Almirante e Berlinguer insieme nella stesso piazzale, in una sorta di riconciliazione toponomastica dal sapore antico. Un “sacrilegio” per alcuni. Un nobile gesto di pacificazione per altri, o molto più semplicemente – una mancanza di coraggio. Questione di visuali e punti di vista.

Succede a Terracina, ridente cittadina della provincia della fu Littoria: 45 000 abitanti, un governo ininterrotto del centrodestra dal 2001 tra luci ed ombre, una proposta “ambigua” e mille polemiche. La mozione, promossa dal consigliere di Fratelli d’Italia Giuseppe Talone, è passata con 11 voti favorevoli (tra cui quelli di due transfughi piddini finiti nella lista civica in appoggio del sindaco) e proponendosi come nobile scopo quello della “pacificazione nazionale” unitamente “alla riconoscenza dell’alto profilo istiuzionale dei due esponenti politici capaci di contribuire al raggiungimento del superamento degli odii di parte consegnando definitivamente alla storia le vicende del Ventesimo secolo imparando dagli errori commessi da tutti”.

Apriti cielo. Il Partito Democratico cittadino, ormai divenuto più un comitato elettorale con sprazzi di reducismo da guerra civile che un partito moderno proiettato nel 21esimo secolo, si è immediatamente schierato in prima linea con comunicati stampa pregni di livore ideologico, “anacronismi vintage” e le solite inesatteze storiche propinate come verità assolute. Il tutto, ovviamente, nel breve volgere di un giro di valzere viene rilanciato dalla sezione regionale dell’Anpi fino ad arrivare ai vertici nazionali. Insomma, questo piazzale non s’ha da fare.

Almirante diventa il “fucilatore” di italiani senza aver mai fucilato nessuno, il firmatario di un manifesto costruito ad hoc ( e certificato dal tribunale di Roma e Reggio Emilia nei tre gradi di giudizio per “l’inautenticità della firma), il servo dei nazisti (alla pari di migliaia di giovani e di molti idoli postumi della sinistra poi passati sul carro giusto), il nemico numero uno degli ebrei per alcuni scritti rinnegati sul “Tevere” non meno cruenti e vergognosi rispetto a quelli dei già citati paladini della libertà e democrazia alla Giorgio Bocca.

Nulla di nuovo, certo. Ma a stupire sono la virulenza, i toni da chiamata alle armi. Un ex candidato sindaco di area centro-sinistra invita addirittura alla costituzione di un “fronte democratico ed antifascista”, facendo credere un po’ a tutti che le priorità cittadine in vista delle imminenti elezioni cittadine (e ce ne sono decine di più preminenti) fossero tutte racchiuse in un piazzale. Una targa, due nomi. Due storie tanto diverse eppure così simili, che spesso si sono incrociate nelle stanze segrete di Montecitorio per alti scopi negli anni in cui imperversavano le stragi rosse e nere, come sapientemente raccontato da Padellaro nel suo ultimo libro.

Il rancore da guerra civile che non passa, lasciando alla canea ululante il palcoscenico. Parte un raccolta firme, mentre i social catalizzano le invettive e le menzogne ampliando la platea ed infiammando lo scontro. Con buona pace della tanto agognata paficificazione, invocata in forma unidirezionale tra gli strali e le urla di chi sembra vivere tutt’oggi asserragliato, ma solo nella propria fantasiosa immaginazione, sull’appennino tosco emiliano, fucile in spalla e “nemico” nel mirino. Viene addirittura chiamato in causa il prefetto, e parallelamente parte una raccolta firme online.

Ecco, proprio questo è il punto: il rispetto dell’avversario. Sublimato dallo stesso Almirante con la partecipazione, come un cittadino qualsiasi, alle esequie dell’avversario comunista nel 1984. “Tutto mi divideva da quest’uomo, tranne il rispetto profondo per la sua vita e il modo in cui è morto” sentenziò lo storico segretario missino ricordando il leader del PCI. Qualche anno più tardi Giancarlo Pajetta e il presidente della Camera Nilde Jotti ricambiarono la “cortesia”, ponendo simbolicamente fine alla guerra civile.

Altri uomini e donne, altri tempi. Oggi, invece, soprattutto a sinistra imperano la canea ululante e il comitato d’odio in servizio effettivo permanente. Il vuoto ideale riempito dallo stantio antifascismo d’annata.

Sempre di moda, a Terracina come nel resto d’Italia.