Nel silenzio più assoluto dell’Occidente, un popolo — un piccolo e orgoglio popolo — sta per disperdersi, estinguersi. Morire. Sono gli africani bianchi del Sud Africa, i “Boers” olandesi e fiamminghi, i farmers che colonizzarono nel Seicento una terra vuota e aspra. I Boeri che, alla fine dell’Ottocento, difesero la loro nuova patria dalla rapacità britannica. E poi i tanti europei — anglo-sassoni ma anche portoghesi, italiani, greci, tedeschi etc. — che in laggiù trovarono una nuova casa. Un futuro.
Dopo il crollo del “regime bianco” di Pretoria (criticabile ma non indegno), in molti credettero a Mandela, personaggio saggio, e rimasero nelle loro fattorie, nelle loro case, nelle loro aziende convinti che il nuovo corso multirazziale avrebbe tutelato famiglie, case e lavoro. Illusioni.
Morto Mandela ed emarginati i suoi collaboratori, i nuovi governanti hanno portato un Paese pieno di risorse al collasso. Corruzione, incapacità, follia. Per distrarre le masse dal disastro, il governo ha incolpato di tutti i mali i bianchi. Non tutti, ovviamente, ma solo quelli poveri: contadini, artigiani, piccoli negozianti, anziani. Un gioco facile e crudele. Ovviamente nessuno ha toccato i dirigenti delle multinazionali, i mercanti di diamanti etc..
Come sempre “volano gli stracci”. Crepano gli indifesi. Una brutta storia di razzismo che nessuno vuole vedere e sentire.

Ecco una testimonianza. Da rilanciare e condividere. Non lasciamo soli i farmers del Sud Africa.