L’emergenza del Covid e le sue restrizioni hanno significato, tra tantissimi sacrifici, anche quello di set e sale cinematografici. L’ottima notizia è che, da qualche settimana, gli uni come gli altri stanno (con tantissimi limiti) ricominciando le attività. Mancano le nuove uscite, così i film in sala sono per lo più i titoli proposti lo scorso inverno.
I cinema del circuito UCI stanno proponendo due titoli del veneratissimo regista Stanley Kubrick – già celebrato con varie manifestazioni, negli scorsi due anni, per i novant’anni dalla nascita (New York, 1928) e i venti dalla morte (in un maniero fuori Londra, 1999). Uno è “Arancia meccanica”, del quale il prossimo anno ricorrerà il cinquantesimo anniversario.
L’altro è “Shining”, a quarant’anni tonti dalla prima uscita, nella sua versione estesa: quella insomma presentata, nel 1980, al pubblico statunitense, di 2 ore e 24 minuti; il pubblico europeo aveva potuto sino ad adesso vederne una scorciata di 25 minuti.
“Shining” (“luccicanza”: il nome dato dal simpatico cuoco di colore Dick alle doti di telepatia e preveggenza che condivide col piccolo Danny) è un romanzo del celeberrimo scrittore horror Stephen King, pubblicato nel 1977. Il film, le cui riprese cominciarono nelle prime settimane del 1979, uscì negli USA a metà dell’anno dopo, e ne è un adattamento piuttosto libero: si pensi che Kubrick cestinò la sceneggiatura del romanziere, preferendo riscriverla assieme a Diane Johnson.
Il film racconta la vicenda della famiglia Torrance: Jack, un ex insegnante con aspirazioni da romanziere, la dolce e insicura moglie Wendy e l’intelligentissimo, tormentato e solitario figlio Danny, telepatico e preveggente, che spesso finge di parlare per tramite di Tony, “il bambino che vive nella mia bocca”. Per scrivere indisturbato un romanzo nel quale depone tante speranze, Jack accetta di custodire per mezzo anno l’Overlook Hotel, un albergo di lusso che d’inverno resta isolato dalla neve. Il direttore, Stuart Ullman, mette in guardia Jack: il custode di tanti anni prima, Grady, nella stessa situazione finì per fare a pezzi moglie e figlie, per poi suicidarsi; ma Jack si dice sicuro di sé. Prima della chiusura, Danny fa amicizia con Dick, il cuoco dell’albergo, come lui dotato dello “shining”: la capacità di comunicare tramite il pensiero.
Molte le differenze tra il romanzo e il film: la caratterizzazione di Ullman e il suo rapporto con Jack, la sorte di Dick; Kubrick non racconta la disastrosa carriera da insegnante di Jack, e sostituisce (saggiamente) le siepi a forma di animali con un labirinto; il mefistofelico Horace Derwent, a lungo evocato nel libro, appare soltanto in un’allucinazione di Wendy.
Kubrick non dirigeva un film da quasi un lustro: il sontuoso “Barry Lyndon” (dal romanzo di Thackeray) era stato un fiasco al botteghino, male accolto anche dalla critica (ma ampliamente rivalutato col solito senno di poi). Da allora, raccontava la sua segretaria, Kubrick aveva passato intere giornate chiuso in studio a leggere romanzi, nella speranza di trovarne uno da adattare; spesso si udivano i tonfi dei libri gettati dal regista contro le pareti. Lo avrebbe finalmente trovato assorto nella lettura del terzo romanzo dell’orrore di King.
Pur conquistato dalla lettura, Kubrick avrà un rapporto pessimo con lo scrittore – il quale si dirà subito deluso dal film (ma il regista riuscirà a ottenere una clausola che gli impedisse di criticarlo a mezzo stampa), tanto da ottenere, quasi un ventennio dopo, la realizzazione d’un film per la tv fedele al suo testo (e nel quale comparirà, come direttore dell’orchestra dell’albergo). Sarà vittima, King, delle ossessioni del regista, che non mancava di telefonargli a notte fonda per parlare dei massimi sistemi (chiedendo, per esempio, se lo scrittore credesse nell’esistenza di Dio).
King si è trovato in buona e nutrita compagnia. A parte il piccolo Danny Lloyd (per una coincidenza, nome e cognome del bambino univano i nomi del suo personaggio e del barista demoniaco), paternamente protetto dal regista, quasi nessuno sul set si trovò esente da tormenti kubrickiani – a partire dalla segretaria, costretta a riempire, in formattazioni diverse (e in lingue diverse, per la distribuzione internazionale), le celeberrime risme di fogli su cui Torrance in preda al delirio batte a macchina in continuazione “All work and no play make Jack a dull boy”.

Tutto il personale fu sottoposto a riprese eccessivamente prolungate e fisicamente estenuanti – soprattutto per il fatto di dover simulare un’ambientazione invernale in un set spesso reso torrido dall’illuminazione artificiale: Joe Turkel, interprete del barista-fantasma Lloyd, fu più volte sul punto d’un malore, dovendo stare vestito di tutto punto in due scene brevi, ma girate nell’arco di sei settimane, coi riflettori puntati addosso; altrettanto tormentate le scene con Philip Stone alias Grady, l’altro spettro che aizza Jack contro moglie e figlio: alla fine di ogni ripresa, Kubrick guardava il girato con Nicholson e Stone, per poi dire: andava bene, rifacciamo tutto. Scatman Crothers, in realtà un cantante (ma Slim Pickens, prima scelta di Kubrick, aveva rifiutato il ruolo di Dick Halloran perché traumatizzato dall’esperienza di “Il dottor Stranamore”), rimase tanto esasperato dalle esigenze del cineasta che quando, sul set di “Bronco Billy” (il primo film che interpretò dopo “Shining”), il regista-protagonista Clint Eastwood tenne buona (come fa quasi sempre) una sua prima ripresa, pianse di gioia. Riprese difficili anche per il grande protagonista: racconta Angelica Huston, allora sua convivente, che alla fine delle giornate sul set si addormentava appena rincasato, da tanto era esausto. A un certo punto, Nicholson rifiutò di ripassare le sue frasi prima di girare le scene: sapeva che Kubrick avrebbe cambiato la sceneggiatura seduta stante. La cavalleria del divo non salvò la grande vittima di Kubrick, che nonostante le reprimende di Nicholson si accanì per tutta la lavorazione contro la povera Shelley Duvall.
La Wendy del film è diversa da quella del romanzo: mora e dimessa, laddove nel libro è bionda e grintosa. Nicholson avrebbe voluto per partner Jessica Lange, ma si trovò bene con la Duvall, nota al pubblico per il volto angoloso e simpatico, e per “Nashville” di Robert Altman (per il quale sarà poi Olivia in “Popeye”, con Robin Williams nel ruolo di Braccio di Ferro). Già rinomata per il talento, la Duvall si trovò comunque comprensibilmente spaventata dal confronto con un attore che non ha mai esitato a far “sparire” dalla scena i comprimari (e di 14 anni più grande di lei, nonostante i due personaggi passino, come nel romanzo, quasi per coetanei). Kubrick purtroppo ne fece il suo zimbello, con conseguenze devastanti per la psiche – e la carriera – della Duvall, che pure era una piccola potenza a Hollywood (e otto anni dopo potrà radunare star di prima grandezza per un telefilm sulle fiabe). Urla, accuse di essere la rovina del film e di obbligarlo a prolungare la lavorazione per colpa della dabbenaggine della poveretta: e stando alla leggenda (smentita dagli operatori, che sostengono non si sia andati oltre i quaranta tentativi), la scena in cui Wendy-Duvall fronteggia Jack-Nicholson brandendo una mazza da baseball sarebbe stata girata 127 volte. Pensava, miserella, d’impietosire il perfido cineasta, mostrandogli le ciocche di capelli che stava perdendo: ma quello continuò a infierire. Salvo poi dire, nelle interviste, d’essere stato felice di lavorare con lei e d’averne apprezzato molto l’interpretazione.


Interpretazione spesso deprecata, tanto da aver ricevuto una nomination ai “Razzie award” (i sarcastici Oscar al contrario): ma non è chiaro cosa pretenda chi le rimprovera d’aver ritratto “una donna terrorizzata”: d’accordo che un anno prima la Ellen Ripley di Sigourney Weaver aveva bellamente sderenato “Alien”, ma cosa ci sia di balzano in una casalinga che urla perché un indemoniato dà in giro colpi d’ascia non è dato sapere. Una trasmissione-spazzatura della tv USA, “Dr. Phil”, ha esibito pochi anni fa il disagio mentale del quale la Duvall è tuttora vittima; ma l’ex attrice si è mantenuta abbastanza lucida da rifiutare il trattamento offerto dallo psicologo collaboratore di Oprah Winfrey.

Prima ancora che un film di Kubrick, o un adattamento da un romanzo di King, “Shining” è il film di Nicholson. Se “Orizzonti di gloria” e “Spartacus” erano al servizio del divo Kirk Douglas (per quanto il primo sia una pietra miliare, e nel secondo il protagonista divida la scena con un cast stellare), e “Il dottor Stranamore” era un veicolo per l’istrionismo di Peter Sellers (impegnato in tre ruoli), il resto della (scarna) filmografia kubrickiana dava poca importanza agli attori, arrivando ad affidare ruoli di protagonista ad attori mai diventati celebri (“2001: Odissea nello spazio”) o diventati, soltanto anni dopo, caratteristi di discreto successo (“Full Metal Jacket”), quando non addirittura a divi piuttosto scarsi (“Barry Lyndon”, “Eyes Wide Shut”). Se nel romanzo Danny è protagonista quando lo è Jack, nel film (complice il dover far recitare un bambino – pur molto bravo) c’è spazio quasi solo per il padre. Quella di Jack Nicholson è un’autentica prova di forza, un’esibizione di bravura spietata, che giganteggia su tutto il resto del film e su tutto il resto del cast; uno dei pochi grandi esempi in cui la recitazione hollywoodiana esagerata abbia portato a un buon risultato – non sarà da meno, un decennio esatto dopo, Kathy Bates in “Misery non deve morire” (interpretazione forse migliore, perché più sapientemente misurata).
Gran valore aggiunto, per chi guardi il film in italiano, il doppiaggio di Giancarlo Giannini.
La Warner Bros. aveva proposto a Kubrick, per il ruolo di Torrance, Robert De Niro e Robin Williams; ma, dopo aver visto il film “Taxi Driver” e il telefilm “Mork & Mindy”, il regista concluse che De Niro (il quale dirà poi che la visione del film gli aveva provocato incubi per un mese) non era abbastanza folle, e Williams lo era troppo. Kubrick avrebbe poi pensato a Harrison Ford (nello stesso anno protagonista di “L’impero colpisce ancora”, il film che sfidò “Shining” al botteghino).
Harrison Ford sarà due anni dopo protagonista di “Blade Runner”, che ha due tratti in comune con “Shining”: l’attore Joe Turkel (nel ruolo del barista-spettro Lloyd e di Tyrrell, il magnate degli androidi) e le riprese delle montagne a volo d’uccello. Perplessi dal finale del film, i produttori pretesero da Ridley Scott che aggiungesse delle immagini “luminose”; ma Scott aveva esaurito il budget, e non intendeva più girare nulla per un film che considerava un disastro; chiese allora a Kubrick le inquadrature scartate dai titoli di testa di “Shining”.
Crudele con la sua protagonista femminile, Kubrick non lo fu col piccolo Danny: una piccola rivelazione che non proseguirà la sua carriera nel cinema, né nel mondo dello spettacolo. Spaventato dal rischio di esporre un bambino all’inquietudine d’un film horror, che già aveva mietuto vittime (Linda Blair, “L’esorcista”; Harvey Stephens, “Il presagio”) e ne farà ancora (Haley Joel Osment, “Il sesto senso”), Kubrick convinse Danny Lloyd d’essere sul set d’un film drammatico; e quando Wendy porta via dalla sala il bambino, accusando Jack d’averlo picchiato, quello che Shelley Duvall porta in grembo è un pupazzo.

“Shining” è il film meno “filosofico” di Kubrick; risultano piuttosto fragili le teorie stando alle quali sarebbe una metafora della persecuzione dei Pellerossa (in base al fatto che l’Overlook Hotel è costruito su quello che era un loro cimitero) o addirittura degli ebrei (soprattutto per la musica di Penderecki, “Il risveglio di Giacobbe”, che accompagna gli incubi di Jack e le visioni di Danny); forse, più semplicemente, la dinamica tra padre e figlio (tema ricorrente nei romanzi di King, a causa della triste adolescenza dello scrittore) può raffigurare uno scontro tra generazioni (assai ravvisabile nei ricordi che Jack ha del padre, omessi nel film).
È insomma “Shining” una bellissima confezione, il cui contenuto forse c’è, forse no. Intento dichiarato di Kubrick era confrontarsi con più generi cinematografici possibili (come ben dimostrano i film immediatamente successivo e precedente: “Barry Lyndon”, il film in costume; “Full Metal Jacket”, il genere bellico), rivisitandoli uscendo dai loro canoni e utilizzando una perizia maniacale.
Resta un film bellissimo, un horror che, nonostante la sentenza di King (“non capisco come faccia il pubblico a trovarlo spaventoso”) è davvero terrificante; fra gli ultimi esempi d’un genere che aveva spadroneggiato dalla fine degli anni Sessanta (“Rosemary’s Baby” di Polanski, “La notte dei morti viventi” di Romero) e per tutti gli anni Settanta (dallo sproporzionato successo di “L’esorcista” di Blatty e Friedkin ai suoi sequel, remake, emuli; passando per “Carrie lo sguardo di Satana” di King e De Palma, “Il presagio” di Donner, ai classici americani – Craven, Carpenter, Hooper – e italiani – Argento, Bava, Fulci, fino a “La casa dalle finestre che ridono” di Avati), ma stava già cominciando a spegnersi, pur con qualche momento di eccellenza (“La cosa” e “Il seme della follia” di Carpenter, “Zeder” di Avati, “Dracula di Bram Stoker” di Coppola), fino a impantanarsi, ancora oltre il Duemila, in cretinate sempre identiche, tutte fatte di “jump scare” (“balzi di paura”: le apparizioni improvvise di qualcosa che dovrebbe spaventare) che se possono far sobbalzare lo spettatore, quasi mai instillano un reale terrore; e, peggio ancora, si assiste al trionfo di banalità “splatter” – dai “franchising” dei pessimi “Saw” e “Final Destination”, si spaccia la pornografia della violenza per cinema horror (arrivando all’idiozia del “torture porn”, portati al successo da Eli Roth, sodale di Tarantino). Va comunque notato che negli ultimi anni si sono fatti valere autori di vaglia con titoli interessanti – tra i più agguerriti, Rob Zombie e Ari Aster.


Tornando a “Shining”, è un netto miglioramento rispetto al romanzo di Stephen King. Sosteneva Kubrick che “tutto può essere filmato”: con “Shining” ha posto le possibilità del mezzo cinematografico al servizio del miglioramento d’un romanzo di qualità, per renderlo eccellente. Uno dei suoi punti forti è infatti la colonna sonora: dai titoli di testa (con la cinepresa che, montata su di un elicottero, segue l’automobile di Jack fra le montagne intorno al Lago di St. Mary, con l’Isola dell’Oca Selvaggia – come si diceva sopra, la scena le cui inquadrature scartate furono donate a Ridley Scott per il finale posticcio di “Blade Runner”), col tonitruante tema per sintetizzatore di Wendy (allora Walter) Carlos e Rachel Elkind, passando per musiche di Bartok, Ligeti, Penderecki; mentre bisbigli e cori satanici evocano l’accerchiamento delle forze oscure celate nell’Overlook Hotel attorno alla malcapitata famigliola. Particolarmente importante, per la tecnica cinematografica, è stato l’intervento di Garrett Brown, il cineoperatore che proprio sul set di “Shining” migliorò la sua invenzione: la Steadicam, con la quale realizzò i famosissimi piano-sequenza nei quali l’osservatore “insegue” Danny che percorre i corridoi dell’albergo in triciclo. Col suo fisico possente, Brown portò su di sé l’imbracatura con la quale poteva muovere la macchina da presa camminando, rendendo fluida la carrellata.
Molte le scene rimaste epocali: il citato volo d’uccello sui titoli di testa, le apparizioni delle gemelline fantasma, il corridoio inondato di sangue (Kubrick si accontentò della terza ripresa… ma ogni tentativo costò nove giorni di lavoro), l’incontro fra Jack e il barista diabolico Lloyd, Danny raggiunto da una pallina da tennis che nessuno sembra aver lanciato, ancora Danny che ripete il mantra “redrum”, Wendy che scopre quel che Jack sta davvero scrivendo, l’abbattimento della porta a colpi d’ascia, i diavoli dell’Overlook che appaiono a Wendy (con l’inquietantissima scena dell’uomo in costume da cane appartato col proprietario dell’albergo), lo scacco nel labirinto.

Il cinema horror ha registrato, nei decenni, alti e bassi. Così è anche per gli adattamenti da romanzi di Stephen King, che pur con molti episodi mediocri hanno visto la realizzazione di ottimi film: “Carrie”, “La zona morta”, “It”, “Misery non deve morire”. Fra di essi, è difficile non considerare “Shining” il migliore.

Stephen King, Shining
Trad. it. Adriana dell’Orto
Bompiani (Milano 2017), 588 ppgg., 14 euro