Il 7 novembre, al Palazzo Blu, a Pisa, si sarebbe dovuta inaugurare una mostra sul grande pittore Giorgio De Chirico, una mostra che prometteva di essere davvero favolosa. Circa un anno fa, avevo già avuto modo di ammirare, sempre al Palazzo Blu, una stupenda mostra sull’arte futurista. Vittorio Sgarbi ebbe modo a suo tempo di affermare che a suo giudizio, De Chirico fu il miglior pittore del Novecento. Non saprei dire; le classifiche dell’arte sono difficili, insidiose, inutili. La mostra sul genio della pittura metafisica era stata programmata da tempo e l’ho attesa con trepidazione per mesi, anche perché – a differenza di tanti che adesso mostrano stupore – io appartengo a quella cerchia di persone che sentivano sentore di “secondo lockdown” sin dall’inizio, e non credo di essere un veggente.

Fatto sta che con la dichiarata risalita epidemica, il governo Conte II ci ha sostanzialmente detto che nonostante il mantra delle mascherine, distanziamento sociale e igienizzazione delle mani, dopo mesi, siamo punto a capo. Al problema sanitario si viene così a sommare quello delle libertà democratiche e della crisi economica e sociale. Ma c’è un altro aspetto, tutt’altro che secondario, ed è relativo alla crisi culturale che il Paese sta attraversando. Il caos della scuola ne è un esempio emblematico che a quanto pare la bislacca trovata dei banchi a rotelle del ministro Azzolina non è servita a rimediare.

Ma un altro, per certi versi ancora più stridente, appare la decisione del ministro dei Beni culturali Franceschini di chiudere cinema, teatri e musei. È il caso di ricordare che i dati dimostrano senza possibilità di errore che dall’inizio della pandemia, v’è stato un solo caso di contagio in questi ambienti, e questo perché com’è ovvio, sono settori nei quali le norme anticontagio vengono severamente rispettare. Solo chi è incompetente o in cattiva fede può pensare che questi siano luoghi nei quali si diffonda più facilmente il virus. E ad aggravare la situazione c’è la gaffe del governo nel aver definito queste attività “non essenziali”. Per essere gli eredi del Pci – il “partito degli intellettuali” – non c’è male.

E nonostante che nel mondo culturale vi sia tuttora una prevalente preferenza per le sinistre, decisioni e inciampi comunicativi del governo hanno fatto trasalire artisti e intellettuali. A parte gli pseudo artisti che rappresentano il nulla cosmico culturale, più simili a dei “influencer” buoni a pontificare a colpi di tweet e selfie, con il restante mondo artistico – culturale, quello veramente di valore, occorre aprire una finestra di dialogo. Bene ha fatto il centrodestra a prendere posizione in difesa, non solo dell’Italia produttiva sul piano economico-sociale, ma anche di quella artistico – culturale, perché a dispetto di quanto dice il governo, la cultura è essenziale. Anzi, sono convinto che occorra andare oltre. Perché siamo a un momento di svolta epocale, non solo nazionale, ma planetario, e l’attuale sistema politico-culturale, per decenni trionfante, ovvero la paccottiglia oscillante tra ideologia “liberal” e comunismo di ritorno, si sta giocando tutto in questa partita, e sebbene la lotta sarà lunga e aspra, sono convinto che alla fine la perderà rovinosamente. Allora, essendosi totalmente compromesso, il progressismo globale pagherà, al termine della fiera, uno scotto clamoroso.

Ma la destra, deve giocar bene le sue carte, meglio di come le abbia giocate finora. È noto che gran parte di quel mondo intellettuale che durante il fascismo erano schierati con convinzione con il regime, alla caduta del medesimo, passò armi e bagagli nel Pci e sinistre sparse, qualcuno per “pentimento”, molti per convenienza. Ma dopo oltre mezzo secolo, gli eredi della tradizione politica comunista, sta mal ripagando “la fedeltà” che il mondo culturale ha serbato per calcolo o per convinzione. Il combinato disposto di privazione delle libertà, crisi economica e crisi culturale, rischia di esplodere pericolosamente tra le mani dei manovratori maldestri. Non è quindi scontato che tutto il mondo culturale resterà fino alla fine schierato con le forze progressiste, vuoi per opportunismo, vuoi perché maturato una nuova consapevolezza.

L’attuale protesta del mondo artistico e culturale è perciò sacrosanta perché se si chiudono tutti i teatri, i cinema e i musei, rischiamo di far fallire l’intero mondo culturale. La destra deve saper cogliere l’occasione, per sostituirsi alla sinistra come “partito della cultura”, non già per opportunismo, bensì per visione ideale. Dobbiamo partire, infatti, da una premessa, ovvero, che la differenza tra sinistra e destra nel rapporto con la cultura è che la sinistra concepisce la cultura al servizio del partito, la destra concepisce la politica al servizio della cultura.

Non agogniamo di rovesciare l’egemonia culturale di sinistra in una di destra, preferiamo una cultura libera, dove vi sia un confronto dialettico tra diverse posizioni, ma neppure possiamo proseguire nell’errore per troppo tempo protratto di una destra indifferente, pigra, o disorganizzata sul piano culturale. Se deve esserci un’”epurazione”, non è delle idee non “allineate”, quanto e solo delle idee “sterili”, il ripulire la cultura italiana di opere che sono orride, fiacche, chiuse nel suo autoreferenziale “intellettualismo snob”, difetto che troviamo sovente in tanta pessima editoria, in tanto cinema “pseudo – impegnato”, o in troppe canzonette e vari Rap e Trap.

In una parola, introdurre un criterio “meritocratico” nell’ambiente artistico, culturale e intellettuale. L’opposizione perciò, oltre che politica, deve farsi cultuale, perché non è possibile né governare né fare opposizione, se non si ha un’idea di società, e non si può attuare quell’idea senza una visione culturale e un apparato conseguente. Chiediamo perciò al centrodestra di ascoltare e cogliere l’appello della cultura, come un’occasione storica unica. E in questo passaggio, altri talenti e teste pensati, “bastiancontrari”, potranno forse emergere. Gli altri, come foglie secche, lasciamo che cadano.