La coatta trasformazione della Basilica di Santa Sofia da museo a luogo di culto musulmano non ha destato enorme scalpore nella stampa nazionale e mondiale. In fondo un gesto così eclatante, con valenza geopolitica superiore a quella religiosa di fatto è passato inosservato. Così la monumentale basilica, cristiano-bizantina prima e ortodossa poi, dopo aver svolto per quasi ottant’anni un prestigioso ruolo museale, torna ad essere luogo di culto della religione turco-islamica. Certo una funzione che aveva già svolto per quasi cinque secoli (però è bene ricordare che è stata luogo di culto cristiano per oltre nove) interrotto dal primo presidente turco Mustafa Kemal Atatürk nel 1935 che desiderava fare della Turchia uno stato moderno e laico e che destinò quel bellissimo capolavoro d’architettura sacra a svolgere un ruolo museale.

Erdogan, incassato l’annullamento del decreto di Atatürk da parte del Consiglio di Stato, il 10 luglio ha prontamente provveduto ad emettere un decreto presidenziale per destinare la Basilica al culto turco-islamico. In Turchia certo non mancano moschee, per cui il gesto di Erdogan assume un significato geopolitico che per taluni aspetti sopravanza quello religioso. Una parte del mondo occidentale si è schierato contro la decisione del presidente Erdogan che sempre più spinge la Turchia verso una politica islamica che in talune circostanze ripercorre quella imperialista della Sublime Porta.

Stranamente in Italia una certa classe d’intellettuali e con essa parte di quella dirigente, in nome di una laicità a senso unico, condivide la scelta del presidente turco. Per costoro, alla fine, la Basilica di Santa Sofia è situata in territorio turco per cui è legittimo che Ankara ne disponga a suo piacimento. L’evidente paradosso, per cui in nome della laicità si giustifica un’azione che va nella direzione opposta, assume una dimensione kafkiana quando alcuni di questi ambienti laici si sono scagliati contro quel mondo religioso cristiano, che si è sentito offeso e mortificato dalle recenti vicende accadute nell’antica Bisanzio. Per i credenti quella Basilica era e rimane un luogo di culto cristiano uno spazio dov’è ribadita la fratellanza tra la confessione cattolica e quella ortodossa, un sito che è l’avamposto per il confronto tra i cristiani e il mondo islamico come ben ricordato dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I in una recente intervista. Per cui tale trasformazione interrompe bruscamente di fatto il dialogo religioso tra oriente ed occidente così faticosamente portati avanti sin d’ora.

La vicenda di Hagia Sophia ci consente di fare alcune osservazioni che vanno dalla geopolitica alla religione sino poi a concentrarsi su come l’illuminismo sia un processo ancora non terminato e non del tutto decodificato o ben digerito dalla società occidentale. Erdogan, probabilmente incassato il permesso da Mosca, rilancia la sua azione di pivot geopolitico, religioso e culturale per aumentare la sua già grossa pressione nel Mediterraneo levantino. L’operazione Santa Sofia rafforza il fronte interno, attualmente scosso da una situazione economica non proprio brillantissima dovuta anche a causa delle ingenti spese militari, e quello esterno incrementando il proprio peso per tutte quelle componenti islamiche che vedono tramite la Turchia la possibilità di ricostituire l’antico impero della Sublime Porta. Un’operazione che si è potuta realizzare approfittando dell’amicizia russa e del parziale disinteresse americano.

Dal punto di vista religioso questa recrudescenza turco-islamica e il costante attacco alla cultura giudaico-cristiana occidentale consente al governo del Cremlino di confermarsi come unico e vero bastione cristiano in un’Europa ormai tecnocratica e laica, che già da tempo ha abbandonato il compito di difendere le proprie origini e la propria cultura.

Venuta meno Costantinopoli e con l’Europa incompleta,

Mosca diviene non solo la terza Roma, ma l’unico ed ultimo bastione della cultura cristiana europea. Una strategia geopolitica di lungo periodo che in Italia stenta ad essere compresa e decodificata, ma che inizia a dare i suoi frutti poiché il gradimento della nuova Russia è decisamente aumentato da parte di quel popolo europeo cristiano preoccupato dai continui attacchi da parte del mondo musulmano. Una preoccupazione lecita se si considera che mentre tutto il mondo arabo tende ad usare la religione come elemento di penetrazione economica-culturale e politica, l’Europa spinge sempre più verso una politica basata sull’elemento tecnico-burocratico e laicistico creando quel grande paradosso che gli consente, da un lato, di riconoscere l’identità religioso-culturali di altri paesi e, dall’altro, di criticare chi in ambito europeo tenta di difendere le proprie radici religiose-culturali. In questa direzione, infatti, andò il netto rifiuto da parte dei leader europei di riconoscere le radici giudaico-cristiane dell’EU patrocinate dall’allora cardinale Ratzinger. In virtù di un principio di laicità ad ogni costo, mal compreso, l’Europa ha abbandonato la propria matrice religiosa condannandosi ad un lento, ma inesorabile declino poiché né i sistemi economici, né quelli tecnici e né quelli burocratici si potranno mai sostituire alla vera essenza dell’uomo. Una strada già percorsa con la caduta del Muro di Berlino, quando l’Ue convinta che l’antico nemico non si sarebbe più ripreso decise di sviluppare politiche monetarie e finanziarie a danno di quelle sociali e culturali.

Proprio per questo al centro del dibattito bisognerebbe riportare l’uomo nella sua essenza ed interrogarsi sulla sua storia. Una storia fatta da continue ed incontrollate accelerazioni storiche, così frequenti e spesso contraddittorie, disconnesse determinate dal fatto che l’uomo dal periodo dei lumi in poi ha negato Dio togliendo stabilità, cadendo in una provvisorietà eccessiva ed inquieta come magistralmente rilevato da Michel de Corte.