Ancora su Roma e i suoi tanti problemi, i suoi drammi. Le sue tragedie. Piccola premessa, i lettori di destra.it sono fortunati. Su queste piccole pagine i cretini sono bannati, esclusi. Non c’è spazio per pifferai e tamburini. Siamo liberi. Orgogliosamente liberi. E, poichè nessuno ci paga per essere simpatici, preferiamo essere scomodi. Antipatici. La nostra colpa? Cercare di far ragionare le tante destre disperse dando voce alle intelligenze . Qualcuno ci accusa di “fuoco amico”, altri di “apostasia”? Bene così. Continueremo.

Ma torniamo al punto. Su Roma — per noi italiani non una città ma un simbolo, un mito — abbiamo aperto un dibattito. Sul degrado, sulla decadenza ma anche sulle assenze o/e mancanze della destra politica. Ecco allora l’editoriale di Massimo Magliaro, protagonista centrale della destra missina, e poi l’intervento (vedi la rubrica Facite Ammuina) di Ferdinando Parisella, ragazzo invecchiato dei ’70 e magnifico rompiscatole. Risponde a tutti Gloria Sabatini, brillante intelligenza e penna elegante e (molto) pungente.

Tre amici. Tre (si può ancora dire…?) meravigliosi camerati. Grazie Massimo, Ferdi, Gloria. È tempo di scuotere il “piccolo mondo antico destrista”.  E  iniziare a ragionare.

 

Chi c’è dietro? Chi c’è di lato? Chi li manovra? Chi li ha pagati? Neppure la piazza anti-Raggi di sabato (small, medium, large non importa) è sfuggita all’italico vizio del copyright, alla tentazione insopprimibile di leggere dietro quello che non si vede, di trovare la vera etichetta, magari per annunciare con un tweet “l’ho detto prima io”.
Certo, una piazza dai numeri discreti, per non essere stata convocata con settimane di anticipo e cavalcata dalle rete dei social network, soprattutto in tempi di magra, insospettisce. Troppi partecipanti per essere una “roba” spontanea e autoconvocata con un fischio, deve esserci dietro una manina. E infatti c’è, neanche tanto nascosta. Dietro quei 2-3mila romani scesi a manifestare davanti alla statua di Marco Aurelio per mandare a casa la sindaca c’è lo sforzo del Pd di dimostrare uno straccio di esistenza in vita, di provare a cavalcare l’onda della protesta popolare senza metterci la faccia direttamente. Dietro l’artificio dell’apartiticità, escamotage vecchio quanto il mondo, c’è quel che resta della macchina dem, i più invidiosi del governo giallo-verde, i più “rosiconi” per il miracolo del secolo (il tempo ci dirà se una salvezza o una iattura): leghista padani e un po’ fascisti a braccetto con grillini anarchici-mondialisti e un po’ comunisti per rompere il giocattolo.
Ci sono loro. Ma c’è anche altro. Tra quei romani non c’erano soltanto i fedelissimi del Pd renziano, gli amici degli amici, i fan di Calenda e le signore della buona borghesia di Prati e Monteverde con il birignao. Forse per sbaglio, dirà qualcuno, ma c’erano cittadini veri, seriamente infuriati con un’amministrazione capitolina indegna a guidare la Capitale d’Italia per incompetenza, ingenuità e cattivi consiglieri. C’erano madri e padri a chiedere sicurezza per le loro figlie minorenni, c’erano liceali e universitari a chiedere servizi di trasporto leggermente più efficienti che in Uganda (Gaber sorriderebbe), c’erano professionisti a chiedere di poter raggiungere lo studio in scooter senza rischiare di restare inghiottiti nelle voragini della città Eterna, c’erano negozianti a rischio chiusura per il racket cinese dell’Esquilino. C’erano, magari meno visibili delle signore dallo sguardo vagamente progressista che si sono concesse alle telecamere.
Così il day after si consuma pigramente, le condizioni meteo aiutano, tra le dotte esegesi sociologiche sul tasso di consapevolezza/maturità dei partecipanti, la ricerca dell’untore (Gentiloni è stato il primo a congratularsi, si sono traditi), le più strampalate letture in prospettiva di elezioni anticipate che scaturirebbero – i bene informati sempre in errore ne sono certi – dalla condanna e dalle dimissioni della sindaca grillina nelle prossime settimane. Come per l’uscita di scena del mediocre Ignazio Marino la fantasia si scatena.

E la destra italica non è da meno. C’è chi, deluso dalla disarmanete stagione di Alemanno, dà lezioni di rigore e di realismo, c’è chi mette in allerta i “camerati” che sbagliano dall’applaudire la piazza di sabato (scava scava, erano tutti compagni), c’è chi ha paura che i fratellini d’Italia che siedono nell’Aula Giulio Cesare si facciano abbagliare dalle proteste “popolari” costruite ad arte dai quei diabolici dell’ex Bottegone. Vizio italico, si diceva. E, ancora una volta, da questa sponda del Tevere nessuno che riesca a fare sistema. Non si pretende la falange macedone, ma almeno un po’ di rete. Peccato