Fratelli tutti. Meno noi. O, meglio, meno i cristiani perseguitati. Meno la Chiesa che soffre. Meno tutti i nostri fratelli uccisi, torturati, imprigionati o emarginati per la loro fede. La strana, sconcertante omissione balza  agli occhi scorrendo gli argomenti dell’ultima enciclica di Papa Bergoglio. Un’omissione non da poco. Anche perchè nel capitolo dedicato a “Religioni e violenze”  la parola “cristiani”  non  compare mai.  E l’unico vago  riferimento ad una persecuzione anti-cristiana  lo s’intravvede  quando il  Papa auspica  “che, nei Paesi in cui siamo minoranza, ci sia garantita la libertà, così come noi la favoriamo per quanti non sono cristiani là dove sono minoranza”.
Eppure i 260 milioni di cristiani  vittime di abusi disciminazioni e violenze sono la comunità religiosa più perseguitata del mondo. Solo nel 2019, secondo  la  “Watch List 2020” compilata dall’Ong americana  “Open Doors”, le violenze anti-cristiane  sono costate le vite a 2983 nostri fratelli. Un’autentica strage perpetrata dalla Nigeria alla Siria,  dall’India alla Corea del Nord  a cui s’aggiungono 9.488 attacchi a luoghi di culto,  1.052  rapimenti  a scopo di estorsione, 3711 fra arresti e detenzioni arbitrarie  e 8.537 fra abusi o violenze sessuali.
Un panorama di atrocità completamente dimenticato da un’enciclica che dedica al tema dei migranti l’intero quarto capitolo e buona parte parte del secondo.  Come se non bastasse anche quando esorta a non dimenticare   “orrori” come la Shoah, le stragi di  Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni e i massacri etnici si stenta a ravvisare la presenza di una persecuzione ai danni dei cristiani. E proprio mentre il Nagorno Karabakh è di nuovo sotto le bombe dell’Azerbajan  e degli  alleati turchi manca qualsiasi riferimento al genocidio del popolo armeno, uno dei più grandi orrori subiti  in epoca moderna da  una comunità cristiana.
Ma manca anche qualsiasi riferimento al più recente  dramma dei cristiani perseguitati  dall’Isis a Mosul prima e in Siria poi. Com’è assente qualsiasi accenno alle vicissitudini di una Chiesa cattolica cinese costretta a fare i conti con la distruzione delle proprie chiese , la rimozione dei simboli sacri  e la sottomissione di preti e sacerdoti ai diktat  del partito comunista.
La rimozione di queste vessazioni appare ancor più singolare alla luce delle raccomandazioni di un Papa attentissimo nel descrivere “una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti”. Peccato che su quella barca non vi sia posto  per il dolore e le lacrime dei nostri fratelli nella fede.