­nieri. Era l’epoca di Ful­vio Mar­tini». Una strut­tura che in pochi cono­scono. Secondo il sena­tore Felice Cas­son (oggi al Copa­sir e in pas­sato tito­lare delle inda­gini su Gla­dio) all’epoca vi fu una vera e pro­pria rior­ga­niz­za­zione della strut­tura segreta, con la costi­tu­zione di diversi livelli di segre­tezza. E su que­sto punto forse i docu­menti che saranno dese­cre­tati potranno chia­rire molti aspetti.

Paolo Inze­rilli non nega il coin­vol­gi­mento dei ser­vizi in epi­sodi ancora oscuri: «Le devia­zioni? I “casini” sono avve­nuti quando si appog­giava una parte, quando man­cava l’equilibrio. Le fac­cio un esem­pio: io dovevo par­lare con tutti, ovvia­mente. Quando dove­vamo incon­trare gli israe­liani man­davo un uffi­ciale filoi­srae­liano, accom­pa­gnato, però, da uno filo­pa­le­sti­nese. Poi, al ritorno, sen­tivo tutti e due, sepa­ra­ta­mente. I pro­blemi sono nati quando qual­cuno non ha man­te­nuto que­sto equilibrio».

C’è poi il livello poli­tico, che quasi sem­pre si è tirato fuori, evi­tando di ammet­tere respon­sa­bi­lità evi­denti: «Io ho per­so­nal­mente indot­tri­nato su Gla­dio tanti mini­stri e, in una fase suc­ces­siva, pre­si­denti del con­si­glio, come Bet­tino Craxi. Molti di loro poi hanno soste­nuto di essere all’oscuro, di non cono­scere l’esistenza dell’organizzazione. In quel caso, però, c’erano le loro firme sui docu­menti». Carte che ora aspet­tiamo di poter leggere.

 

Andrea Palladino, Il Manifesto, 27 aprile 2014