Sono stato un attento studioso critico di Basaglia, ma mai un suo seguace né ammiratore. Leggo su “Il Piccolo” di Trieste  una recensione su un volume edito in Inghilterra che descrive Basaglia e il suo “pensiero rivoluzionario”.
Mario Colucci annota delle precisazioni che definisce “zone d’ombra”: ad esempio, il fatto che Basaglia venga rappresentato “come uomo ideologico o antiscientifico”.
Dato che, come si sul dire, “verba volant, scripta manent”, vediamo un po’ alcune posizioni del citato personaggio, anche per capire chi è aderente alla realtà basagliana e chi la mistifica.
Scrive Basaglia in “La nave che affonda”, Raffaello Cortina, Milano 2008:
“Noi creiamo una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico, la nostra azione è un po’ come un commando dirottatorio” (p. 39);
“Oggi il terrorista è un ‘personaggio’ della società che nasce come conseguenza delle contraddizioni della società stessa” (p. 61);
“Nel momento in cui si svuotano i manicomi lo psichiatra, o il tecnico, o il militante, non può che essere dalla parte dell’internato, cioè un terrorista lui stesso”;
“La gente è costretta a sparare perché non è ascoltata, come il ‘matto’ è costretto a uccidere la moglie perché non è ascoltato” (p. 134);
“Oggi noi dobbiamo sacrificarci per mettere in piedi una logica rivoluzionaria” (p. 137).
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“Le scoperte scientifiche […] non sono state fatte in funzione dell’uomo ma dell’evoluzione del capitale e dell’industria” (p. 55);
“Se per esempio degli psichiatri avessero detto ‘Abbiamo trovato il virus della schizofrenia’, il loro discorso sarebbe rimasto confinato nel ghetto della scienza” (p. 79);
“Il nostro lavoro veniva definito ‘privo di rispettabilità scientifica’, cosa che non può farci che piacere” (p. 107).
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Detto ciò, pongo una domanda retorica: se queste affermazioni – e molte altre ancora si possono recuperare nei testi suoi e dei sui accoliti – non sono politiche e antiscientifiche, cosa sono?
Inoltre, è bene sottolineare alcuni altri aspetti della personalità di Basaglia, che conferma il suo livore e il suo risentimento. Come quando, nel libro citato, a p. 99, attacca il grande Giovanni Jervis, che ho avuto l’onore di conoscere a sufficienza tanto da dedicargli il mio volume “Oltre l’utopia basagliana”, Edizioni Mimesis, Milano 2010. Del suo collaboratore critico e colto dice: “[…] Sarebbe come dire che un matto non crede al suo delirio. Quello che lui ha scritto, per tutti noi è un delirio, perché non è vero”. Della serie, chi non è con me è contro di me, quindi folle.
Resto sempre dell’opinione di Abraham Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.” E il mondo, sulla Legge 180 e Franco Basaglia, non si è lasciato ingannare.