E’ vero che il settarismo condanna a essere minoritari a vita. E’ vero che la soluzione dei problemi a volte richiede fantasia e capacità di rompere schemi precostituiti. E’ vero soprattutto che da che mondo è mondo, e da che politica è politica, le elezioni si vincono conquistando il consenso di quelli che la volta precedente hanno votato per i tuoi avversari. Ma lo si dovrebbe fare convincendoli che le proprie idee sono migliori, non facendo credere che in fondo in fondo, dandoti una ripulita, sei uguale a quelli della parte opposta. Anche perché, al di là di specifiche ed eccezionali contingenze, di norma fra la copia e l’originale gli elettori tendono a preferire il secondo.

E invece, come per una maledizione che non si riesce a esorcizzare, a ogni tornante decisivo della storia politica italiana riaffiora il vecchio complesso della destra che per sentirsi legittimata deve piacere a sinistra. Che per potersi esprimere deve avere come minimo il permesso, meglio ancora un applauso dalla curva opposta. Che, invece di consolidare la propria piattaforma ideale per sfidare la pretesa egemonica degli avversari e dare duratura sostanza e visione alle esperienze di governo, fa di tutto per conquistare il biglietto d’ingresso nei salotti radical chic dove si pretende di decidere chi possa sedere a tavola e chi debba essere ricacciato nella fogna.

E’ così che, prim’ancora che per errori politici storici come la chiusura del PdL o per il progressivo smottamento della coalizione, è finita in soffitta, al netto di apparenze raccogliticce, la vocazione maggioritaria che dopo mezzo secolo aveva dato voce a un sentimento carsico presente nel Paese e a lungo privo di rappresentanza. Se ne è avuta prova nelle più recenti stagioni del centrodestra al potere: al netto di qualche eccezione, invece di promuovere una classe dirigente culturalmente omogenea, si è pensato di accaparrarsi la compiacenza della sinistra regalando posizioni d’influenza con scelte “ecumeniche” che al momento opportuno si sono ritorte contro i generosi elargitori. Col risultato di spingere in campo avverso persone disposte ad anteporre il posizionamento professionale a quello ideale, e mortificare gente di valore salda nei princìpi e poco incline ai compromessi.

Non vogliamo dare eccessivo rilievo a vicende fra loro diversissime ma tutto sommato non epocali. Tuttavia le cronache delle ultime ore ci dicono che, anche di fronte alla peggior prova della sinistra al governo nel momento peggiore della nostra storia repubblicana, questa subalternità strutturale è ben lungi dall’essere superata.

C’è Matteo Salvini che, commentando l’apertura del quartier generale della Lega nella storia sede rossa di via delle Botteghe Oscure, ha rivendicato al Carroccio il fatto di aver “raccolto i valori di una certa sinistra che fu, come quella di Berlinguer”. Ora – a parte l’aver impropriamente annesso all’eredità della falce e martello realtà come quelle degli agricoltori e degli artigiani che tradizionalmente col comunismo non hanno mai avuto nulla a che fare, e che anzi lo hanno sempre fieramente avversato – il messaggio è sbagliato alla radice. E’ vero infatti che tutta un’ampia fascia di mondo popolare, operaio, periferico rispetto all’architettura sociale, ha smesso da tempo di riconoscersi in una sinistra che ha realizzato alla perfezione la profezia di Pasolini e Del Noce sulla trasformazione in partito radicale di massa, e mostra oggi di riporre fiducia e speranze in un centrodestra che avverte più vicino alle proprie istanze. Ma questo dovrebbe indurre a rivendicare e possibilmente migliorare la qualità della propria proposta politica, non il fatto di aver ereditato quella degli altri. Men che mai se si tratta dei comunisti.

Su un altro piano c’è il bacio della morte di Romano Prodi sulla “vecchiaia che porta saggezza” (a Silvio Berlusconi) e l’ingresso di Forza Italia in maggioranza che “non è certo un tabù”. I complimenti fanno sempre piacere, per carità. E, come detto in premessa, il successo di una forza politica sta anche nella capacità di erodere consensi in campo avversario. Ma ci sono confini invalicabili e storie che pesano come un macigno e che non possono essere rimosse. Il malcelato compiacimento con la quale in alcuni settori del mondo azzurro, al di là dei dinieghi di prammatica, è stato accolto l’endorsement dell’ex nemico pubblico numero uno del centrodestra, fa pensare che lungo la via dell’autoconsapevolezza tanta strada ci sia ancora da percorrere, sempre che (meglio tardi che mai) lo si voglia fare. Né fa ben sperare il titolo di apertura di un quotidiano di centrodestra che ritiene un buon affare per tutti un accordo che consenta a Prodi di soddisfare le sue ambizioni quirinalizie e a Berlusconi di sanare l’onta della cacciata del Parlamento con la nomina a senatore a vita. Aiuto.

Ciò di cui ci sarebbe più che mai bisogno, in questa fase così confusa e per questo così potenzialmente feconda della politica italiana, è di un salto di qualità. Ci vorrebbe un centrodestra maggioritario e identitario al tempo stesso, in grado di aprirsi rivendicando con orgoglio la propria distanza dall’egemonia culturale dominante invece di rincorrerla e scimmiottarla a ogni occasione. Ci vorrebbe un “reset” e una ricostruzione in termini di cultura, idee, proposte, classe dirigente. Ci vorrebbe la consapevolezza del grande capitale di fiducia che gli italiani, nonostante tutto, continuano ad affidare a questa parte politica, e la dignità di volerne essere all’altezza. Per evitare il più inglorioso degli epiloghi: che al prossimo giro ci siano gli elettori ma non ci sia più nulla in grado di rappresentarli.

Claudia Passa, L’Occidentale, 10 luglio 2020