Non so se possiamo definirlo un compromesso, un baratto o qualcosa di simile. Certo è che la scelta del candidato sindaco di Roma nel centrodestra rischia di innestare un cortocircuito pericoloso. Stando alle ultime dichiarazioni, Giorgia Meloni accetterebbe il nome di Guido Bertolaso alla   sola condizione che, sulla scelta del city manager, l’ultima parola spetti a Fratelli d’Italia. In politica, si sa, il compromesso è la regola. Inutile scandalizzarsi. Quando si è in coalizione, le forze politiche, se non vogliono vanificare le intese e intendono salvare la faccia, debbono trovare un punto di equilibrio fra di loro.

Qui, però, la questione è più complicata. Non tanto per il fatto che si discuta sul nome di Bertolaso, quanto per l’idea di accostargli una figura che, stando alle premesse, miri a condizionarlo e controllarlo nel governo della Città. Quel che appare del tutto fuori luogo, nella proposta condizionante della leader di FdI, è proprio lo spirito che sottende la nomina del city manager.  Posta nei termini in cui è stata posta, la proposta mal si adatta alla normale cultura amministrativa.

Il city manager è una figura introdotta dal legislatore come supporto decisionale del Sindaco. E’ il direttore generale del comune, il cui compito è quello di garantire l’attività gestionale del Comune. Una figura tecnica-organizzativa, dunque.  Una figura che deve assicurare il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Sindaco e dalla sua amministrazione. Quando fu introdotta, una quindicina di anni fa, venne salutata come una sorta di panacea per ogni forma di mala gestio. Rispondeva all’idea, allora fortemente in auge, di “privatizzare” gli enti locali introducendo elementi di gestione aziendale nei gangli arrugginiti della macchina amministrativa. A questa idea si è poi accompagnata un’altra idea: quella dello spoil system, capace di incidere fortemente sugli stessi livelli contrattuali.

E’ quindi del tutto evidente che il city manager, ove istituito, non possa che essere di diretta emanazione del Sindaco, che lo nomina e con il quale deve necessariamente collaborare. Farne oggetto di scambio politico è una evidente forzatura. Si rischia di inceppare la macchina amministrativa. L’esperienza, peraltro, dimostra che, salvo rare eccezioni, i Comuni che sono ricorsi al city manager non hanno tratto beneficio da tale figura. Per varie ragioni.

Con la riforma Bassanini, si è separata l’attività di indirizzo, di esclusiva pertinenza della parte politica ed elettiva, da quella di gestione, conferita ai dirigenti, ai responsabili dei servizi e del procedimento. Una tale separazione di poteri e funzioni, in mancanza di una chiara distinzione rispetto al ruolo del city manager, nel novanta per cento dei casi, ha generato conflitti tra dirigenti interni e figure esterne, conflitti spesso insanabili. L’azione amministrativa ne ha subito conseguenze disastrose.

Dopo le prime sperimentazioni, non è un caso se il legislatore abbia deciso di limitare l’eventuale nomina del city manager/direttore generale ai soli comuni con più di 100 mila abitanti e se, dopo innumerevoli fallimenti, siano riaffiorate pressioni per cancellare la stessa riforma. Il nodo sta tutto qui. Considerare l’ente locale, ossia l’ente pubblico, alla stregua di una azienda è un errore. Sono culture diverse e difficilmente assimilabili. “Privatizzarne” ruoli e funzioni nella sfera pubblica alla ricerca di performance di tipo aziendalista non è materia facilmente addomesticabile. Tanto più se certe scelte sono frutto di compromesso politico e non vengono lasciate nella piena discrezionalità di chi è stato eletto sindaco ed è chiamato a rispondere ai cittadini della sua attività.

E poi, se davvero si vuole controllare e guidare la macchina del Comune – e Roma non è un Comune come gli altri – perché non si avanza la propria candidatura? Vale per la Meloni, come per chiunque altro. La cosa peggiore che si possa fare è puntare al controllo della gestione sindacale per interposta persona. Soltanto perché non ci si fida di chi viene proposto allo scranno più alto del Campidoglio.