Anche se Angelo D’Orsi si è vantato di aver scritto un volume sul 1917, anno fondamentale per l’intero XX secolo, in “un paio di giorni”, senza ammettere che le tesi da sostenere erano prefabbricate ideologicamente, altrettanto è vero che Paolo Mieli non ha faticato molto per redigere il suo, addirittura dedicato al “caos italiano”, presentato come “nuovo” dal “Corriere della Sera”, ma esclusivamente per la veste tipografica.

Dopo una introduzione sulla quale converrà tornare e soffermarsi, i 4 capitoli con le 32 loro sezioni non risultano essere altro che un assemblaggio di recensioni o meglio di articolesse pubblicate sulle ospitali colonne del quotidiano di via Solferino.

L’ordine cronologico è seguito e rispettato solo nelle 3 parti iniziali mentre quella finale, cui è posto il titolo intrigante di “Dietro le quinte: segreti e falsi misteri”, è disarticolata e confusa, dagli scandali al giudice Caccia.

Mieli inizia poi davvero in maniera infelice e insufficiente, utilizzando nel paragrafo “La formazione del ceto permanente di governo” un lavoro di Michele Salvati, in campo storico indiscutibilmente un “Carneade”.

Sono invece da leggere con attenzione e da segnalare, come utili ed ulteriormente utilizzabili, le sezioni “L’ Unità e i martiri ungheresi” e “I dissidenti scribacchini”. In esse si denunzia la viltà della massima parte degli intellettuali d’area Pci e si riprende l’agghiacciante appello di Pertini sulla drammatica e mai apertamente illustrata alle nostre giovani generazioni, tragedia ungherese del 1956. L’immeritatamente osannato ex presidente della Repubblica invocava la “solidarietà di classe che ogni socialista deve sentire in ogni circostanza, ma in modo particolare quando sulla classe operaia sovrasta la tempesta, perché è troppo agevole essere con la classe operaia soltanto nelle giornate di sole”.

Il collega accademico Paolo Macry individua tra le cause poste al fondo del “caos” modelli di governo senza alternanza, fondati su compromessi amichevolmente considerati “opachi”, da valutare dopo l’abbattimento di Berlusconi, l’ascesa di Renzi e la freschissima vicenda della Banca d’Italia, oscuri, inquietanti e squalificanti.

Due parole sull’introduzione: appare esagerato ed ingiustificato individuare “il cosiddetto ventennio berlusconiano”, il modello dei guasti e dei guai congeniti. E’ l’intera storia postbellica, invece, a meritare un processo, una storia, fatta di incertezze, di prevaricazioni, di mercanteggiamenti e di manovre equivoche ma comunque amorali.

Da respingere poi con la massima chiarezza è l’idea che il campione da imitare sia Marco Pannella, uno dei primi, se non il maggiore responsabile dello sfascio morale della espressione geografica, un tempo chiamata Italia.

E meno male che Mieli non ha potuto inserire, per ragione di tempo, la solita elefantiaca analisi, questa volta sul volume di Mark Greengrass, “La cristianità in frantumi 1517 – 1648”, altrimenti ci troveremmo a leggere la tesi, riassunta da Adriano Prosperi, riguardante il merito di Lutero con la sua riforma, sul salvataggio della Chiesa di Roma e sul conseguente rilancio, assolutamente involontari.

Peccato, però, che il tedesco abbia conquistato, a secoli di distanza, la vittoria sul cattolicesimo, minato dall’operato degli uomini, suoi esponenti in campo politico, e dalle devastanti conseguenze del Concilio Vaticano II.

 

 

 

PAOLO MIELI, Il caos italiano. Alle radici del nostro dissesto, Milano, Rizzoli, ottobre 2017. €20,00