Hai 17 anni. Sali sul motorino insieme ad un altro che si scopre essere il figlio di “Genny ‘a Carogna”, a riprova nell’ordine:
1) che la mela non cade mai lontano dall’albero
2) che le teorie del grande Lombroso sono inconfutabili
3) che predicare la natalità senza sindacare qualità e capacità formativa dei genitori è una cazzata sesquipedale.

Insieme, tu ed il cucciolo di Carogna pensate di fermare un’auto per rapinarne i passeggeri; per essere più credibili e consoni ai disgustosi personaggi di sceneggiati vergognosamente decantati, decidete di accompagnarvi con una pistola (giocattolo certo, ma avendone estratto il tappo rosso così che gli sventurati che vi incontrano non possano avvedersi del minor pericolo).

Mentre a mano armata minacciate le vittime, giunge un’auto della polizia i cui agenti vi intimano di fermarvi dal compiere l’azione criminale; per tutta risposta provate a scappare mentre il “figlio d’arte” ti incita a sparare allo sbirro.

Quello però è più veloce, spara con una pistola vera, e ti toglie di mezzo per sempre, a beneficio di quanti nei prossimi 60 anni non avranno più il fastidio di incrociare le loro strade con la tua (e non mi rompete il cazzo con finti solidarismi, che tanto quello non sarebbe mai diventato né un cattedratico dell’Accademia dei Lincei, né un cardiochirurgo specializzato in interventi a cuore aperto).

Tuo padre, con aria teatralmente scandalizzata, mise guappesca ed eloquio incomprensibile ai più, inonda le tv reclamando giustizia (sic!), accusando il poliziotto (contro il quale avevi puntato un’arma apparentemente da fuoco) di eccesso di legittima difesa, e dichiarando con tono finto-patetico “mio figlio non doveva morire” (o comunque questa sembra la più plausibile traduzione in italiano corrente).

Su di te, nutro pochi dubbi; su tuo padre nessuno.